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Lunedì 09 MAGGIO 2022
Partoanalgesia. Ares pronta ad introdurre la tecnica col protossido di azoto. I dubbi di Aaroi Emac

Per le future mamme sarà possibile alleviare il dolore con una metodica alternativa all’epidurale. Marcias: “Contrastiamo il flusso di donne che migrano verso altri presidi dove è possibile praticare il parto indolore a discapito dei piccoli ospedali, dove è più frequente la carenza di figure come l'anestesista". Ma Iesu avverte: “Il protossido di azoto è sicuro se utilizzato in modo corretto, indispensabili tutte le figure necessarie ad intervenire in caso di complicanze”

A breve, nei presidi ospedalieri isolani, per le future mamme sarà possibile partorire senza dolore con l’introduzione della tecnica del protossido di azoto e l’induzione, conseguente, di un rilassamento psichico e muscolare. Lo annuncia con una nota l’Azienda regionale per la Salute (Ares) che approfondisce: “Diventare mamme soffrendo di meno e vivendo il momento del parto nel miglior modo possibile: è questo l'obiettivo del progetto che Ares Sardegna, attraverso il Servizio Technology Assessment, sta avviando con l'acquisizione dei sistemi di partoanalgesia con protossido di azoto destinati alle strutture di Ginecologia e Ostetricia degli ospedali della Sardegna”.

“L'iniziativa – prosegue la nota - nasce nell'ottica di un miglioramento della qualità assistenziale rivolta alle gestanti con l'obiettivo di garantire l'accesso alle cure palliative e ridurre il dolore durante il parto. Con la legge n. 38 del 15 marzo 2010 e con l'inserimento della partoanalgesia tra i LEA è stato, infatti, sancito il diritto della donna a scegliere di partorire senza dolore. Il protossido di azoto rappresenta quindi una valida alternativa per tutte le future mamme che potranno richiedere questo sistema per alleviare il dolore durante il travaglio”.

"È una tecnica non invasiva che non interferisce con la naturalità dell’evento nascita e ha il vantaggio che la donna può chiedere di usufruire di questo servizio direttamente in sala parto, dopo aver sottoscritto un consenso informato - dichiara Maurizio Marcias, Direttore del Servizio HTA -. Inoltre, tale sistema ha il potenziale di contrastare il flusso di donne che spesso migrano verso altri presidi dove è possibile praticare il parto indolore a discapito dei piccoli ospedali, laddove invece è più frequente la carenza di figure professionali, come quella dell'anestesista".
 
“Il protossido di azoto è un gas che – si legge nella nota -, una volta inalato, riduce l’ansia e allevia la sensazione dolorosa, favorendo la produzione di endorfine, ovvero gli ormoni del benessere che hanno un effetto analgesico. La futura mamma inala il gas nel momento in cui lo ritiene opportuno, alcuni secondi prima della contrazione, utilizzando una mascherina collegata alla bomboletta che contiene il protossido di azoto, aiutata solo dall’ostetrica, poiché non è richiesta la presenza dell'anestesista”.

"Il gas esilarante – prosegue concludendo Marcias - è innocuo, riesce a ridurre molto la sensazione del dolore, attraverso l'induzione di un  rilassamento psichico e muscolare permette alle donne di restare sveglie durante le varie fasi del parto, vivendo così questo momento speciale in una condizione di benessere generale e alleviando il dolore attraverso la respirazione del protossido d’azoto con l'ausilio di una mascherina”.

Sentito da Quotidiano Sanità, il presidente Regionale AAROI-EMAC, Cesare Iesu, interviene sull’argomento approfondendo a sua volta: “Introdurre nelle sale parto il protossido di azoto in alternativa all’epidurale deve poter essere una ‘scelta’ della partoriente, ma mai una ‘esclusività’ per sopperire alla mancanza dei medici specialisti indispensabili e sulla presenza dei quali si fonda l’apertura, in tutta sicurezza, della struttura di un Punto nascita”. 

“Va bene che il protossido d'azoto è un gas che ha un lieve effetto euforizzante, ansiolitico e analgesico - spiega l’anestesista -, ma va detto che è anche un po' meno efficace dell’epidurale e non deve mai essere utilizzato allo stato puro ma viene miscelato al 50% con ossigeno; questa proporzione va costantemente monitorata perché se l’ossigeno viene a diminuire, il gas diventa nocivo. Il protossido d’azoto deve inoltre essere somministrato attraverso una mascherina idonea a non disperdere il gas all’esterno, l’inalazione deve poter essere garantita esclusivamente alla donna (il personale sanitario e medico non deve venirne a contatto)  e l’ ambiente di sala parto deve essere ben arieggiato”.

“Ricordiamoci che il protossido di azoto è un farmaco e come tale deve essere prescritto da un medico – prosegue il Presidente AAROI-EMAC -, capita che possa causare nausea e stordimento. Sono inalazioni che la partoriente si trova comunque a ripetere durante le contrazioni ed il travaglio. Vi è poca letteratura scientifica su questa tecnica di partoanalgesia e da quella esistente si è però appreso anche di alcune rare controindicazioni, legate a patologie come l’enfisema polmonare, l’embolia, la grave dilatazione del tratto gastro-intestinale, il by-pass cardio-polmonari”. 

“L’introduzione del protossido di azoto è sicuro se utilizzato nella maniera corretta – sottolinea Iesu -, richiederò ad Ares l’utilizzo di un protocollo clinico che dovrà essere comune per tutti i Punti nascita territoriali nonché chiederò di visualizzare il ‘consenso informato’ di cui si chiede la sottoscrizione della partoriente. Ma come accennato, l’effettuazione di questo tipo di partoanalgesia non deve far pensare minimamente all’opportunità di far partorire le donne senza la presenza nel Punto nascite di un anestesista, ma anzi, sono altresì indispensabili le figure del chirurgo ginecologo, degli infermieri specializzati, degli Oss, ultimamente anche dei pediatri”. 

“La presenza di tutte queste figure – conclude l’anestesista – sono importanti per intervenire tempestivamente là dove ci dovessero essere delle complicanze durante il travaglio e fosse necessario adoperarsi con un cesareo, o in un caso ad esempio di emorragia subito dopo il parto. Ecco perché è indispensabile anche una sala di rianimazione nel presidio dove vi è una sala parto. Si tratta di eventi sui quali non si può sottoscrivere la garanzia dell’esclusione del rischio che accadano in una donna che partorisce, ma, come purtroppo è più volte capitato, anche da quello che ho potuto vedere dal mio trascorso professionale, si tratta di ‘imprevisti’ non calcolabili e sui quali bisogna soltanto essere presenti e pronti ad agire. L’ostetrica ha un ruolo fondamentale nel seguire il percorso della partoriente insieme al ginecologo, ma di fronte alle complicanze del parto non ha la competenza dell’anestesista e del chirurgo ginecologo. Questo deve essere chiaro”.

Elisabetta Caredda

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