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Scompenso cardiaco. L’appello dei cardiologi: “Italia indietro nelle cure, migliorare subito l’accesso alle terapie già disponibili”


Si potrebbero evitare fino a 40mila decessi annui. In un documento congiunto la Società Italiana di Cardiologia e Esc Heart Failure Association chiedono alle autorità regolatorie nazionali di facilitare l’utilizzo di terapie già approvate e disponibili e accelerare l’approvazione dei farmaci antidiabetici per i quali Ema ha già autorizzato l’uso in pazienti con scompenso, ma la cui nuova indicazione terapeutica non è stata ancora recepita dall’Italia.

11 MAG - Facilitare l’accesso dei pazienti con scompenso cardiaco alle terapie farmacologiche e interventistiche, già disponibili, superando gli ostacoli imposti dalle limitazioni connesse a piani terapeutici e registri di monitoraggio, e recepire rapidamente le nuove indicazioni d’uso di farmaci antidiabetici rivoluzionari nella cura dello scompenso, già approvati dall’Ema.

È l’appello degli esperti della Società Italiana di Cardiologia (Sic), che hanno appena firmato un documento congiunto con l’Heart Failure Association of the European Society of Cardiology per sottolineare l’importanza di implementare al più presto l’utilizzo di tutte le terapie riconosciute e approvate per essere efficaci contro una patologia che nel nostro Paese colpisce oltre un milione di persone ed è in crescente aumento, con una prevalenza del 2% sulla popolazione adulta.
 
Lo scompenso cardiaco, che ha una mortalità del 20% nelle forme più gravi e negli over 65 è la seconda causa di ricovero, assorbe il 2% della spesa sanitaria nazionale ma si tratta di costi per il 70% legati ai ricoveri e solo per il 12% connessi ai farmaci. Come sottolineano gli esperti, se le terapie fossero utilizzate maggiormente si potrebbero evitare fino a 40mila decessi per scompenso cardiaco all’anno, perché la piena implementazione dei trattamenti con tutti i farmaci a disposizione può ridurre del 65% la mortalità e i ricoveri rispetto al 15% delle terapie convenzionali, come ACE e beta-bloccanti.
 
“Negli ultimi anni nuove classi di farmaci e dispositivi medici hanno dimostrato di ridurre significativamente mortalità e ricoveri nello scompenso. Tuttavia, nonostante valutazioni ragionevolmente rapide da parte dell’Ema, l’accesso a tali farmaci è ostacolato da limitazioni adottate dalle autorità regolatorie nazionali – spiega Ciro Indolfi, presidente Sic – Così in Italia l’utilizzo su larga scala di terapie farmacologiche come sacubitril/valsartan, ivabradina, o l’utilizzo dei devices come la clip mitralica, la TAVI o l’ablazione per le aritmie, è rimasta molto inferiore a quanto atteso dalle raccomandazioni delle Linee Guida internazionali”.

Per Pasquale Perrone Filardi, presidente eletto Sic: “Sacubitril/valsartan e glifozine sono capaci di ridurre la mortalità di oltre il 20% e le ospedalizzazioni del 30% e perciò queste nuove classi di farmaci per lo scompenso sono definite “modificatrici della storia naturale della malattia” dalle Linee Guida internazionali. Entrambe però sono largamente sottoutilizzate in Italia, la prima perché gravata da necessità di piano terapeutico e la seconda perché, nonostante la rapida approvazione Ema della dapagliflozina per i pazienti con scompenso, l’Italia – prosegue – non ha ancora recepito la nuova indicazione terapeutica”. La molecola fa parte di una classe di farmaci nati come antidiabetici che successivamente si sono dimostrati capaci di migliorare drasticamente la prognosi dello scompenso e della disfunzione renale anche nei pazienti non diabetici.
 
“Le glifozine rappresentano attualmente la più rilevante innovazione terapeutica nel campo della patologia di disfunzione cardiaca e renale – aggiunge Giuseppe Rosano, presidente eletto Heart Failure Association della Esc – il ritardo nel recepimento italiano della nuova classe di farmaci per lo scompenso e il mantenimento di piani terapeutici che limitano l’accesso alle terapie innovative riduce significativamente la possibilità di allungare la sopravvivenza e migliorare la qualità di vita dei pazienti, oltre a impedire una diminuzione dei costi sanitari: è stato infatti dimostrato che la piena implementazione della terapia farmacologica con tutti i farmaci che modificano la prognosi nei pazienti con scompenso cardiaco può ridurre di oltre il 65% la mortalità e i ricoveri rispetto alle terapie convenzionali”.
 
Per questo, Sic ed Esc Heart Failure Association hanno redatto un documento congiunto con cui, come concludono Indolfi, Perrone Filardi e Rosano, “vogliamo sensibilizzare e sollecitare gli Organi Regolatori nazionali a estendere e facilitare tempestivamente l’implementazione di questi farmaci essenziali per i pazienti con scompenso cardiaco cosi come i devices innovativi: un ritardo nel loro utilizzo si traduce purtroppo e inevitabilmente in un maggior numero di vite perdute”.

11 maggio 2021
© Riproduzione riservata

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