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Giovedì 11 MAGGIO 2017
Ricerca Censis-Ipasvi-Enpapi. Sempre più infermieri privati. Sono più di 12 milioni gli italiani che hanno richiesto la loro assistenza. Ma la metà paga in nero. La soluzione? L’infermiere in convezione, come il medico

La spesa annuale è stata di 6,2 miliardi di euro in un anno. Ma la nota dolente è che 6,3 milioni gli italiani hanno pagato in nero, senza fattura, le prestazioni, per intero o in parte: quasi uno su due. Non solo, in molti, più di 24 milioni, per risparmiare, hanno fatto ricorso a chi non è infermiere. Più della metà degli italiani chiedono poi l’istituzione dell’infermiere convenzionato sul territorio e quasi un terzo vorrebbero trovarlo sempre nelle farmacie. Ma mancano all’appello circa 50mila infermieri. TUTTI I NUMERI DELLA PROFESSIONE.

Gli italiani apprezzano gli infermieri: più di otto cittadini su dieci dichiarano di fidarsi di loro, in particolare gli over 65. Si fidano e si affidano agli infermieri soprattutto quando fuori dell’ospedale hanno bisogno di assistenza. E capita spesso, in particolare quando il Ssn non riesce ad evadere, soprattutto per la popolazione più anziana, la domanda di continuità assistenziale sul territorio e a domicilio. E così parte nelle famiglie la caccia all’infermiere.
 
Nel 2016 sono stati ben 12,6 milioni i cittadini che si sono rivolti a un infermiere privatamente e pagando di tasca propria. In soldoni, sono stati spesi 6,2 miliardi di euro in un anno per prestazioni infermieristiche. Ma la nota dolente è che 6,3 milioni gli italiani hanno pagato in nero, senza fattura, le prestazioni, per intero o in parte: quasi uno su due. Non solo, in molti, ben 24,2 milioni di italiani, per risparmiare, hanno fatto ricorso a chi non è infermiere.
 
È quanto emerge dalla Ricerca Censis condotta nel 2016 per la Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi e Enpapi sul “Mercato delle prestazioni infermieristiche private e l’intermediazione tra domanda e offerta” che entra nel dettaglio rispetto alla prima analisi generale presentata sempre dal Censis nel 2015, e dai dati rilevati dal Centro studi Ipasvi presentati oggi a Roma da Barbara Mangiacavalli, Presidente della Federazione Ipasvi, e Mario Schiavon, Presidente dell’Enpapi nella sede dell’Ente previdenziale degli infermieri.
 
La ricerca disegna uno scenario nel quale chi ha avuto difficoltà in questi anni ad avere continuità assistenziale, nel 53,8% dei casi indica come priorità quella di istituire la figura dell’infermiere convenzionato sul territorio, analoga a quella del medico di medicina generale, oppure dell’infermiere di famiglia organizzato dalla stessa azienda sanitaria locale.
 
Il 38,5% vorrebbe invece l’incardinamento della figura dell’infermiere nelle farmacie, il 19,8% l’abolizione del numero chiuso per l’accesso alle facoltà infermieristiche per aumentare l’offerta sui territori e il 16,3% l’inserimento di prestazioni infermieristiche in pacchetti assicurativi con buoni incentivi fiscali. Gli italiani chiedono quindi di potenziare l’offerta di prestazioni infermieristiche sul territorio per i canali del Servizio sanitario e supportare le famiglie nell’acquisto privato, ad esempio tramite i meccanismi della mutualità e assicurativi.
 
Rimane infine il fatto che mancano all’appello almeno 50mila infermieri per poter erogare un servizio in linea con i bisogni dei cittadini. Di questi circa 20mila sono quelli necessari alla copertura dei turni secondo le regole sull’orario di lavoro dettate dall’Ue e altri 30mila almeno servono per soddisfare la domanda di assistenza sul territorio.

 

 
I risultati della ricerca.
 
Gli italiani apprezzano gli infermieri: l’84,7% dei cittadini dichiara di fidarsi di loro. Ad avere più fiducia sono gli ultrasessantacinquenni (90,1%), i residenti al Nord-Est (87,3%), le persone che vivono sole (89%), le famiglie con ultrasettantenni (84,7%), le famiglie con minori (82%).
 
Boom della spesa privata delle famiglie italiane per infermieri: 6,2 miliardi di euro all’anno. Nel 2016, oltre 12,6 milioni di italiani si sono rivolti a un infermiere privatamente pagando di tasca propria: 7,8 milioni per una prestazione una tantum, 2,3 milioni per avere assistenza prolungata nel tempo, 2,5 milioni per avere sia assistenza prolungata nel tempo sia prestazioni una tantum.
In soldoni, valore delle prestazioni infermieristiche erogate in un anno da infermieri ammonta a 6,2 miliardi di euro.
Un mercato destinato a crescere per ragioni diverse quali la cronicità in aumento, i deficit del Servizio sanitario nell’assistenza territoriale e a domicilio.
 
A livello regionale si sono rivolti privatamente a un infermiere pagando di tasca propria il 24,7% dei cittadini del Nord-ovest, il 16,9% del Nord-Est, il 19,2% del Centro ed il 32,8% del Sud-isole. Per area geografica la spesa privata delle famiglie è di 2,9 miliardi al Nord, 500 milioni al Centro e 2,8 miliardi al Sud-Isole.
 
Alta la domanda di prestazioni infermieristiche proveniente da famiglie con un non autosufficiente (920 mila), ma molto consistente quella pediatrica con 2,5 milioni di famiglie con minori di cui 720 mila con bimbi fino a tre anni. Molto articolata la tipologia di prestazioni richieste: prelievi (31,5%), iniezioni (23,5%), assistenza in generale (15,4%), misurazione e registrazione di parametri e valori vitali (14,3%), medicazioni e bendaggi (13,5%), flebo, infusioni, perfusioni (13,4%), assistenza notturna (4,3%).
 
Cresce il sommerso delle prestazioni al nero. Ma c’è anche un rovescio della medaglia. È cresciuto il sommerso nel welfare in generale, perché l’acquisto di servizi e prestazioni sanitarie, sociosanitarie, formative, sociali in senso ampio si è moltiplicato per effetto dei tagli all’offerta pubblica e anche nel mercato infermieristico si registra un sommerso rilevante e crescente: 6,3 milioni di italiani hanno acquistato prestazioni al nero, senza fattura, di questi 4,7 milioni in toto e 1,6 milioni in parte. La spesa privata al nero vale 1,4 miliardi, di cui 455 milioni al Nord, 150 milioni al Centro e 820 milioni al Sud-isole.
 
Il 49,8% degli acquirenti di prestazioni infermieristiche dichiara di averle pagate al nero (il 37,2% in toto e il 13% in parte), con una oscillazione tra il 40,4% al Nord, il 47,5% al Centro ed il 58,8% al Sud-Isole.
È importante capire, sottolinea il Censis, la non eccezionalità del sommerso dell’infermieristico, che è una variante del nuovo sommerso molto centrato in servizi e welfare.
 
E ancora per risparmiare, 24,2 milioni di italiani hanno ricevuto almeno una prestazione infermieristica da una persona che non è infermiere.  È l’area della inappropriatezza, amplissima e coperta da figure diversificate che si improvvisano infermieri per una o più prestazioni. 10,7 milioni di persone hanno fatto ricorso ai non infermieri al Nord, 5,3 milioni al Centro e 8,3 milioni al Sud-isole. Durante l’ultimo anno, ha ricevuto almeno una prestazione infermieristica da parente/conoscente il 31,1% dei cittadini, da Oss il 16,1% e da personale infermieristico non qualificato (es. badante) il 14% degli italiani.
 
Come trovano l’infermiere che pagano privatamente? Il 40,3% degli italiani che hanno trovato un infermiere nell’ultimo anno ha usato il canale della conoscenza diretta, il 29,6% tramite un parente o un amico, il 17% attraverso l’indicazione di un medico, l’8,7% chiedendo in farmacia, l’1,2% tramite annunci sui giornali o su internet. Cresce anche il ricorso a gli intermediari, come le cooperative sociali. Il 12,1% dei cittadini che avevano bisogno di un infermiere e non sono riusciti a trovarlo (in particolare il 18% delle famiglie con persone non autosufficienti) si è rivolto proprio a un intermediario.
 
La ricerca del Centro Studi Ipasvi su dati Istat.
Sono “attivi” circa 371mila infermieri, 16mila i disoccupati. Il Centro studi della Federazione degli infermieri ha poi condotto un’ulteriore analisi in base ai dati Istat della rilevazione delle forze di lavoro, grazie alla partnership Ipasvi-Istat, per comprendere dove lavorano gli infermieri, chi fa cosa e quali problemi ci sono nei vari settori.
 
I dati più recenti dicono che gli “attivi” sono 371mila circa, i disoccupati poco più di 16mila. Chi lavora lo fa soprattutto negli ospedali (288mila), poi negli studi medici (31mila) e nelle strutture di assistenza residenziale (30mila). Circa 14mila infermieri lavorano in altri servizi di assistenza sanitaria, 4mila in strutture non residenziali e altri 4mila in altre attività economiche diverse dalla sanità.
Oltre il 96% degli attivi è dipendente, poco meno del 5% autonomo. La maggior parte (280mila) sono donne e il 66% degli attivi ha un’età compresa tra 35 e 54 anni, con il 36,5% che si concentra tra i 45 e i 54 anni.
 
Gli infermieri sono meno “precari” di altre professioni: il 6,1% contro il 15,9%, ma l’occupazione femminile che prevale su quella maschile è anche decisamente più precaria. Nelle altre professioni le differenze nella quota di lavoro precario tra uomini e donne sono invece molto contenute.
E che la disoccupazione e la precarietà colpisca soprattutto i giovani, soprattutto per colpa dei blocchi del turn over nei servizi pubblici e per la difficoltà attuale ad accedere a una libera professione strutturata e organizzata, lo dimostrano le età medie degli infermieri: circa 45,5 anni per quelli “stabili” (ma nel Ssn l’età media aumenta a 49 anni e in alcune Regioni del Sud e in piano di rientro dove i blocchi al personale sono più rigidi, le differenze raggiungono anche 8 anni di età superando i 50), 31 anni per i precari.
 
Le soluzioni alla disoccupazione. Per i dipendenti la soluzione è quella ormai nota da anni: sblocco del turn over, stabilizzazione dei precari e riapertura delle assunzioni.
Per i liberi-professionisti le proposte emergono dalla ricerca Censis, con soluzioni che consentano agli infermieri, in particolare i più giovani, di fronteggiare l’erosione dell’occupabilità della professione cogliendo le opportunità di mercati in espansione, senza cadere nella subordinazione nei confronti di operatori dell’intermediazione tra domanda e offerta.
 
Occorre quindi un’intermediazione amica: o espressione del protagonismo di infermieri e/o soggetti del mondo infermieristico, o evoluta nel puntare non solo sul low cost tariffario, ma sulla qualità e personalizzazione delle prestazioni. Non è un mercato per infermieri singoli, per il lavoro autonomo individuale, per la micro-imprenditorialità personale, che non può che far capo ai soggetti dell’intermediazione capaci di far incontrare domanda e offerta, di contenere le tariffe col gioco dei grandi volumi, di ridurre i costi amministrativi e di marketing essenziali per posizionarsi sul mercato. A poco servirà secondo il Censis promuovere la cultura imprenditoriale e del lavoro autonomo tra gli infermieri, senza soluzioni virtuose sul tema dell’intermediazione.
 
L’intermediazione è ben vista dai cittadini perché è una risposta efficace alle difficoltà generate dall’estrema frammentazione di domanda e offerta che rende non facile l’incontro tra le due lame della forbice sul mercato e, soprattutto, rende non facile avere soluzioni tempestive, just in time, quando il bisogno del paziente è impellente.
 
Dalla ricerca emerge che le soluzioni dovranno avere almeno due aspetti: un protagonismo di cultura e professione infermieristica, cioè niente subalternità con altri e un intelligente utilizzo del digitale come strumento che scardina l’intermediazione tradizionale.

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