quotidianosanità.it

stampa | chiudi


Lunedì 02 SETTEMBRE 2013
La sanità va cambiata, non "effemminizzata"



Gentile Direttore,
vorrei offrire il mio contributo alla speciale “Donne e medicina”.
Ringrazio il Prof. Cavicchi per aver dato avvio a questa interessante ed opportuna discussione nella quale intervengo timidamente perché sono donna, ma sono infermiera e fin qui hanno parlato solo donne medico. Vorrei intervenire perché anche gli infermieri fanno la medicina e soprattutto perché in questa discussione c’è qualcosa che non mi torna, che non mi convince; cercherò di spiegarmi meglio di seguito.

Prima di tutto dico che mi piacerebbe sentire cosa pensano gli uomini delle professioni sanitarie e, dunque, dare avvio anche a uno speciale “Uomini e medicina”. Credo infatti che questa discussione abbia fatto un gran bene alle donne e alla medicina in quanto ha permesso di fare ordine mentale riflettendo e distinguendo fra le capacità che le donne medico hanno e che sono riconducibili ad un indole e quindi sono innate, ma che sono anche riconosciute e volute dalla società e quindi da molte acquisite con il genere, e capacità invece acquisite con la formazione-professione medica (Cavicchi 2010). A questo proposito, temo che molti uomini medici, come molte donne medico, pensino invece e semplicemente che la differenza di genere in medicina si limiti al fatto che le donne abbiano capacità innate, prevalentemente di tipo deontologico, legate quindi ad una buona educazione, o perché portatrici di un supplemento di anima, innato o acquisito, e che in queste loro capacità riconosciute siano tollerate perché, “si sa”, la donna è prima femmina, poi donna e forse anche medico. Quindi è più tenera, più comprensiva  più dedita all’ascolto, alla relazione ed alla sopportazione rispetto agli uomini “maschi” medici.

E credo che sia principalmente per questo che molte donne in medicina si comportino come i maschi, perché “condannate” a questa “indole” a questo innatismo che produce un pensiero fuorviante per la medicina. Fuorviante perché, nell’immaginario collettivo, la medicina è solo scienza e non filosofia e la filosofia non è scienza, medicina è concretezza e non metafisica e quindi una donna medico, inizialmente anche in minoranza, talvolta anche madre, ed in più portatrice di un valore aggiunto che non aggiunge scienza è una donna medico che pratica e opera una medicina meno buona.

Pertanto, come la medicina, in passato, ha dovuto liberarsi dai troppi elementi metafisici, divenendo positivista e scientista, cosi, la donna medico, rimanendo anche femmina, ha dovuto recuperare  un po’ di positivismo e lo ha fatto esercitando la professione come un  maschio medico . Ed è un po’ quello che è accaduto e accade agli infermieri da sempre.

Gli infermieri hanno sofferto di un retaggio culturale, di provenienza, che ha reso la professione infermieristica poco professione e più mestiere e l’infermiere poco professionista e più mestierante, per troppo tempo. L’infermieristica nel passato era svolta solo da donne in un ambiente culturalmente a dominanza medica, ed in organizzazioni maschili. L’infermiere, quindi per avere un minimo di titolarità, intesa come insieme di poteri, ha usato prevalentemente una razionalità tecnica. Gli infermieri hanno cercato evidenze scientifiche, obiettività, hanno cercato di impegnarsi per conoscere il più possibile e per riscattarsi da un passato che non le vedeva altro che portatrici d un sapere femminile, creativo e comunque subordinate al medico maschio o femmina che fosse. Tutto ciò ha allontanato, però e non poco, la propria attenzione da quello che il malato è e che l’infermiere dovrebbe essere.

L’intenzione professionale infatti dovrebbe essere quella di instaurare un rapporto di cura , una relazione capace di dar vita a un fenomeno assistenziale che si dovrebbe caratterizzare per gli aspetti non solo tecnico-scientifici, ma anche per le riflessioni, le relazioni, l’assistenza, la terapia, il ricovero, e anche  spirito, sensibilità, attenzioni, gesti, e meditazione, intesa come momenti di raggiunto silenzio mentale, di chiarezza, di lucidità ed ordine professionale dal quale poi nasce l’abilità, l’intuizione.

La cura, quindi, non essendo riducibile alla terapia, è qualcosa che dovrebbe riguardare anche gli infermieri, purché gli infermieri ripensino il modo della cura, esattamente come dovrebbero fare i medici, uomini o donne che siano, perché cura non è solo assistenza e non è solo clinica.

Pensiamo ad esempio alla relazione, di cui le donne medico si fanno portatrici. L’infermiere con la natura relazionale della funzione assistenziale potrebbe coprire gran parte della cura medica e tutta la cura infermieristica, ma non lo fa perché il malato da sempre appartiene alla sfera propria di conoscenza del medico; pertanto l’infermiere non può conoscere il malato, potrebbe riconoscerlo, ma non può, la prassi non lo contempla, perché la relazione è intesa come una potenzialità o peggio una cosa occasionale, accidentale e spesso è solo “question asking”,  solo intervista, quindi “prescrizione di scelte esplicite apparentemente nelle risposte, ma implicite già nelle domande” (Cavicchi 2004).

La relazione non è nella prassi, non solo infermieristica, non è nella prassi sanitaria. Allora, quale cura fra le molte a disposizione è quella infermieristica? E quella medica? Dove, in quale luogo, in quale processo deve situarsi la cura ripensata e ritematizzata, oltre e al di là delle pratiche mediche di terapia o religiose di cura dell’anima?

Per rispondere a questi quesiti è necessario riflettere su alcuni punti. Se la cura è un sistema di aiuto ( Cavicchi 2010) userà un sapere critico, riflessivo, multidisciplinare, tecnico e funzionale che si incarica di rileggere l’uomo che si è determinato cadendo in uno stato di malattia ed “il suo darsi forma”, come essere malato, con il suo modo di essere, per comprenderlo e curarlo e possibilmente guarirlo. La traccia da seguire durante il viaggio conoscitivo di ogni soggetto/individuo/persona, in ogni luogo della cura è, allora, sicuramente rappresentata dalla formazione umana dell’uomo. Tra le scienze della educazione vi è un sapere, in particolare, che si incarica di rileggere l’uomo ed il darsi della sua forma nel determinarsi dei processi di vita che via ,via, nella sua quotidianità, l’uomo si trova a vivere, compreso il processo di malattia. Un sapere che s’ incarica quindi di capire qual è la formazione dell’uomo malato, un uomo che diventa, a causa della malattia, “altro da sé”, quali sono le alleanze terapeutiche che si possono sviluppare e come svilupparle, quali sono i suoi  modelli  esplicativi di salute e malattia,quale potrà essere il recupero del suo ruolo sociale,il suo reintegro , la sua morte serena. Questo sapere è la pedagogia criticamente e riflessivamente considerata, intesa proprio come scienza dell’uomo e delle sue forme (Boffo A., 2006). Credo che pensare all’uomo, in quanto forma, aiuti gli infermieri e l’assistenza, perché permette di ricomporre l’unicum che è la persona umana con la sua storia, le sue tracce, i suoi valori, le sue credenze, le sue utopie e quindi aiuta la professione ad essere presenza, continuità, ad operare per e nella complessità.

Pensare all’uomo in quanto forma, però, credo aiuti anche la clinica, il medico, la medicina perché permette di conoscere di più e meglio il malato, permette al medico quindi  di passare da una clinica osservazionale dove il segno ed il sintomo comunicano  ad una clinica relazionale , interpretativa dove i soggetti parlano, comunicano per fare meglio la diagnosi e per sviluppare alleanze terapeutiche, perché meglio si conoscono. Per passare da una clinica osservazionale ad una clinica relazionale credo che serva di considerare, come nodi concettuali ,anche altri trascendentali come: l’intenzionalità, la volontà, la relazione, il soggetto-persona. Quindi, credo che sia impensabile cambiare modo di essere medico, infermiere senza prima accedere ad una nuova o vecchia consapevolezza di sé come essere e poi come professionista.

Il Prof. Cavicchi parla, a ragione, di Interconnessioni da organizzare per essere migliori, io credo che sarebbe bene interconnettere anche l’essere uomo con l’essere professionista. Altra riflessione, secondo me, opportuna è questa: se l’uomo è la sua formazione allora la formazione umana dell’uomo, sano o malato, è cura. La cura quindi istruisce l’impostazione della relazione dando forma ai soggetti del rapporto, la cura sostiene il mutamento e la trasformazione della singola soggettività, a partire da ogni soggettività che con la propria ha un legame di attenzione, di sostegno, di dialogo, di ascolto: di cura appunto. Una cura che non usa una sola conoscenza, ma tutte quelle che servono per conoscere davvero il malato, il mondo della malattia e la malattia.

Ciò che non mi è chiaro è dunque e sostanzialmente, questo:
la differenza di genere in medicina, secondo me, penalizza fortemente le donne sul piano della condizione del lavoro in termini di titolarità, intesa prevalentemente come progressione di carriera, ma non sono altrettanto sicura che la parità di genere, cosi come è oggi, che subentra nella relazione di cui le donne medico sono portatrici, garantisca cure migliori o che comunque possa essere l’idea nuova di medicina. Tutto vorrei all’infuori che si avviasse un processo di effemminizzazione della medicina perché, secondo me, questo non sarebbe un vero cambiamento. Avviando un pensiero critico dico che, se è vero (Vicarelli 2008) che il processo di effemminizzazione della medicina è iniziato negli anni ’70 , questo non ha determinato ad oggi nessuna contro prospettiva significativa, anzi direi che ha portato a fermarsi ormai da troppo tempo sui concetti di umanizzazione, customer satisfaction e via dicendo, delineando soluzioni non congrue rispetto alla domanda di presenza e attenzione che i cittadini, i malati pongono, solo più gentilezza ed amabilità.

Io credo che la contraddizione sia tra una vecchia organizzazione maschile del lavoro sanitario e la mancanza, ancora oggi, della necessità da parte della maggioranza dei medici, uomini e donne, di ripensare la medicina, ripensare la cura, ripensare i modi di essere medico, malato, ospedale . Le donne in medicina sono tante, meno a livelli dirigenziali alti, ma sono anche lì, ma questo non è sufficiente, evidentemente, a determinare un cambiamento vero.

Inutile, quindi, insistere su un processo che non porterebbe da nessuna parte e che soprattutto non permetterebbe di riconciliarsi con la comunità servita. Gli infermieri hanno iniziato a manifestare disagio per una cura che non cura completamente, per una medicina neopositivista che non richiede prassi diverse da quelle osservazionali, caratterizzate da saperi mai soggettivati, impersonali, prive di interconnessioni, dispendiose e costose. Gli infermieri hanno capito da tempo l’importanza di intendere il malato-uomo come un testo, da tempo interpretano andando oltre il visibile, ma quella conoscenza rimane tacita perché non serve, nella prassi non serve, pochi vogliono conoscere quella conoscenza “altra” di cui l’infermiere ed il malato sono possessori. Hanno avviato organizzazioni a rete capaci di aiutare gli operatori ad avere relazioni di co-responsabilizzazione con i cittadini, hanno esperito modelli organizzativi innovativi, sanno essere flessibili , sanno lavorare anche fuori dai piani standardizzati, sanno usare saperi di tipo antropologico e pedagogico, ma da soli non decollano. Gli infermieri sono tanti, le donne medico pure i medici uomini che ripenserebbero volentieri la cura. Anche i governatori che si lamentano per la non parità dei bilanci regionali sono “tutti i governatori”, i politici  che chiedono risparmio sono i più, perché non si trovano insieme per realizzare una progetto applicativo per  una nuova medicina?
 
Prof. Cavicchi, io sento che sia questa la vera contraddizione, ma forse mi sbaglio. Ma allora mi aiuti a capire chi deve scegliere tra A e non A? Che nessuno, alla fine voglia scegliere? Cosa manca alle donne medico, che avrebbero accanto anche tutta la professione infermieristica, per rimuovere la contraddizione tra A e non A? Forse le contraddizioni prima di essere rimosse devono essere percepite come tali?

La relazione è una buona idea, direi che è l’idea, ma va messa in un progetto strutturato di ripensamento realistico, concreto, capace di produrre interconnessioni possibili con l’intero sistema di cura, non può restare una soluzione cognitiva, o peggio una potenzialità del genere femminile medico, io credo .

Marcella Gostinelli
Infermiera dirigente
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA