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I tumori? Una cosa molto "personale"

di Emanuele Di Pasqua

Il modo di trattare e curare molte neoplasie fa sempre più spesso riferimento alla costituzione molecolare del tumore e per ogni profilazione esiste una cura differente, personalizzata. Ma anche l’approccio psicologico deve essere personalizzato. Ecco come la parola personalizzazione sta cambiando le prospettive di un malato di tumore

21 OTT - Nella lotta ai tumori è giunta l’ora delle terapie personalizzate. L’idea è quella di ribaltare completamente il modo di scegliere un trattamento antitumorale: non sarà più la sede del tumore o l’esame istologico a suggerire la cura, ma i marker molecolari, grazie a un’indagine accurata sul corredo genetico dei pazienti. Ad Amsterdam, allo European Cancer Congress tenutosi a fine settembre, è stato presentato lo studio SHIVA, il primo studio che compara i trattamenti standard con i trattamenti personalizzati, dimostrando che la carta genetica tumorale è sicura e fattibile. Dopo la chemioterapia, l’oncologia entra nell’era della medicina personalizzata e contempla un “trattamento alla carta” che promette una vera e propria rivoluzione.
 
TARGET THERAPY - L’ultima frontiera della medicina è infatti la classificazione molecolare dei tumori. Volendo la si può chiamare anche target therapy o medicina personalizzata, che il National Cancer Institute definisce “una forma di medicina che utilizza informazioni genetiche, proteiche e ambientali per prevenire, diagnosticare e trattare la malattia”. Insomma, non tutti i tumori sono uguali, e questo si sapeva, ma la classificazione è ben più articolata di quanto si credesse e non ha molta importanza che la neoplasia si formi in uno stesso punto con un grado di malignità simile per fare di tutta l’erba un fascio e procedere con le stesse cure. Anzi, il concetto di somiglianza, parlando di tumori, va ribaltato e non è più il punto in cui insorge a fare la differenza, ma le caratteristiche molecolari. Siamo nel campo dell’onco-genomica, per il momento ancora nella sua fase iniziale, ma che promette una vera e propria rivoluzione che non passerà per una pillola miracolosa (silver bullet) in grado di curare i tumori come qualcuno auspica, ma più realisticamente attraverso vari tipi di cure, con un traguardo ambiziosissimo: cronicizzare questo tipo di patologia. Come è accaduto per il diabete, del resto, un tempo causa di morte e oggi malattia con la quale si può convivere e in molti casi con una buona qualità di vita.

IL CONTINUO DIVENIRE DEI TUMORI - Come spiega bene Marco Foiani, direttore scientifico di Ifom (Fondazione Istituto FIRC di Oncologia Molecolare), l’oncogenomica è a sua volta un’applicazione della genomica e nell’arco di poco più di dieci anni sono nati vari centri in Italia dedicati allo studio dei meccanismi di formazione e dello sviluppo dei tumori a livello molecolare, nell'ottica di un rapido trasferimento dei risultati dal laboratorio alla pratica diagnostica e terapeutica. L’idea iniziale è che il tumore muta ed è sempre in divenire. Gran parte degli stessi chemioterapici causano a loro volta mutazioni e l’obiettivo diventa dunque quello di sequenziare il tumore in base alle mutazioni e anticipare le mutazioni del tumore per abbinare il farmaco giusto. Gli apparecchi di sequenziamento del Dna sono attualmente molto costosi e normalmente si sequenziano solo alcuni geni, solitamente quelli conosciuti o ereditari. Si sceglie dunque di indagare il corredo genetico del paziente e se sono presenti alcune mutazioni si scelgono farmaci che vanno a colpire proprio quelle alterazioni genetiche. È quanto accade per le neoplasie del seno con il gene HER2, per quelle polmonari con la mutazione EGFR o nel colon con il gene KRAS. Ma per evitare di sottoporre il paziente a eccessive sperimentazioni alcuni ricercatori utilizzano lo xenotrapianto, ovvero una sorta di topo avatar nel quale vengono inserite le cellule tumorali e ai quali vengono poi somministrate terapie distinte per potere in seguito scegliere quella più efficace da adottare per il paziente.

LO STUDIO - Nel corso del Congresso europeo di Oncologia tenutosi a fine settembre ad Amsterdam sono stati presentati i risultati del primo studio mai realizzato seguendo il principio della medicina personalizzata. Christophe Le Tourneau, dell’Institut Curie di Parigi ha illustrato i risultati dello studio SHIVA, che ha monitorato gli obiettivi raggiunti curando 360 pazienti con una neoplasia metastatica o in recidiva che non rispondeva alle terapie standard: i partecipanti sono stati divisi in modo causale in due gruppi, uno trattato con le cure standard e uno trattato con una cura stabilita in base alle caratteristiche genetiche del proprio tumore. Lanciato nell’ottobre 2012 in sette centri francesi e finanziato dall’Istituto Curie, questo studio vuol dimostrare l’efficacia di un trattamento in funzione del profilo genetico e non più in funzione della localizzazione del tumore in un organo particolare. L’obiettivo non è di mettere a punto nuovi medicinali, ma piuttosto di utilizzare le molecole già esistenti denominate terapie mirate. Ne esistono attualmente più di una ventina, adottate unicamente in certe tipologie di tumori nelle quali una anomalia molecolare è già stata individuata. L’obiettivo sarà quello di misurare la sopravivenza dei pazienti sottoposti a questo tipo di taget therapy paragonandola all’aspettativa di vita dei pazienti sotto chemioterapia per arrivare a capire quali pratiche meritano di essere modificate in questa direzione: “La ricerca include 320 pazienti, tra i quali per il momento 60 sono in corso di trattamento. Entro il 2016 potremo avere dei risultati significativi in termini di efficacia”, specifica Christophe Le Tourneau. Ma per il momento, su un campione ridotto, i primi risultati dimostrano già che una sorta di carta genetica tumorale può dare risultati ambiziosi nel 40 per cento dei pazienti.

LE NANOTECNOLOGIE – Un ulteriore aspetto dell’oncogenomica consiste poi nella drug delivery, ovvero la veicolazione di farmaci a supporto delle cure genetiche contro i tumori. In sostanza si tratta di convogliare il farmaco utilizzando un sorta di globuli rossi camuffati che all’interno contengono i farmaci e che sono programmati per scoppiare proprio in prossimità del tumore evitando di “inquinare” i tessuti circostanti.

LE PAROLE PER DIRLO – In questa grande svolta che si chiama medicina personalizzata può rientrare anche la comunicazione e quella che viene definita psiconcologia. Per esempio le parole per dirlo sono importanti: non c’è un modo bello per dire cancro, ma quello che un tempo veniva denominato brutto male oggi ha fin troppi nomi tecnici e alcuni rischiano di creare degli equivoci sul trattamento della patologia. Un articolo pubblicato da un team di oncologi nel Journal of The American Modern Association lancia un dibattito sui tanti modi per indicare una neoplasia: melanoma, tumore, neoplasia, leucemia, polipo maligno, sarcoma. Tutti i termini per indicare una proliferazione cellulare hanno a loro volta una precisa connotazione. Gli studiosi del settore suggeriscono anche un nuovo termine, indolentoma, per indicare i casi meno gravi, anche per non cadere in errori di cure eccessive e sovradiagnosi. Anche il nome che si attribuisce a una malattia tumorale è importante e diventa cruciale personalizzare anche le parole.
 
Emanuela Di Pasqua

21 ottobre 2013
© Riproduzione riservata

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