quotidianosanità.it

stampa | chiudi


Lunedì 15 NOVEMBRE 2010
La medicina di genere, una leva per la sostenibilità del Ssn

L’attenzione alle differenze di genere nella pratica medica e ancor più nella prevenzione consente non soltanto di ottenere maggiore salute per le donne, ma anche un risparmio per il Servizio sanitario nazionale. È stato questo uno dei messaggi chiave usciti questa mattina dal congresso dal Congresso Sigo-Aogoi 2010.
La mancanza di attenzione alle differenze di genere ha comportato ampie sacche di inappropriatezza nella medicina: “Da tempo si osserva - e un editoriale scientifico pubblicato su Nature lo scorso giugno lo ha confermato - che la medicina applicata alle donne è basata sull’evidenza molto meno di quella applicata agli uomini. Questo vuol dire che c’è un margine di inappropriatezza enorme. E inappropriatezza significa un aumento dei costi”, ha spiegato Monica Bettoni, direttore generale dell’Istituto superiore di sanità.
Una problematica che parte da lontano: “I trial clinici, per esempio, sono fatti prevalentemente su uomini (la proporzione è mediamente di 3/4 uomini per ogni donna). Non è automatico che i risultati che ne conseguono siano applicabili alle donne”, ha aggiunto.
Tuttavia quello della sperimentazione clinica è solo uno degli ambiti in cui si manifesta la differenza uomo-donna e la gestione inappropriata delle risorse che ne consegue: “Nel caso delle malattie cardiovascolari, che rappresentano ancora la prima causa di morte nei Paesi occidentali, per esempio, abbiamo da poco scoperto che le donne sono più suscettibili a infarti e soprattutto a ipertensione rispetto agli uomini”, ha affermato il segretario nazionale Aogoi, Antonio Chiantera. “La soluzione quindi è una prevenzione mirata, che faccia tesoro delle differenze per indirizzare le donne verso ‘percorsi di genere’.
Il vaccino Hpv rappresenta un caso esemplare di quale possa essere l’impatto di simili pratiche”. Ad alti costi iniziali corrispondono nel tempo una riduzione delle spese conseguenti all’abbattimento della morbilltà per questo tumore.
Tuttavia, secondo il presidente Sigo, Giorgio Vittori, un simile cambiamento di rotta della medicina italiana non può non passare da un recupero della centralità della figura femminile e della maternità. Un settore in cui l’Italia sconta un pesante ritardo: “Negli anni Sessanta abbiamo chiuso l’Opera nazionale maternità e infanzia senza sostituirla con nient’altro. E questo la dice lunga sul valore attribuito nel nostro Paese alla maternità”. Invece, ha aggiunto, “la nascita e salute della donna strategiche per il Paese”, al punto che il “ginecologo può essere considerato a tutti gli effetti un officer degli interessi nazionali”.
“Dobbiamo comprendere tutti - ha precisato Vittori - qualcosa che specialmente quelli della nostra generazione hanno dimenticato”: la nascita e il tasso di fecondità sono un valore. “La nostra generazione ha vissuto l’esperienza contraria, siamo stati i primi a cui è stata offerta la possibilità di fare contraccezione e programmare la gravidanza”. Oggi il quadro si è rovesciato: il tasso di fecondità dell’Italia è di 1,34 e, “al di sotto di 2,11 la civiltà scompare”, ha affermato il presidente della Sigo. “Il tasso di fecondità, quello che durante le guerre mondiali veniva giudicato strategico, è un elemento sociale, sanitario epidemiologico e demografico che può cambiare il destino di una nazione. Se non viene tutelato questo aspetto una società scompare. Ed è per questo - ha concluso - che dobbiamo investire sulla maternità”.
 
A.M.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA