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ASCO 2019. Tumore del polmone con metastasi epatiche: atezolizumab dimezza il rischio di progressione di malattia e mortalità

I risultati dello studio IMpower150, presentati all’ASCO dimostrano che l’aggiunta dell’immunoterapico atezolizumab all’associazione bevacizumab-chemioterapia nei pazienti con tumore polmonare non a piccole cellule e con metastasi epatiche (condizione che si presenta in circa 1 paziente su 5 con questo tumore) dimezza il rischio di progressione di malattia e di mortalità. Questi risultati propongono dunque la combinazione atezolizumab-bevacizumab-chemioterapia come nuovo standard di trattamento per questa tipologia di pazienti.

14 GIU - Nei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) e metastasi epatiche la somministrazione dell'immunoterapico atezolizumab, associato a bevacizumab (un anti-angiogenico) e alla chemioterapia in prima linea, dimezza il rischio di progressione della malattia o di decesso.  Lo rivelano i risultati dello studio di fase 3 IMpower150 presentati a Chicago al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO).
 
L’associazione atezolizumab-bevacizumab-chemioterapia (carboplatino e paclitaxel) in questo studio ha determinato un aumento della sopravvivenza globale mediana del 48%, rispetto ai pazienti trattati con bevacizumab e chemioterapia (13,3 mesi contro 9,4). L’aggiunta dell’immunoterapico atezolizumab all’accoppiata bevacizumab-chemioterapia in prima linea arriva dunque quasi a dimezzare il rischio di progressione della malattia o di mortalità in questa categoria di pazienti.
 
I dati analizzati dimostrano inoltre che alla triplice associazione risponde il 60% dei pazienti; questa strategia rappresenta dunque una nuova importante offerta terapeutica per questa tipologia di pazienti.

 
L’IMpower 150 è al momento l’unico studio ad aver valutato in maniera specifica i pazienti con neoplasia polmonare non a piccole cellule e metastasi epatiche. Questa triplice associazione ha dimostrato di riuscire a controllare meglio la malattia soprattutto sul fronte delle metastasi epatiche, conferendo in questo modo un beneficio di sopravvivenza ai pazienti. “Si tratta di risultati particolarmente importanti – commenta il dottorFederico Cappuzzo,Direttore del Dipartimento di Oncologia e Ematologia della AUSL Romagna – se si considera che riguardano un gruppo di pazienti, quelli con metastasi epatiche, che costituisce il 20% circa dei pazienti con tumore del polmone e che presentano una malattia molto aggressiva a prognosi particolarmente sfavorevole. I pazienti con metastasi epatiche hanno una bassa attesa di sopravvivenza e una malattia particolarmente aggressiva in termini di rapidità di evoluzione; la presenza di metastasi epatiche inoltre si associa di frequente anche alla presenza di metastasi in altre sedi, come l’osso e l’encefalo. Questa categoria di pazienti richiede uno sforzo terapeutico maggiore per il controllo della malattia”.
 
Lo scorso dicembre la FDA americana ha approvato il trattamento in prima linea con la triplice associazione atezolizumab, bevacizumab, chemioterapia nei pazienti con NSCLC metastatico non squamoso senza aberrazioni genomiche tumorali EGFR e ALK. L’approvazione è arrivata sulla scia dei risultati del braccio B dell’IMpower 150 che aveva dimostrato un vantaggio di sopravvivenza mediana del 22% (19,2 versus 14,7 mesi) con la triplice associazione rispetto a bevacizumab-chemioterapia.
 
Nel marzo 2019, l’EMA ha approvato la somministrazione in prima linea di atezolizumab-bevacizumab-chemioterapia nei pazienti con NSCLC metastatico non squamoso; l’approvazione europea della triplice associazione si estende anche ai pazienti con NSCLC con mutazione EGFR e riarrangiamento ALK, dopo il fallimento delle terapie a target.
 
Lo studio di fase 3 IMpower 150ha arruolato 1.202 pazienti randomizzandoli (1:1:1) a tre bracci di trattamento: atezolizumab-chemioterapia (braccio A); atezolizumab-bevacizumab-chemioterapia (braccio B); bevacizumab-chemioterapia (braccio C). Per quanto riguarda i risultati del braccio B, la triplice associazione, confrontata con bevacizumab-chemioterapia nei pazienti con NSCLC con metastasi epatiche ha aumentato la sopravvivenza mediana del 48%, ridotto il rischio di peggioramento della malattia o di morte del 59%, ridotto le dimensioni del tumore (percentuale di risposta globale) del 60,8%, rispetto al 41,1% dei gruppo trattato con bevacizumab-chemioterapia.
La durata mediana della risposta alla triplice associazione è stata di 10,7 mesi, contro i 4,6 mesi dei pazienti trattati con bevacizumab-chemioterapia.
La differenza tra i due gruppi di trattamento rispetto agli effetti indesiderati di grado 3-4 non è risultata statisticamente significativa.
 
“L’IMpower 150 – commenta il dottor Cappuzzo - è l’unico studio ad essersi concentrato in maniera specifica e predefinita sui pazienti con NSCLC e metastasi epatiche. Questi pazienti necessitano di terapie più aggressive, come appunto quelle utilizzate in questo studio, cioè quattro agenti terapeutici differenti (2 chemioterapici, un anti-angiogenico, un immunoterapico). Si tratta di un regime terapeutico più complesso di quelli attualmente in uso nel tumore del polmone, ma i risultati dell’IMpower 150 dimostrano come in questi pazienti sia necessaria una strategia più aggressiva. Alla luce di questi risultati, i pazienti con queste caratteristiche dovrebbero essere trattati da adesso in poi con un regime più aggressivo, quale appunto quello dell’IMpower 150. Quello proposto da questo studio rappresenta dunque un nuovo standard terapeutico in prima linea nei pazienti con tumore del polmone e metastasi epatiche.”
 
Le altre novità sul tumore del polmone presentate all’ASCO. L’importanza dello screening molecolare.
“L’immunoterapia si conferma una grande arma contro il tumore del polmone. Gli studi presentati all’ASCO – afferma Cappuzzo - hanno dimostrato che anche nella malattia metastatica circa il 25% dei pazienti risulta ancora vivo a 5 anni. Si tratta di un dato straordinario se si pensa che solo fino a qualche anno fa, la percentuale di sopravvivenza del tumore del polmone metastatico era inferiore al 5% a 5 anni e di questo dobbiamo ringraziare proprio l’immunoterapia.
Risultati importanti – prosegue Cappuzzo - sono venuti anche dalla presentazione degli studi sui nuovi farmaci a bersaglio molecolare e all’individuazione di nuovi sottogruppi di pazienti che possono beneficiare in maniera importante delle nuove terapie biologiche. Ci sono dati interessanti sui pazienti con riarrangiamento del gene RET che possono trarre benefici molto rilevanti dalla somministrazione dei nuovi farmaci a bersaglio. Anche i pazienti con mutazioni del gene MET, che rappresenta tra l’altro un fattore prognostico nettamente sfavorevole nei pazienti con tumore del polmone, possono adesso giovarsi di terapie specifiche. Sono tutti risultati che fanno chiaramente capire come oggi, per trattare il tumore del polmone, dobbiamo conoscere in maniera approfondita le caratteristiche biologiche della malattia. Il che significa che è necessario screenare per tutti questi biomarcatori i pazienti che vengono visti dall’oncologo. Questo purtroppo – ammette Cappuzzo - è qualcosa che nel nostro Paese non avviene ancora regolarmente. Non sottoporre i pazienti ai test di biologia molecolare significa precludere loro la possibilità di utilizzare farmaci innovativi che allungano la sopravvivenza e migliorano la qualità di vita.
I test genetici – conclude Cappuzzo – sono molto spesso disponibili ma è il medico che non li richiede, quindi è una questione soprattutto culturale. Bisogna agire sulla cultura medica per convincere l’oncologo medico italiano a sottoporre ai test di biologia molecolare tutti i pazienti che vede, sistematicamente. Parliamo di alterazioni rare e il medico molto spesso non crede che il paziente che ha davanti possa averle, per cui non fa fare i test. Ma questo è un gravissimo errore. Definire la biologia del tumore significa oggi migliorare le possibilità di cura del paziente e questo messaggio deve essere chiaro da Aosta fino ad Agrigento.”
 
 
Il tumore polmonare non a piccole cellule è uno dei big killer tra i tumori e causa 4.800 decessi al giorno nel mondo. Se ne distinguono due tipi principali, il carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) e il carcinoma polmonare a piccole cellule. L’NSCLC è il tipo più frequente (circa l’85% del totale) e comprende il carcinoma polmonare non squamoso e il carcinoma a cellule squamose. In Italia si registrano circa 35.000 nuovi casi di tumore polmonare l’anno.
Il 15-20% dei pazienti con tumore polmonare non a piccole cellule è destinato a sviluppare metastasi epatiche, un evento che peggiora notevolmente la prognosi dei pazienti, aumentandone il rischio di morte del 50%.
 
 
Maria Rita Montebelli

14 giugno 2019
© Riproduzione riservata


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