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Alla ricerca del Dg di Aifa. Caro De Fiore, l’industria del farmaco non è l’inferno

di Fabrizio Gianfrate

Credo sia un errore il permanere ancora di una percezione alquanto discrasica, non solo demagogica ma spesso convintamente sentita nella vulgata popolare ma pure tra addetti ai lavori, tra farmaco (buono) e industria che lo sviluppa e produce (cattiva)

19 LUG - Mi fa piacere che allo “spleen” un po’ pessimista che effettivamente permea il mio articolo sulla annunciata selezione per il prossimo Dg di Aifa il Dr. De Fiore abbia replicato introducendo del positivo ottimismo, anche se più della fede che della ragione. Me ne faccio coinvolgere volentieri.
 
Siamo pieni di uomini liberi, mi corregge. E io lo “provoco” dicendo che forse a essere meno libero di tutti è chi si ostina pervicacemente a dichiararsi libero.
 
Ma, certo, ci sono uomini liberi. La citazione di Longanesi è iperbolica, naturalmente. La discriminante è quantitativa: qualcuno libero lo è di più e qualcuno di meno, o per niente. Per natura, scelta, necessità materiale o psicologica. In una somma algebrica tra propria educazione, ideali, esperienze, sentimenti, interessi, bisogni, paure, ecc.
 
Perché poi, nel Real World, in questa società dei consumi, ognuno deve far tornare i propri conti, spesso con dei compromessi in genere verso se stessi: personali, familiari o dell’azienda di cui è a capo, come ben sa anche De Fiore, tra l’altro essendo proprio l’editoria italiana un settore di elevatissimo livello qualitativo ma allo stesso tempo storicamente quello a maggiore tasso di conflitti d’interesse per commistioni col potere(i) dai tempi della Banca Romana di Tanlongo passando per il pensiero unico del Ventennio, poi l’ENI di Mattei, i giornali di partito, la P2 e P-seguenti, l’impero Berlusconi e (molto) oltre.

 
Mi permetta De Fiore di non condividere, invece, nella sua replica, la visione, credo eccessivamente manichea, per cui l’industria sia l’inferno e solo chi non ne ha o avuto a che fare può assurgere al paradiso dei puri e onesti (al trascendente Gott mit Uns preferisco il più laico e carnale dei relativismi). Credo sia un errore il permanere ancora di una percezione alquanto discrasica, non solo demagogica ma spesso convintamente sentita nella vulgata popolare ma pure tra addetti ai lavori, tra farmaco (buono) e industria che lo sviluppa e produce (cattiva).
 
Conoscendo un poco il settore, lavorandoci più o meno da 35 anni, devo dire che nell’industria farma ho incrociato raramente persone dalla moralità professionale discutibile (qualcuno sì, ma ha fatto la fine che meritava), mentre invece ho conosciuto spesso eccellenti professionisti anche sotto il profilo deontologico. Tuttavia, si sa, fa più rumore l’albero che cade della foresta che cresce.
 
Ma tornando al tema della compatibilità con ruoli decisionali istituzionali importanti: posso prendere le più corrette decisioni pur essendo stato fino a ieri consulente per chi oggi vado a valutare, da cui ho nel mio lavoro precedente ricevuto legittimamente quattrini? Anche se, come nel caso di enti o associazioni, in forma di liberalità, che sono sempre soldi dati e ricevuti con uno scopo e un fine, anche se con la faccia più pulita e quindi magari “non olet”?
 
Certamente sì. Purché questa valutazione istituzionale presa quando siedo su una poltrona decisionale sia professionalmente ineccepibile. Qui il difficile sforzo di “astrazione” del decisore dai trascorsi del passato, con tutte le sue umane difficoltà e rischi di condizionamento. Compreso quello dei giudizi successivi altrui più o meno impropri e/o strumentali, la nota “moglie di Cesare” che citavo nel mio articolo, col paradosso dell’inazione pur di non rischiare.
 
Che soluzioni, allora? Il vero punto risolutivo, cruciale, a mio avviso, è nello spersonalizzare il più possibile tale decisione o processo decisionale. In primis con regole di sistema chiare e inequivocabili. Ma soprattutto che nella governance del sistema in cui si decide ci siano quei meccanismi riequilibratori e di controllo, i noti checks and balances, i pesi e contrappesi, che impediscano quel tipo di potenziale distorsione, errore, comportamento personale sbagliato.
 
Ecco, gentile De Fiore, la migliore risposta al tema sul quale stiamo condividendo la nostra discussione: non l’assenza di pregresse collaborazioni, o lo sbandierare una verginità più o meno reale o presunta (mi sovviene la vecchia barzelletta del soldato siciliano che torna dalla guerra e trova la bella e giovane moglie ancora illibata), appunto davvero difficili da trovare in professionisti navigati come sostengo nel mio articolo e qui confermo.
 
Ma la presenza di regole e soprattutto di una governance del sistema che imponga quei pesi e contrappesi di contro bilanciamento delle decisioni coinvolgendo e responsabilizzando, insieme e collegialmente, altre figure ed evitando così un accentramento di responsabilità in genere esposto a un certo rischio di moral hazard (l’uomo solo al comando). Non azzera quel rischio ma aiuta a minimizzarlo. E tutto questo in AIFA già in buona parte c’è, magari migliorabile ma c’è.
 
Insomma, questa del rafforzamento dei checks and balances è a mio modesto avviso la migliore soluzione, o forse la peggiore eccetto tutte le altre. Con un conseguente paradosso involontario e alquanto buffo: limita la libertà di decisione del singolo al comando per farlo sentire davvero più libero di decidere.
 
Fabrizio Gianfrate

19 luglio 2018
© Riproduzione riservata


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