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Coronavirus. “Nuovi focolai sono altamente probabili. A livello mondiale vediamo solo la punta dell’iceberg. Ecco cosa fare per evitare il peggio”. Intervista a Walter Ricciardi (Oms)

"In questo momento la cosa più importante non è soltanto la risoluzione del focolaio epidemico lombardo o veneto, ma anche evitare che il virus si diffonda nell'intero Paese. Sarà necessario avere un'unica linea di comando chiara, informare in maniera altrettanto chiare i cittadini, e conciliare scienza e politica. Dobbiamo immediatamente attivare procedure di epidemiologia di campo". E sul mancato isolamento di chi rientrava da zone a rischio: "Come Oms avvano sottolineato questa necessità già dal 3 febbraio". Così l'esperto italiano, membro italiano del Comitato Esecutivo dell’Oms

22 FEB - Focolai in Lombardia e Veneto. In tutto, al momento in cui scriviamo (13.30 del 22 febbraio, sono 33 i casi di coronavirus confermati in Italia e 2 i decessi, entrambi di cittadini italiani. Questi i numeri dopo l'improvvisa accelerazione delle ultime 24 ore. "Deve necessariamente modificarsi il nostro approccio al problema. Per evitare il peggio sarà ora necessario avere un'unica linea di comando chiara, ed ascoltare i tecnici", ci ha detto in questa intervista Walter Ricciardi, membro italiano del Consiglio Esecutivo dell’Organizzazione mondiale della Sanità.
 
Professor Ricciardi, cosa cambia con questi due focolai in Lombardia e Veneto?
Prima di tutto il fatto che si tratta di cluster secondari, riguardanti cioè delle persone che non sono mai andate in Cina. Deve quindi necessariamente anche modificarsi il nostro approccio al problema. Diventa a questo punto necessario imporre una catena di comando coordinata che superi la tradizionale frammentarietà del Servizio sanitario nazionale italiano. 
 
Si poteva fare qualcosa in più per evitare questi casi?

In questo momento preferirei concentrarmi sulle sfide attuali senza soffermarmi su cosa era possibile fare di più prima. Penso sia più opportuno focalizzarsi sulle sfide da combattare insieme ora. Anche se, credo sia sempre meglio pentirsi che avere rimpianti.
 
Da settimane lei sosteneva la necessità di un isolamento, non solo per gli studenti, ma che si estendesse a chiunque si fosse recato in zone a rischio.
Su questo, anche insieme a Roberto Burioni, mi ero già espresso chiaramente. È evidente che se non si isolano le persone che provengono da zone a rischio diventa alto il pericolo di diffusione di un virus con una così alta contagiosità. Noi questo lo avevamo scritto già dal 3 febbraio, basta controllare i verbali del Comitato esecutivo dell'Oms. Non possiamo dire che l'Italia abbia sottovalutato la situazione perché nel mentre aveva già intrapreso il blocco dei voli diretti della Cina, un provvedimento che definirei quasi 'esagerato'. Con questa misura non si può bloccare un'epidemia, la si può solo ritardare. Per bloccarla sarebbe forse servito un blocco dei voli da parte dell'intera Unione Europea. Ma di certo non una misura intrapresa da singoli Paesi come Italia e Repubblica Ceca. A questo eccesso di precauzione è però seguita la scelta di lasciare libertà nella gestione degli isolamenti dei soggetti che rientravano da zone a rischio. Ma, ripeto, in questo momento preferisco concentrarmi su cosa possiamo fare ora, in uno spirito di piena collaborazione.
 
E dunque adesso cosa succede, quali dovrebbero essere le misure più giuste da adottare?
La cosa più importante non è soltanto la risoluzione del focolaio epidemico lombardo o veneto, ma anche quella di evitare che il virus si diffonda nell'intero Paese. E per fare questo, lo ripeto ancora una volta, c'è bisogno di un'unica catena di comando che dia indicazioni chiare ed inderogabili a tutte quante le autorità sanitarie regionali e locali. C'è poi bisogno di un'altra cosa.
 
Cosa?
Gli epidemiologi di campo - così si chiama la disciplina che serve per circoscrivere le epidemie - oggi si contano sulla punta delle dita. Mentre invece c'è un Dipartimento di malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, quello diretto da Gianni Rezza, che è in grado di svolgere egregiamente questa epidemia di campo. Anche in altre circostanze, come quella della meningite in Toscana, le Regioni si sono rivolte all'Istituto superiore di sanità. Ecco, è importante che questo venga fatto per tempo, e non quando i buoi sono ormai scappati. Siccome in questo momento non parliamo di meiningite ma di una patologia più contagiosa, è importante che a lavorare con le Regioni ci siano le persone che lo sanno fare al meglio.
 
È plausibile che emergano altri focolai in altre parti d'Italia?
Questo è altamente probabile. E la prima responsabilità è della Cina che ha comunicato in ritardo quanto stava accadendo, consentendo una mobilità interna di milioni di persone. In un mese, anche per la coincidenza con il capodanno lunare, si sono mosse all'interno della Cina milioni di persone. La seconda è individuabile nell'aver fatto andare all'estero, senza alcun avvertimento e in tutto il mondo, migliaia di persone. Queste persone si saranno presumibilmente spostate per tutto il globo. Da qui possiamo dedurre che in questo momento, a livello mondiale, quello che stiamo registrando è solo la punta dell'iceberg. In Italia vuol dire che dobbiamo immediatamente attivare quelle procedure di epidemiologia di campo che citavo prima.
 
Ci dobbiamo aspettare il peggio?
Il peggio direi di no. Dipenderà da noi la possibilità di evitarlo. Lo ripeto ancora, sarà necessario avere un'unica linea di comando chiara, informare in maniera altrettanto chiara i cittadini, e conciliare scienza e politica. La cosa importante è ascoltare i tecnici, ma è altrettanto importante che anche i tecnici si facciano ascoltare.
 
Giovanni Rodriquez

22 febbraio 2020
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