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Tumori del sangue. I pazienti che contraggono il Covid hanno una mortalità doppia e sintomi più gravi


I risultati di uno studio italiano pubblicato su Lancet Hematology mettono in guardia. L’invito degli esperti è di includere chi ha neoplasie del sangue tra le categorie da vaccinare in via prioritaria. Nella vita di tutti i giorni, importante il rispetto delle regole e non interrompere la terapia, mantenendo un contatto costante con i pazienti.

13 GEN - Chi ha un tumore del sangue e contrae il Covid-19 ha una mortalità elevata, con un rischio doppio rispetto alla popolazione generale con infezione da nuovo coronavirus e sintomi più severi (il 20% deve essere ricoverato in terapia intensiva). Sono i risultati di uno studio italiano pubblicato su Lancet Hematology che ha coinvolto 76 Centri di ematologia, comparando 536 pazienti positivi al Covid-19 e affetti da varie patologie onco-ematologiche con la popolazione generale infettata dal coronavirus e con chi ha neoplasie ma non il Covid.
 
“La mortalità globale registrata è stata del 37%, il doppio rispetto a quella degli italiani che hanno contratto l’infezione senza avere neoplasie – osserva Pellegrino Musto, direttore dell’Ematologia del Policlinico di Bari – I risultati sono in linea con la letteratura internazionale e accendono i riflettori su questa categoria di pazienti, particolarmente fragili e a cui dovrebbe essere data priorità per il vaccino”.

Tra i fattori correlati alla mortalità più alta ci sono l’età, la malattia in progressione e la diagnosi di leucemia acuta mieloide, linfoma e mieloma, mentre non è stata evidenziata alcuna correlazione con la durata della malattia né con gli ultimi trattamenti effettuati.


“Che cosa ci dicono questi dati? Che dobbiamo lavorare molto sulla prevenzione, perché abbiamo a che fare con persone immunosoppresse, che hanno una fragilità intrinseca – continua lo specialista, che è anche Presidente della Società Italiana di Ematologia Sperimentale (Sies) – Particolare attenzione va dedicata a chi non ha l’infezione ma deve essere trattato per la neoplasia: occorre limitare gli accessi all’ospedale, senza abbandonare i pazienti. Purtroppo questo non è accaduto in maniera omogenea e costante e abbiamo assistito a un peggioramento della prognosi perché i pazienti non sono stati seguiti in modo stretto. E poi occorre applicare in modo rigido le misure di distanziamento e quelle legate all’igiene delle mani e alle mascherine”.

“Quello che ci dice questo studio (e quelli internazionali che lo hanno seguito) è che il rischio c’è e diventa ancora più alto nei pazienti anziani – afferma Sergio Amadori, presidente dell’Associazione italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma (Ail) – Questo ci insegna che il paziente oncoematologico non deve assolutamente interrompere i trattamenti. Inoltre, poiché per quanto riguarda il rischio di mortalità non c’è differenza nel paziente in trattamento e in quello che lo ha concluso, chi ha un tumore del sangue deve essere protetto il più possibile, sia a casa sia in ospedale”.
 
L’impatto psicologico
“L’impatto della prima ondata di Covid-19 sui pazienti oncoematologici è stato molto forte – conferma Davide Petruzzelli, coordinatore nazionale di Favo Neoplasie Ematologiche e presidente de La Lampada di Aladino Onlus – In letteratura molti lavori identificano come effetto collaterale di questo genere di tumori, anche in tempi normali, l’ansia. Figuriamoci quello che è successo in un momento difficile come la pandemia. Per contro, abbiamo visto difficoltà di accesso ai servizi di supporto psicologico”.

Che la paura l’abbia fatta da padrone, lo testimonia anche Amadori: “Abbiamo assistito a resistenze da parte dei pazienti e dei loro familiari per recarsi in ospedale, anche a fronte della messa in campo di strategie per continuare a erogare le terapie, che nei pazienti oncoematologici non possono essere dilazionate o interrotte – racconta – Un ruolo importante è stato giocato dagli oltre 20.000 volontari che operano presso i Centri di ematologia e che hanno consentito ai pazienti di non ritardare le loro terapie, sostenendoli nei momenti di difficoltà”.

Dal punto di vista dell’accesso ai Centri e dell’accompagnamento del paziente, la situazione è disomogenea: “Impossibile fare un discorso generale, la differenza l’hanno fatta le singole Ematologie e il livello di strutturazione del territorio – continua Petruzzelli – Di certo la psicosi alimentata dai media non ha giovato: può uccidere persone sane, figurarsi malati di cancro”.

E proprio dal territorio si dovrebbe ripartire, secondo il coordinatore Favo: “Le cure oncologiche saranno sempre meno ospedalizzate: dobbiamo organizzare percorsi sul territorio che possano gestire il paziente post acuto e lungo sopravvivente. Per farlo, è fondamentale chiedere direttamente ai pazienti quali siano i loro bisogni. Le risposte sarebbero utili per orientare le scelte”.
 
Non perdere il contatto con il paziente
“Il nostro obiettivo è sempre stato quello di ridurre il rischio di contagio del paziente oncoematologico senza interrompere le terapie – racconta Stefano Luminari, associato di Oncologia medica all’università di Modena e Reggio Emilia e specialista presso l’ematologia dell’Asl Irccs di Reggio Emilia – Inizialmente abbiamo avuto, come tutti, alcuni problemi nella gestione dei pazienti, ma in poco tempo ci siamo organizzati in modo da ridurre il rischio di contagio in ospedale”.
 
Percorsi dedicati, distanziamento, mascherine e paziente che accede da solo e soltanto se strettamente necessario. “Abbiamo lavorato molto sull’educazione del paziente, discutendo insieme le opzioni della terapia di mantenimento”.

A Reggio Emilia durante la prima ondata c’è stato un lieve calo di nuovi accessi confermato poi dall’arrivo di pazienti più compromessi alla fine della primo lockdown. “Avere una medicina del territorio funzionante sarebbe fondamentale in questo momento – sottolinea l’esperto – È importante il gioco di squadra e, nell’interesse di tutti, servono investimenti per risolvere le carenze che a volte il territorio ha. Nel prossimo futuro per i pazienti oncoematologici auspico una vaccinazione di massa che possa contribuire a contenere il contagio”.
 
Un aiuto per gli specialisti
Durante la pandemia da Covid-19 sono stati lanciati molti progetti per per facilitare il confronto tra pari in un momento ricco di novità e aggiornamenti, ma in cui la comunicazione è difficoltosa. In ambito onco-ematologico Roche ha promosso Ematolive, una piattaforma innovativa e interattiva, pensata per l’aggiornamento della pratica clinica. I contenuti sono gratuiti, di libero utilizzo e riservati al solo personale medico iscritto.  L’obiettivo è quello di agevolare e massimizzare le opportunità di incontro, la condivisione di esperienze e il confronto, per favorire l'aggiornamento scientifico in modo veloce ed efficace.
All’interno della piattaforma si possono creare nuove discussioni e proporre tematiche, organizzare meeting in diretta e crearsi una rete di contatti utile per confrontarsi sulla pratica clinica.  

13 gennaio 2021
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