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Martedì 21 MARZO 2023
Le risorse idriche sono sempre meno e quelle che ci sono le sprechiamo per una rete di distribuzione che “fa acqua” da tutte le parti. Persi 157 lt al giorno per abitante. Il focus dell’Istat

Il volume di acqua disperso nel 2020 avrebbe sodddisfatto le esigenze idriche di oltre 43 milioni di persone per un anno. Non solo perdite idriche nella rete di distribuzione anche la gestione del servizio idrico in alcune aree del Paese è ancora frammentata. In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, l’Istat fornisce una lettura delle statistiche sulle acque IL REPORT

In Italia nel 2020 erano 2.391 gestori di servizi idrici, 161 in meno rispetto al 2018, ma la gestione è ancora fortemente frammentata. E sempre nello stesso anno sono erogati ergati ogni giorno per gli usi autorizzati 215 litri di acqua potabile per abitante nelle reti comunali di distribuzione. E ben 6,7 milioni di residenti non erano allacciati alla rete fognaria pubblica
Nel 2021 sono adottate misure di razionamento dell’acqua in 15 comuni capoluogo di provincia/città metropolitana (erano 11 nel 2020), due anche nel Centro-Nord.

Questi alcuni numeri forniti dall’Istat in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 e celebrata ogni anno il 22 marzo. Dal report emerge con chiarezza che ilvolume di acqua disperso nel 2020 avrebbe sodddisfatto le esigenze idriche di oltre 43 milioni di persone per un anno.

Vediamo in sintesi cosa è emerso.
La salvaguardia delle risorse idriche e la gestione efficace, efficiente e sostenibile dei servizi idrici rientrano tra gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ricorda l‘Istituto di statistica che traccia un quadro critico del nostro Paese.



Ancora frammentata la gestione del servizio idrico in alcune aree del Paese
Nel 2020 i gestori dei servizi idrici per uso civile erano 2.391 (1.997 gestori in economia (83,5%), ovvero enti locali, e 394 gestori specializzati (16,5%). E con un trend in progressiva diminuzione sin dal 1994, anno della riforma che ha avviato il servizio idrico integrato (i gestori erano 7.826 nel 1999): rispetto al 2018 il numero dei gestori si è ridotto di 161 unità, a seguito delle trasformazioni gestionali che hanno interessato alcuni territori, tra cui le province di Como, Varese e Rieti.

Persiste una spiccata parcellizzazione gestionale, per l’incompleta attuazione della riforma, soprattutto in Calabria, Campania, Molise, Sicilia, Valle d’Aosta/Vallée d'Aoste e nelle province autonome di Bolzano/Bozen e Trento.

L’approvvigionamento di acqua per uso potabile è gestito da 1.619 enti (-95 sul 2018), l’80,1% dei quali opera in economia (1.297). Le reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile sono gestite da 1.965 enti (-123). Nell’85,1% dei casi si tratta di gestori in economia (1.673) e nel 14,9% di gestori specializzati (292).
La fognatura comunale, gestita da 2.131 enti (-132), è il servizio idrico con il più alto numero di gestori e in cui si ha la maggiore quota di operatori in economia (1.946, pari al 91,3%).
La depurazione delle acque reflue urbane è il servizio con il minor numero di enti gestori: 1.377 nel 2020 (-74), che per l’83,5% sono gestori in economia (1.150) e 16,5% gestori specializzati (227).

Italia ancora in testa tra i Paesi Ue nei prelievi per uso potabile
Il volume di acqua per uso potabile prelevato per impieghi domestici, pubblici, commerciali, artigianali, industriali e agricoli che rientrano nella rete comunale era di 9,19 miliardi di metri cubi nel 2020. Il prelievo giornaliero di 25,1 milioni di metri cubi, pari a 422 litri per abitante, è reso possibile da una capillare rete di approvvigionamento, che si dirama in base all’ubicazione dei corpi idrici, alle esigenze idriche locali, alla performance del servizio e alle condizioni delle infrastrutture di trasporto dell’acqua.

Nonostante la riduzione dello 0,4% rispetto al 2018, l’Italia si conferma, ormai da più di un ventennio, al primo posto tra i Paesi Ue per la quantità, in valore assoluto, di acqua dolce complessivamente prelevata per uso potabile da corpi idrici superficiali o sotterranei. In termini pro capite, l’Italia (155 metri cubi annui per abitante) si colloca in seconda posizione, preceduta solo dalla Grecia (158) e seguita a netta distanza da Bulgaria (118) e Croazia (113).

Acque sotterranee, la risorsa più grande e preziosa per l’uso potabile
Nel 2020 l’85% circa del prelievo deriva da acque sotterranee (48,9% da pozzo e 35,8% da sorgente), il 16,1% da acque superficiali (9,6% da bacino artificiale, 5,0% da corso d’acqua superficiale e 0,5% da lago naturale) e il restante 0,1% da acque marine o salmastre.
Le fonti d’acqua sotterranea costituiscono la modalità di approvvigionamento prevalente in Italia, con quote superiori al 75% in tutti i distretti idrografici, ad eccezione della Sardegna, dove poco meno del 22% del prelievo deriva da sorgente o pozzo. I distretti Appennino centrale e Alpi orientali utilizzano fonti sotterranee per oltre il 95% dei prelievi effettuati sul loro territorio.
L’utilizzo idropotabile di acque superficiali è prevalente nel distretto della Sardegna, soprattutto per i prelievi da bacino artificiale che incidono sul 77,8% del volume complessivo. In percentuale molto più bassa, ma più consistente in volume, è lo sfruttamento di bacini artificiali nei distretti Appennino meridionale (15,9%), in particolare in Basilicata (80,8% del volume regionale), e Sicilia (15,2%).

Circa un terzo dell’acqua prelevata sottoposta a trattamento di potabilizzazione
Per garantire la qualità dell’acqua fino al rubinetto, il 27,9% dei volumi prelevati nel 2020 è sottoposto alla potabilizzazione per la rimozione delle sostanze contaminanti (come nel caso della filtrazione) e il restante 72,1% alla disinfezione o non subisce alcun trattamento. I casi di totale assenza di trattamento sono sporadici, generalmente associati a sorgenti di alta quota o a pozzi utilizzati a pieno regime, dove la qualità dell’acqua è buona ed è immessa direttamente in distribuzione, senza serbatoi di accumulo.

Data la migliore qualità delle acque sorgentizie, dei 3,29 miliardi di metri cubi prelevati a scopo idropotabile appena il 3,0% è sottoposto a potabilizzazione. Lo sfruttamento delle sorgenti prevale nei distretti idrografici Appennino centrale (71% circa del volume) e Appennino meridionale (45,6%).
Dei 4,50 miliardi di metri cubi di acqua prelevati dai pozzi, tipo principale di approvvigionamento, poco meno di un quarto (24,5%) è potabilizzato. Nel distretto del Fiume Po, soprattutto nell’area della pianura padana, si concentra il 41,9% del volume prelevato da pozzi e la maggiore quota di volumi potabilizzati.

L’acqua prelevata da corsi d’acqua superficiali (459,2 milioni di metri cubi) è prevalentemente sottoposta a trattamento di potabilizzazione (92,0%). Questi prelievi prevalgono, in termini di incidenza, nel distretto Appennino settentrionale (18,7% del volume prelevato) e, in termini di volume, nel distretto del fiume Po.

Frequente la potabilizzazione anche per i prelievi da lago naturale, quasi totalmente localizzati nel distretto idrografico del Fiume Po: dei 42,0 milioni di metri cubi prelevati, il 96,6% è sottoposto a trattamenti di potabilizzazione (tranne una piccola quota trattata con la disinfezione).

Le acque marine o salmastre prelevate a scopo idropotabile, che ammontano a 11,1 milioni di metri cubi, (0,1% del totale prelevato), sono completamente sottoposte a trattamento di potabilizzazione. La riduzione del volume di acqua, a causa del processo di desalinizzazione, è piuttosto elevata, restando disponibile per le successive fasi di adduzione e distribuzione circa il 40% della risorsa prelevata.

Le Regioni con la maggior quota di acqua sottoposta a trattamenti di potabilizzazione sono Basilicata (80,9%) e Sardegna (79,0%), a causa dei consistenti prelievi da corsi d’acqua e bacini artificiali, ma le quote sono consistenti anche in Puglia (55,1%), Toscana (55,0%) ed Emilia-Romagna (50,0%)

In distribuzione persa l’acqua necessaria al fabbisogno di 43 milioni di persone
Nel 2020, rispetto al 2018, i volumi complessivi movimentati nelle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile diminuiscono di circa un punto percentuale, mentre le perdite in distribuzione (42,2%) non presentano variazioni significative (erano al 42,0%), confermando ancora lo stato di inefficienza di molte reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile.

Le perdite rappresentano uno dei principali problemi per una gestione efficiente e sostenibile dei sistemi di approvvigionamento idrico e, benché molti gestori del servizio idrico abbiano avviato iniziative per garantire una maggiore capacità di misurazione dei consumi, sottolinea l'Istat, la quantità di acqua dispersa in rete continua a rappresentare un volume cospicuo, quantificabile in 157 litri al giorno per abitante. Stimando un consumo pro capite pari alla media nazionale, il volume di acqua disperso nel 2020 soddisferebbe le esigenze idriche di oltre 43 milioni di persone per un intero anno.

Ingenti le perdite idriche nelle aree del Centro e del Mezzogiorno
Sebbene le perdite abbiano un andamento molto variabile, le differenze territoriali e infrastrutturali ripropongono la consolidata geografia di un gradiente Nord-Sud, con le situazioni più critiche concentrate nelle aree del Centro e Mezzogiorno, ricadenti nei distretti idrografici della fascia appenninica e insulare.

I valori più alti si rilevano, nel 2020, nei distretti Sicilia (52,5%) e Sardegna (51,3%), seguiti dai distretti Appennino meridionale (48,7%) e Appennino centrale (47,3%). Nel distretto del Fiume Po l’indicatore raggiunge, invece, il valore minimo, pari al 31,8% del volume immesso in rete; l’indicatore risulta di poco inferiore al dato nazionale nei distretti Alpi orientali (41,3%) e Appennino Settentrionale (41,1%).

In nove regioni le perdite idriche totali in distribuzione sono superiori al 45%, con i valori più alti in Basilicata (62,1%), Abruzzo (59,8%), Sicilia (52,5%) e Sardegna (51,3%). Di contro, tutte le regioni del Nord hanno un livello di perdite inferiore a quello nazionale, ad eccezione del Veneto (43,2%); il Friuli- Venezia Giulia, con il 42,0%, è in linea con il dato nazionale. In Valle d’Aosta/Vallée d'Aoste si registra il valore minimo (23,9%), seppur in aumento di circa due punti percentuali rispetto al 2018. In circa una regione su quattro le perdite sono inferiori al 35%.

Circa una provincia/città metropolitana su due ha perdite idriche totali in distribuzione superiori al dato nazionale. Si perde almeno il 55% del volume immesso in rete in 20 province che, ad eccezione delle province di Belluno e La Spezia, sono localizzate nel Centro e nel Mezzogiorno. Nelle Isole l’87% circa della popolazione risiede in province con perdite pari ad almeno il 45%, contro il 4% del Nord-ovest.

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