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Cardiologia invasiva: numeri in crescita e tecnologie sempre più di frontiera

di Maria Rita Montebelli

Si inaugura oggi a Genova, il 35° congresso nazionale della Società Italiana di Cardiologia Invasiva SICI-GISE, intitolato quest’anno a ‘ricerca e innovazione di al servizio del paziente’. Dal 14 al 17 ottobre sono attesi nel capoluogo ligure circa 1600 cardiologi

14 OTT - Innovazione terapeutica è da sempre il mantra della società italiana di cardiologia invasiva, una specialità di frontiera costantemente proiettata in avanti, alla ricerca di soluzioni per migliorare qualità di vita e prognosi dei pazienti.
 
“L’invecchiamento della popolazione e la conseguente necessità di trattare pazienti con molteplici patologie ed elevato rischio di mortalitàoperatoria – afferma Sergio Berti, presidente della Società Italiana di Cardiologia Invasiva -ha imposto lo sviluppo di metodiche minimamente invasive, in grado di assicurare un elevato successo procedurale,con una contenuta incidenza di complicanze. Grazie alla disponibilità di sempre più importanti innovazioni tecnologiche, GISE ha aperto il campo a strategie terapeutiche ed interventistiche in grado di sostituirsi, in molti casi,al trattamento chirurgico. Abbiamo anche impegnato energie e risorse permigliorare l’organizzazione territoriale,partecipando ad esempio a‘Stent For Life’,un progetto europeomirato ad assicurare a tutti ipazienti con infarto miocardico il rapido accesso all’angioplastica primaria, una procedura salva-vita. Con ‘Rete IMA Web2’ abbiamo effettuato larilevazione delle reti cardiologiche per il trattamento dell’infarto miocardico acuto, su tutto il territorio nazionale”.
 
Sul versante della ricerca, tra i fiori all’occhiello del GISE, c’è Matrix, uno studio su soggetti con sindrome coronarica acuta progettato e coordinato dall’Italia, al quale prendono parte emodinamisti italiani, spagnoli, olandesi e svedesi. Scopo della ricerca è individuare l’accesso per angioplastica coronarica più efficace e sicuro (radiale o femorale) e la strategia farmacologica (inibitori della glicoproteina 2b/3a o bivalirudina) in grado di dare il minor numero di eventi avversi, ischemici o emorragici. Partito tre anni fa, Matrix completerà l’arruolamento a fine ottobre quando saranno oltre 8200 i pazienti randomizzati per l’accesso vascolare e 7140 quelli randomizzati sia per l’accesso vascolare che per le due opzioni farmacologiche. I risultati dello studio saranno presentati il prossimo marzo al congresso dell’American College of Cardiology. Si tratta del più grande studio del genere mai realizzato in Italia e dello studio investigator-driven più importante del mondo in questo settore. Matrix prevede anche una serie di sottostudi prospettici (OCT MATRIX, AKI MATRIX, PRU MATRIX eRAD MATRIX) che tenteranno di dare risposte a quesiti clinici ancora aperti. Si tratta di uno studio no profit che ha il solo scopo di accrescere le conoscenze relative al trattamento delle sindromi coronariche acute e di migliorare la pratica clinica.
 
Tra le novità del congresso, c’è una procedura diagnostica-interventistica per la rivascolarizzazione degli arti inferiori che utilizza anidride carbonica al posto del mezzo di contrasto. L’anidride carbonica in forma gassosa consente di ottenere immagini affidabili come quelle contrastografiche, senza effetti indesiderati sulla funzionalità renale; l’anidride carbonica si scioglie infatti nel torrente circolatorio in micro-bolle, che vengono successivamente eliminate per via respiratoria. Questa metodica è dunque particolarmente indicata nei soggetti con insufficienza renale.
 
Un’altra novità riguarda l’impiego di onde d’urto per la rivascolarizzazione coronarica. Si tratta di una metodica non invasiva (ESMR CardiospecTM, Extracorporeal Shockwave Myocardial Revascularization) destinata a pazienti con angina refrattaria, già trattati senza successo con farmaci, angioplastica o by-pass. Le onde d’urto sono da tempo utilizzate in nefrologia, ortopedia e urologia, ma solo di recente sono state introdotte anche in cardiologia. La metodica, controindicata nei pazienti con angina instabile o con un infarto in atto o recente, migliora i sintomi anginosi e aumenta la tolleranza allo sforzo. Nel corso del congresso verranno presentati dati relativi al trattamento di 60 pazienti, dal 2009 ad oggi, tutti con grave coronaropatia non più rivascolarizzabile, tale da compromettere al qualità di vita e da costringere il paziente a frequenti ricoveri. Già a distanza di sei mesi dal trattamento i ricercatori hanno evidenziato un miglioramento della classe funzionale, dei sintomi anginosi e quindi della qualità di vita del paziente. Il trattamento consiste in 9 sessioni, ognuna della durata di 20-30 minuti, che vengono effettuate in un arco di 9 settimane.
 
Sul fronte delle statistiche, da segnalare un aumento delle angioplastiche primarie (pPCI) nel nostro Paese nel 2013. Secondo i dati GISE ne sono state effettuate circa 32 mila , pari ad una media di 535 p-PCI per milione di abitanti l’anno, in aumento del 6,4% rispetto al 2012, che aveva fatto registrare 25.134 procedure.
 
Il tempo rimane un elemento chiave nel decretare il successo degli interventi di rivascolarizzazione: per ogni 30 minuti di ritardo dall’insorgenza dei sintomi, la mortalità aumenta del 2%; per questo, un efficace trattamento dell’infarto è il risultato non solo della procedura di rivascolarizzazione ma anche di un adeguato modello organizzativo coordinato di assistenza territoriale in rete.
 
Ogni anno si registrano in Italia 120 mila infarti, uno ogni 3 minuti. In tutta Europa, l’infarto resta la principale causa di morte nella popolazione adulta, responsabile del 30% circa di tutti i decessi. La mortalità extra-ospedaliera è del 50% circa, contro il 5-6% di quella intra-ospedaliera.
 
Maria Rita Montebelli

14 ottobre 2014
© Riproduzione riservata

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