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Martedì 22 NOVEMBRE 2011
Neuropatie e artriti. Gli antidolorifici del futuro dalle nostre stesse cellule

È italiana la ricerca, pubblicata su Nature, che spiega come agisce uno degli endocannabinoidi prodotti dalle nostre cellule neuronali. Lo studio potrebbe portare allo sviluppo di analgesici più potenti, da usare nelle malattie infiammatorie e del sistema nervoso periferico.

L’azione antidolorifica dei cannabinoidi è nota a molti, tanto che questi vengono spesso usati per lo sviluppo di farmaci e trattamenti per alleviare i sintomi dei malati cronici. Gli endocannabinoidi hanno la stessa struttura di questi composti, ma sono prodotti dal nostro corpo, all'interno delle cellule neuronali. Da oggi sappiamo qualcosa in più rispetto ad uno di questi lipidi, l’anandamide. La sostanza  esercita un’importante azione antidolorifica nell’ambito delle malattie infiammatorie, quale ad esempio l’artrite, e nel dolore che ha origine nel sistema nervoso periferico (dolore neuropatico). La ricerca, pubblicata su Nature Neuroscience, è stata portata avanti nel nostro paese da ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia ed è frutto frutto di una collaborazione internazionale tra IIT e Università della California Irvine.
L’anandamide viene rilasciata da cellule presenti in quel tessuto per svolgere un ruolo protettivo di riduzione dell’infiammazione e del dolore. Una volta terminata quest’azione, viene ‘catturata’ dalle cellule con cui entra in contatto per essere poi distrutta attraverso un processo di degradazione chimica. Grazie a studi precedenti, si sapeva che la degradazione dell’endocannabinoide all’interno delle cellule è dovuta all’azione di una proteina chiamata FAAH (Fatty acid amide hydrolase). Fino ad oggi era però sconosciuto il meccanismo che consente alle cellule di catturare l’anandamide e trasportarla al loro interno.
Lo studio italiano, che si è avvalso dei più innovativi metodi di selezione delle molecole, tra cui la chimica computazionale, ha per la prima volta dimostrato che il principale componente di tale meccanismo è una proteina proteina è stata chiamata FLAT (FAAH-Like Anandamide Transporter). Si tratta di una molecola che lega l’anandamide e la trasporta all’interno della cellule perché sia degradata dalla FAAH. Come si può intuire dal nome, questo composto ha una struttura simile a quella della FAAH, ma trasporta l’anandamide invece di distruggerla. Il gruppo di studio ha perciò ipotizzato che bloccando la FLAT e la sua azione di trasporto si potrebbe ridurre la degradazione dell’anandamide e potenziarne l’effetto analgesico.
Per testare la possibilità, il gruppo di studio ha identificato un potente inibitore dell’interazione tra FLAT e anandamide (il composto ARN272). Questo, legandosi alla proteina, non permette la ricattura e quindi la degradazione dell’ anandamide. Quando è stato provato su topi da laboratorio, il composto ARN272 ha dimostrato una forte azione antidolorifica, migliore del solo endocannabinoide.
L’identificazione dell’inibitore ARN272 è avvenuta tramite l’analisi computerizzata di più di 4 milioni di composti chimici. In questo modo ne sono stati isolati 46 che dimostravano le potenzialità di poter interagire selettivamente con la FLAT. Tra questi, i successivi test in vitro e in vivo compiuti dagli scienziati hanno permesso di restringere il campo fino a scegliere l’ARN272. “L’utilizzo della moderna tecnologia informatica ha aperto un ventaglio di possibilità inimmaginabili per la ricerca sui farmaci”,  ha spiegato Daniele Piomelli, Direttore del Dipartimento D3 (Drug Discovery and Development) dell’IIT  che ha coordinato la ricerca.
“La ricerca più avanzata nel campo dell’analgesia si concentra sempre più sullo studio dei meccanismi di protezione che il corpo umano mette naturalmente in atto e sulla possibilità di potenziarne gli effetti”, ha continuato Piomelli.  “I farmaci analgesici presenti oggi sul mercato espletano la loro attività attraverso l’attivazione diretta di recettori cellulari, come ad esempio gli oppiacei, con i ben noti effetti collaterali conseguenti alla loro assunzione. Questo studio, invece, dimostra che potenziare i meccanismi di protezione endogena dell’organismo, non solo è possibile, ma è sempre più vicino a diventare una realtà, con nuove classi di farmaci”.

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