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Giovedì 14 MAGGIO 2015
Se l’Ipasvi dice “O io, o lui”

Un anno fa, fu l’allora presidente Silvestro a mettere il veto sulla mia presenza a un convegno di infermieri. La stessa cosa, purtroppo, è avvenuta la scorsa settimana. Pure la neo presidente Mangiacavalli sembra aver imboccato la deriva del “o io, o lui”. Anche se, interpellata, smentisce. E nel mirino non ci sono solo io…

Lo scorso anno il collegio Ipasvi di Ascoli Piceno mi invitò al proprio convegno annuale. La presidente nazionale dell’Ipasvi (a quel tempo Annalisa Silvestro), invitata a sua volta, pose una pesante preclusione: “o io o lui”. Un gesto violento il cui significato implicava che esistesse una presunta incompatibilità tra me e l’Ipasvi e l’idea che attraverso la mia esclusione dal convegno si potesse garantire una certa coerenza tra pensiero e organizzazione. Ma quale coerenza?
 
A giudizio di Silvestro non solo io ero  incompatibile con l’Ipasvi, ma il collegio di Ascoli Piceno era incoerente ad invitarmi… supponendo chissà quale contrasto tra un intellettuale e gli infermieri. Ma quale contrasto?
 
Le spiegazioni di Silvestro in quella circostanza mi ritraevano, citando degli articoli pubblicati su questo giornale, come se io fossi un nemico degli infermieri. Quindi contrasto massimo. La presidente del collegio di Ascoli Piceno a disagio e un po’ disorientata, nel dubbio convocò il suo direttivo, distribuì le copie degli articoli incriminati… e il direttivo dopo aver letto e commentato decise all’unanimità di invitarmi. La preclusione diventò così   il suo contrario vale a dire   pre(ac)cettazione.
 
Il convegno andò a meraviglia, Silvestro si rifiutò di partecipare, e io mi commossi quasi fino alle lacrime...per lo straordinario entusiasmo che gli infermieri mi dimostrarono in quella circostanza.
 
Una settimana fa ho partecipato a Soave ad un bellissimo convegno (“Stabilità o cambiamento? Patto o conflitto? Cambieranno le professioni sanitarie?”) organizzato dal “coordinamento nazionale caposala” della provincia di Verona. Oltre a me, tra gli altri era stato invitato come era d’obbligo il presidente del collegio Ipasvi di Verona, Franco Vallicella che aveva accettato senza problemi di partecipare alla tavola rotonda del pomeriggio.
 
Ma inaspettatamente il giorno prima del convegno Vallicella fa sapere di non voler partecipare al convegno a causa della mia presenza in osservanza di   una disposizione ricevuta  che avrebbe prescritto ai dirigenti Ipasvi  di disertare tutti i convegni nei quali fossi stato  presente. Di nuovo quindi ma in forma decisamente più violenta ricompare la preclusione “o io o lui”. Ci rimasi male e con me Gabriella De Togni che con tanta serietà e passione aveva organizzato quel convegno e che suo malgrado fu insieme ai 300 convenuti le vere vittime innocenti di quella preclusione. Mi astenni dal fare commenti e meno che mai di stigmatizzare pubblicamente l’accaduto. Pensai   prima di tutto a non disorientare i convenuti e poi in forma discreta di chiedere direttamente a Mangiacavalli delle spiegazioni. E’ inutile dire che il convegno anche in quell’occasione è stato particolarmente apprezzato.
 
Un’altra preclusione, qualche giorno prima, si era riproposta a Milano anche questa in occasione di un altro convegno (dirigenti CID della Lombardia previsto per il 22 maggio 2015 con il patrocinio dell’Ipasvi) al quale era stato invitato il segretario nazionale di Nursind  Andrea Bottega, ma poi ricusato a causa di un veto partito da Roma sulla sua presenza. Un altro “o io o lui”.
 
A questo punto ho scritto una lettera a Mangiacavalli per chiedere delle spiegazioni e che troverete qui allegata. La risposta che ho ricevuto e che allego nega che vi siano state implicazioni dirette ne sue e meno che mai dei suoi organismi centrali. A questo punto se ciò fosse vero (da parte mia ricorro all’epochè e al beneficio del dubbio) si  apre per l’Ipasvi  un problema deontologico grosso come una casa: verificare i fatti raccontati e se al riscontro questi risultassero veritieri, prendere tutti i provvedimenti del caso.

O io o lui”, cioè l’esercizio della preclusione è una cosa odiosa per tanti motivi ma lo è ancora di più se esercitata da parte di chi rappresenta un ente pubblico che per conto dello Stato si dovrebbe occupare di doveri e quindi di deontologia a tutela tanto dei cittadini che delle professioni. Se lo Stato ragionasse con la logica della preclusione “o io o lui” diventerebbe, sul piano morale e legale, discriminatorio...assumendo tutti i caratteri di una particolare forma di razzismo che anziché discriminare neri, ebrei, omosessuali, extracomunitari …discrimina il pensiero e gli intellettuali che lo producono.
 
Il riformatore e l’infermiere, il dovere del dissenso” è un libro curato da Chiara D’Angelo la responsabile di “infermieristicamente” e promosso da Nursind che è appena uscito ed  è una sorta di guida ragionata a  tutto quanto ho scritto sulla “questione infermieristica”. Nella sua recensione Marcella Gostinelli  (QS 12 maggio 2015) sottolinea  l’importanza per gli infermieri di avere un pensiero di riferimento e invita la presidente  Mangiacavalli,  per il bene della professione, a “conversare” con questo pensiero, ma se non si risolve   il problema delle preclusioni  ritengo sia difficile conversare con un pensiero diverso  sia esso di un intellettuale o di un sindacato, o di un qualsiasi infermiere dissidente.
 
Il problema della preclusione   è semplicemente un   problema personale, di chi   nella propria posizione di rappresentanza  sentendosi minacciato dal pensiero degli altri non potendo tagliare le teste che pensano, delibera semplicemente di bandirle in ogni modo dalla faccia del mondo incurante delle centinaia di migliaia di teste che al contrario vorrebbero essere per lo meno libere di leggere e di pensare. Mi auguro con tutto il cuore quindi che questo libro aiuti a spazzare via l’oscurantismo delle preclusioni che da anni domina sovrano sugli infermieri.
 
Sul finire del 700 i filosofi tedeschi scesero in campo proprio contro l’oscurantismo   e avanzarono un pensiero che definirono “aufklärung” (delucidazione, chiarimento, rischiaramento) e che diede origine a quello straordinario movimento filosofico   dal quale è sorta la nostra attuale civiltà democratica: l’illuminismo. Il suo motto era “sapere aude”, ossia imparare a usare semplicemente la propria testa. L’illuminismo fin dal suo nascere in parte era inteso come un processo vasto di formazione (bildung), in parte come l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità.
 
Il libro “Il riformista e l’infermiere, il dovere del dissenso”, ha le stesse ambizioni: contribuire alla formazione della   coscienza degli infermieri per permettere loro di uscire dallo stato di minorità in cui si trovano   malgrado le loro conquiste legislative. Con questi fini il libro offre agli infermieri ma non solo analisi molto approfondite per “rischiarare” sia i loro problemi di tutti i giorni che quelli strategici sul possibile futuro e quindi offre   proposte per offrire   speranze. La logica della preclusione si oppone all’idea di emancipare l’infermiere dallo stato di minorità culturale in cui si trova. “O io o lui” è esattamente il contrario di “sapere aude”.
 
Oggi, mentre gli infermieri, come ha scritto Giovanni Torluccio (Qs 12 maggio 2015), sono una “categoria in ginocchio”, da quel che sembra, vi sono  persone  nell’Ipasvi che   ricorrono compulsivamente alle preclusioni contro le persone, le idee, i libri, il sindacato.  Costoro   è come se si ergessero  a difesa del buio e del vuoto ...perché tenere   gli infermieri nell’ignoranza, vuol dire amministrarli meglio e di più e soprattutto mettere al riparo i poteri “sovrani”  della nomenclatura dai pericoli dell’illuminismo, gli stessi che come ci racconta la storia  riempivano le ceste  di teste coronate.
 
Veda presidente Mangiacavalli:
· non può esserci contrasto tra un pensiero emancipativo  e gli infermieri,
· per cui non può esistere un problema di incoerenza  se questo pensiero è per il futuro degli infermieri,
· e quindi meno che mai può esservi un problema di  incompatibilità tra me,  la sua professione o tra Andrea Bottega e gli infermieri.
 
Il problema della preclusione  di qualcuno  rischia di diventare quello di oltre 400.000 infermieri, senza contare che chi  intende precludere  boicottando con la propria assenza, cioè delegittimando, di fatto si sottrae ad un dovere di rappresentanza.
 
Mi segua nel ragionamento:
io credo, dottoressa Mangiacavalli, che le preclusioni  denotino l’assenza di un pensiero strategico, una difesa  strenua contro il rinnovamento, e che quindi coloro che precludono (fosse financo lei) sarebbero:
· in contrasto con i problemi  reali degli infermieri,
· incoerente con la responsabilità che ha assunto,
· incompatibile con la mission dell’Ipasvi.
 
E’ per questa ragione che il problema delle preclusioni  diventa un problema di una intera categoria. Penso che a parte ripeterci che “gli infermieri sono la professione del futuro”, (QS 12 maggio 2015) lei, presidente, dovrà  dimostrare, secondo me abbastanza presto, di  non essere  per la sua professione un problema ma una possibilità ...ma per farlo lei dovrà  spiegare  tante cose:
· ad esempio perché la L. 42 è rimasta sulla carta,
· perché il comma 566  è un ballon d’essai,
· perché l’Ipasvi  tollera il demansionamento,
· perché non si vuole  cambiare il  codice deontologico che giustifica  il demansionamento.
 
Insomma presto lei sarà chiamata a spiegare ai suoi infermieri perché:
· essi non hanno realisticamente  un  futuro pur essendo  come dice lei teoricamente   la professione del futuro,
· con un futuro senza  futuro  qualcuno  (e lei ci dirà chi) chiude le porte in faccia  a coloro che lavorano per costruirlo.
 
Crede davvero presidente che bandire me, il sindacato, i libri si possano nascondere le responsabilità di  chi è a capo della baracca?
Presidente Mangiacavalli dal momento che la sua risposta alla mia lettera nega ogni qualsiasi sua diretta responsabilità  :
· le chiedo di far luce su questi episodi  per far in modo di mettere la parola fine   alla   pratica oscura delle  preclusioni
· di fare un gesto pubblico inequivocabile di condanna di queste pratiche
· e avvalendomi dell’art 8 del suo codice deontologico  invito lei e la sua organizzazione  al “dialogo” prendendo per buona  la sua lettera dove  mi spiega che l’Ipasvi fonda  la propria attività istituzionale  sul “confronto democratico e sul rispetto reciproco” e dove a mio avviso con una certa rischiosa assolutezza lei sostiene  che l’Ipasvi “non ha mai osteggiato la libera discussione” .Credo cara presidente  di non essere certamente io la persona più adatta  per confermare tanta perentorietà .
 
Sapere aude...presidente.
 
Ivan Cavicchi

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