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Giovedì 10 OTTOBRE 2013
Quant’è (era?) "maschia" la chirurgia



Gentile direttore,
ho iniziato a  chiedermi quale contributo avrei potuto dare all’interessante e attualissimo dibattito che riguarda le donne e la professione medica mentre frequentavo un seminario di approfondimento professionale.  Subito alcuni particolari, che erano rimasti a margine del mio campo di osservazione, hanno assunto un peso diverso. In “cattedra” nove  docenti – due sole donne, in ruoli gregari. Invece tra noi discenti  le donne erano la maggioranza assoluta, e se stratificavo la popolazione presente per fasce d’età la predominanza femminile aumentava  inversamente all’anzianità.
 
E’ così ormai pressoché in tutte le branche della medicina, me  lo  confermano colleghi di tutte le discipline (accompagnando l’informazione con commenti di colore variabile tra il positivo e il perplesso con varie sfumature intermedie). Durante le pause caffè ho avuto modo di scambiare qualche opinione con colleghe e colleghi, e mi ha colpito l’atteggiamento grintoso e concentrato  delle une a fronte di quello distaccato e tendenzialmente relativista degli altri. Stavamo tutti cercando di apprendere una tecnica molto utile nella pratica clinica ma sembrava che la maggior parte degli uomini presenti fosse dubbiosa e critica sulle reali possibilità di farne uso nel proprio settore,  mentre le donne, me compresa,  erano generalmente molto motivate  e convinte che queste acquisizioni avrebbero migliorato la loro qualità di lavoro. 
 
Ma allora perché anche in questo caso nessuna donna tra gli ideatori, i promotori, i realizzatori  e i riferimenti letterari presentati durante il corso? Esiste davvero un cambiamento in atto che riguarda il ruolo femminile nella società? Io sono nata e cresciuta, professionalmente parlando, in ambiente chirurgico. Come dire: il tempio del maschilismo.  Quando ho cominciato a frequentare l’ospedale con il camice della studentessa (trent’anni fa  ormai) le regole del gioco erano molto dure per tutti: disponibilità senza orari, orari peraltro massacranti, sedute operatorie infinite durante le quali non si aveva nemmeno il diritto alla pausa-toilette, nessuna retribuzione (tranne che per i pochi fortunati titolari di borsa di studio) e nessun diritto, rispetto assoluto per la gerarchia che acquisiva connotati di divinità approssimandosi al vertice della piramide.
 
In questo contesto, che  la chirurgia fosse roba da uomini e che alle donne fosse destinato uno spazio molto marginale  te lo facevano capire in tutti i modi fin dai primi giorni. Innanzitutto gli strutturati erano pressoché solo uomini. Se poi avevano un incarico, un titolo, una qualunque posizione gerarchica,  allora erano certamente uomini. La distribuzione degli incarichi, dal più importante al più stupido, era funzione della gerarchia non meno che del sesso, sicché gli uomini avevano sistematicamente molte più occasioni delle donne per imparare e crescere professionalmente. Questo valeva anche per i criteri di assunzione nei concorsi e di promozione interna, per l’assegnazione dei titoli di merito come dei lavori scientifici ma non vi era settore dove si derogasse nemmeno fra noi studenti (ricordo che  in laboratorio gli uomini comparivano per svolgere i compiti di maggiore interesse professionale solo dopo che le donne avevano preparato i materiali, per poi sparire al momento delle pulizie finali).
 
In sala operatoria poi si insegnava la legge applicata sul campo: le donne – che ben raramente ho visto nel ruolo  di primo operatore  – dovevano misurarsi con la resistenza fisica e la fatica muscolare  e ad avere un cedimento, che so, un calo di pressione o di zuccheri , una cefalea ormonale,  un bicipite non abbastanza allenato,  subito piovevano  le battute salaci e le occhiate di commiserazione: sarà incinta, eh le donne ma perché si ostinano a fare il chirurgo  e non stanno a casa a fare la calza…. Gli uomini dettavano i loro ritmi, fatti di lavoro, studio e attività scientifica, forti di un piccolo esercito di mogli, compagne, eterne fidanzate che si occupavano di farli sopravvivere, nutrirli, provvedere al loro guardaroba ed ai loro figli.
 
Chi di noi  ha stretto i denti e resistito alla tentazione di una vita più facile,  ha accettato di pagare un prezzo variabile ma sempre elevato:  portandosi dietro magari il pancione dei nove mesi fra ambulatori e lezioni obbligatorie perché bastava qualche mese di assenza per far dimenticare anni di attività frenetica,  correndo a casa fra un giro e un controgiro per occuparsi dei figli o preparare la cena, alzandosi al mattino molto prima dei colleghi uomini per potersi fare carico delle pulizie, delle lavatrici, del bucato da stirare, rinunciando a relazioni e amicizie se non quelle sul lavoro, rischiando perennemente il divorzio perché cronicamente stanche nei momenti della giornata in cui compagni e mariti si aspettano invece scintille di vitalità.
 
E tuttavia le donne diventavano mature e poi anziane ma non progredivano, non sfondavano; per quanto alla fine guadagnassero un tacito riconoscimento e credito per le loro capacità e la loro caparbietà,  quasi mai questo riconoscimento diventava ufficiale, consentendo loro di acquisire anche una posizione di comando.  Mi spiego meglio. In medicina la posizione gerarchica non ha solo una valenza organizzativa, come accade in altri settori professionali e come illusoriamente i nostri giudici vorrebbero che accadesse  anche nel nostro, quando ci bacchettano nelle loro sentenze. Nel nostro lavoro nessun titolo, curriculum o anzianità può  sostituire il giudizio del superiore, che ha di fatto il potere di permettere o impedire la crescita professionale e lo fa  in base a elementi totalmente arbitrari e soggettivi. Questo rende in parte ragione delle molte cause per mobbing che la nostra categoria ha intentato negli ultimi decenni e anche del perché la maggior parte di essa  sia destinata al fallimento.
 
Per quanto mi riguarda, negli anni mi sono abituata a frequentare congressi e convegni di impronta totalmente maschile, dove le rare personalità femminili immancabilmente invitate da oltre confine facevano scalpore come un’apparizione mariana a un festival dell’Unità, e  con il passare degli anni  mi sono rassegnata a considerare questa realtà come un dato di fatto la cui modifica, se anche possibile, sarebbe stata  a beneficio esclusivo delle generazioni future.
 
In realtà le cose, sia pure non sempre in modo percettibile, stanno cambiando anche in medicina, persino in chirurgia. La mia generazione, spesso mi dico – anche per consolarmi – sta attraversando un cambiamento epocale che riguarda l’intero ruolo femminile nella società e ovviamente anche il rapporto della donna con se stessa. Nell’arco di pochi decenni noi medici ospedalieri abbiamo assistito al passaggio dall’impero dei “baroni” alla sanità aziendale dove il  potere è nelle mani dei politici e i medici, come le altre figure professionali, sono ministri senza portafoglio.  Al di là degli aspetti macroscopici, ampiamente esposti all’opinione pubblica, questa rivoluzione ha toccato profondamente l’essenza stessa della professione medica e del rapporto medico/paziente. 
 
Noi  che siamo cresciuti professionalmente ed umanamente introiettando e strutturandosi  intorno a valori condivisi come la centralità del paziente, il rispetto dell’anzianità in quanto sinonimo di esperienza e competenza, la certezza di una ragionevole progressione di carriera a fronte di crescenti  responsabilità ma anche di maggiori gratificazioni professionali e competenze specifiche, ci siamo trovati in rapida progressione parte di un sistema frenetico al cui centro c’è un malinteso concetto di produttività e  dove ogni figura professionale è una pedina anonima funzionalmente adattabile alle esigenze aziendali.  Parecchi colleghi hanno smarrito il gusto e la motivazione che tanto contano nel lavoro del medico, mentre il fuoco del cambiamento ha mandato in fumo un patrimonio di esperienza e professionalità del quale presto sentiremo la mancanza. 
 
Le donne medico, in questo difficile scenario, hanno dimostrato rispetto ai loro colleghi  maggiore adattabilità e flessibilità, forse perché già assuefatte a non aspettarsi grandi riconoscimenti, o abituate a trarre energie  e motivazione da aspetti del lavoro considerati in generale meno importanti, per esempio dal rapporto diretto con il paziente. Il quale, vera vittima del dissesto sanitario, è stato anche il primo a riconoscere alle donne medico la professionalità, l’umanità,  la fantasia e la capacità di farsi carico dei problemi oltre il limite del dovere e della forma. Le donne medico della mia generazione, nel frattempo, hanno dovuto anche misurarsi con un’altra spinta destabilizzante di mutamento: quella che riguarda  proprio ruolo sociale e famigliare e in definitiva la propria immagine riflessa nel  mondo.
 
Partendo da un teorema imparato nell’infanzia secondo il quale la donna si realizza solo se ha una famiglia oltre che, eventualmente, un lavoro, la maggioranza di  noi ha speso le migliori energie nel tentativo di realizzare una figura di donna totipotente ugualmente presente sul lavoro, in casa, a scuola con i figli, al fianco del compagno, a cena con gli ospiti, e via dicendo. L’irrealizzabilità di questo progetto è stato il duro risveglio dal sogno, per le molte che hanno dovuto ammettere  il fallimento di uno o più d’uno dei propri progetti di vita, non sapendo rinunciare in partenza a nessuna di queste espressioni di sé, da una parte così profondamente legate alla tradizione della figura femminile, dall’altra irresistibilmente aperte alla novità. Il cambiamento è intanto proseguito con i suoi propri ritmi, ed ora le giovani colleghe che finalmente popolano anche i nostri reparti sembrano relazionarsi con il proprio ruolo di donna e di medico in modo già molto diverso. 
 
Sanno chiedere ed aspettarsi il corrispettivo del proprio impegno, e sanno anche tirarsi indietro quando percepiscono che la richiesta nei loro confronti supera il limite del ragionevole o anche solo dell’opportuno. Sono molto più calate nella realtà di quanto io fossi alla loro età;  ai loro compagni di vita chiedono una maggiore disponibilità a farsi carico della gestione del quotidiano e non sembrano interessate più di tanto a ricoprire ad ogni costo ruoli troppo conflittuali. Ancora non vedo un significativo cambiamento in termini di posizione nella professione, ma forse è ancora troppo presto.  Quale contributo di rinnovamento le donne di oggi possano portare alla professione medica è già stato ampiamente discusso in questa  e in altre sedi .
 
Solo per esempio, penso alla consuetudine femminile al lavoro di equipe ed alla condivisione che può superare il carrierismo individualista, ma anche alla capacità di valorizzare la vita nel suo insieme e la professione come uno dei suoi aspetti non in conflitto con gli altri (come cambierebbe la nostra qualità di vita ?):  penso anche alla sensibilità che le donne dimostrano di avere per l’individuo e le sue peculiarità e a quanto possa essere rivoluzionario adesso pensare a un modello di relazione professionale basato sull’integrazione delle diverse capacità anziché sulla legge della “mors tua, vita mea”. 
 
Per ora, solo immaginazione. Ma mi sono resa conto che, ad oggi, i miei colleghi guardano con curiosità e disponibilità alla ventata di freschezza che la presenza femminile  apporta al modo di intendere il lavoro e i rapporti umani al suo interno.  Mi sembra che comincino ad considerarla una convivenza promettente oltre che  necessaria.  Questo è comunque  un buon inizio, per il millennio che è appena cominciato.
 
 
 
Dott.ssa Ludovica Gastaldo
Milano

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