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Coronavirus e Pma. “Pronti a ripartire appena finito il lockdown”. A colloquio con Colacurci, Costa e Levi Setti

di Ester Maragò

Dopo l’appello lanciato dai ginecologi Sigo e Giss abbiamo sondato i tre esperti del settore per capire quando e come si potrà riattivare l'attività nei centri Pma. Dobbiamo dare una speranza alle coppie che improvvisamente si ritrovano senza una chance riproduttiva”. “L’idea è che si possa ricominciare gradualmente, e questo prima di un azzeramento completo della pandemia”. “Il ritardo anche di due e tre mesi può compromettere irrimediabilmente il recupero degli spermatozoi”

10 APR - Natalità sempre più a rischio. A lanciare l’allarme, nei giorni scorsi, i ginecologi della Società italiana di Ginecologia ed Ostetricia (Sigo) attraverso il suo Gruppo di interesse speciale (Giss) che hanno preconizzato un potenziale di 1.500 nascite in meno, ogni mese, a causa del lockdown che ha bloccato circa 8mila trattamenti di Pma sempre al mese.
 
Un duro colpo per l’Italia, paese con indici di natalità in caduta libera. Anche perché quando si parla di Pma il fattore tempo può diventare dirimente. Gli esperti hanno quindi suggerito di riprendere l’attività con l’inizio della “fase 2”, ossia quando il lockdown sarà superato. E per non farsi trovare impreparati hanno elaborato nuove raccomandazioni per un loro pronto riavvio.
 
Dopo l’appello lanciato dalla società scientifica abbiamo sentito Nicola Colacurci, Mauro Costa e Paolo Emanuele Levi Setti, tre esperti in prima linea sul fronte della procreazione per capire quanto sia importante una rapida ripresa dell’attività fotografando rischi e benefici.

 
A dare il “La” Nicola Colacurci, Presidente dell’Associazione Ginecologi Universitari Italiani (Augui) e Direttore Uoc Ginecologia ed Ostetricia della Seconda Università di Napoli (Sun) e responsabile del Centro di infertilità: “Dobbiamo dare una speranza alle coppie che improvvisamente si ritrovano senza una chance riproduttiva – ha spiegato – anche perché sono tante quelle che in questo momento si sentono abbandonate, in particolare le coppie che avevano già intrapreso un percorso di Pma e che alla paura della pandemia hanno aggiunto il timore di perdere un treno importante che non potranno più riprendere. Non si può quindi non pensare ad una ripresa delle attività, soprattutto considerando che la stragrande maggioranza delle prestazioni nel campo della ginecologia non si sono fermate, solo la terapia della sterilità è stata bloccata”.
“Appena finirà il lockdown – ha aggiunto Colacurci – sarà quindi indispensabile ripartire mettendo in atto tutta quella serie di strumenti che ci consentiranno di poter agire in estrema sicurezza, come indicato da Sigo e Giss, ossia con un’attenta anamnesi e una valutazione clinica preliminare, utilizzando il meccanismo del teleconsulto; con una gestione accurata dell’accesso al Centro e un rispetto maniacale dell’organizzazione che deve seguire regole precise. Per i pazienti e partner che risultano asintomatici e negativi si potranno eseguire regolarmente il prelievo ovocitario o il transfer di embrioni congelati. In caso di pazienti con sintomi lievi o aspecifici si dovrà procedere con un test rapido per la ricerca delle immunoglobuline sul sangue al fine di decidere se continuare o sospendere i cicli. Per la paziente o il partner con sintomatologia conclamata, il prelievo ovocitario o il transfer di embrioni congelati dovrà essere rimandato. Soprattutto è importante che le persone sappiano che ci stiamo attrezzando”.
 
Ma quali sono i numeri della Pma? Solo nel 2018 sono nati 14.139 bambini grazie a tutte le tecniche di Procreazione assistita inclusa la donazione di gameti: il 3,2% di tutti bambini nati in Italia. Considerando che il trend è in aumento è possibile ipotizzare che ad oggi siano nati grazie a queste tecniche circa 15mila bambini l’anno. Da qui la mancata nascita, ogni mese, di circa 1.500 bambini a causa del lockdown.
 
Uno scenario al quale i ginecologi hanno immediatamente risposto. “In accordo con la Società europea di embriologia e riproduzione, con quella americana e con il Royal college inglese – ha sottolineato Mauro Costa, responsabile della Medicina della riproduzione dell’Ospedale Evangelico internazionale bloccato di Genova – abbiamo rapidamente bloccato le pratiche di Pma portando a compimento i cicli già iniziati e lasciando aperta solo alle donne con tumore la possibilità di congelare gli ovociti. Ma ora dobbiamo pensare a come ripartire. L’idea è che si possa ricominciare gradualmente, e questo prima di un azzeramento completo della pandemia”.

Il 30% dei pazienti che si rivolgono ai Centri, ha spiegato, è over 40 “età in cui la fertilità femminile inizia a crollare” e il 60% ha più di 35anni età in cui “inizia a peggiorare”. E ci sono pazienti, anche giovani, con criteri prognostici di riserva ovarica non brillanti. Per tutte queste coppie è quindi impensabile aspettare a lungo.
 
“Almeno una parte delle nostre pazienti – ha aggiunto Costa – deve accedere alla fecondazione con urgenza e con una certa priorità, in sostanza dovrà essere considerata urgente, al pari delle pazienti con altre patologie che non abbiamo mai smesso di curare. Prenderemo naturalmente tutte le precauzioni possibili e possiamo dire di essere pronti. Il Giss ha dettato una procedura operativa alla luce delle informazioni ad oggi disponibili e che sono quindi in progress. Sappiamo che le cellule riproduttive, quindi spermatozoi e uova, non hanno il recettore per il virus ma, ad esempio, non abbiamo ancora idea se il Sars Covid 2 sia presente nel liquido seminale o nel fluido follicolare delle uova. Considerando però l’affinità con la Sars presumiamo di no: ma – ha assicurato – abbiamo laboratori con alta tecnologia e siamo abituati a trattare campioni biologici, che potrebbero essere potenzialmente contaminati, da noi arrivano pazienti con epatite B e C e con Hiv. Siamo quindi abituati ad affrontare le emergenze tutti i giorni con procedure operative adeguate. Ecco perché sarà più semplice gestire in sicurezza ogni ripresa di attività. Non dimentichiamo poi – ha concluso – che i Centri di procreazione assistita sono Istituti dei tessuti, siamo quindi sottoposti alla stessa legge che guida i trapianti di organo. Sono quindi controllati e sicuri”.
 
La rapidità è la parola d’ordine, non solo per le donne ma anche per gli uomini, ha ricordato Paolo Emanuele Levi Setti, Direttore di Dipartimento Ginecologia e Medicina della riproduzione dell’Humanitas di Rozzano Milano. “Dobbiamo tutelare le pazienti a cattiva prognosi di riserva ovarica per le quali l’attesa può tradursi in una condizione di netto svantaggio, ma dobbiamo preservare anche l’uomo – ha spiegato – non dimentichiamo infatti che alcuni partner presentano un quadro clinico che può virare verso un rapido peggioramento. In alcune condizioni l’intervento di recupero chirurgico e congelamento dello sperma, in particolare nelle patologie secretorie, quindi non in quelle ostruttive, deve essere effettuato il prima possibile: il peggioramento della condizione maschile, in questi casi, può infatti essere estremamente rapido. Il ritardo anche di due e tre mesi può compromettere irrimediabilmente il recupero degli spermatozoi. Recentemente abbiamo pubblicato su PubMed un Paper nel quale abbiamo illustrato come sia possibile recuperare un piccolo numero di spermatozoi, non presenti nell’eiaculato, anche in quegli uomini con neoplasia che non avevano congelato preventivamente gli spermatozoi. Questo fa capire quanto sia strategico agire rapidamente”.
 
Sicuramente, finito il lockdown non sarà possibile pensare di “raggiungere gli stessi numeri di attività conseguiti prima dell’emergenza. Nel nostro Centro - ha aggiunto - effettuavamo quasi 500 procedure al mese. Credo quindi che tutte le strutture dovranno ripensare ad una riorganizzazione dell’attività”.
Ma una cosa è certa: prima si riparte è meglio è. E come ha concluso Levi Setti: “Le misure indicate nel documento Sigo sono chiarissime, applicarle è quindi essenziale”.
 
Ester Maragò

10 aprile 2020
© Riproduzione riservata


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