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Venerdì 19 LUGLIO 2019
A chi dà fastidio che i filosofi si occupino di medicina?

Nei giorni scorsi il dottor Nejrotti è intervenuto sulla questione medica.  Il tratto che più mi colpisce dell’articolo è il suo spiccato negazionismo. Quindi la crisi del medico viene declassata a un problemino facilmente risolvibile con poche misure, la crisi della medicina non esiste, il paradigma positivista diventa un tabù. Gli stati generali una esagerazione della Fnomceo

Il dottor Nejrotti ha pensato bene di dedicarmi un articolo nel quale, senza mai nominarmi, si è preso la libertà di interpretare a modo suo il mio pensiero. Io lo ringrazio di questa premura, ma nello stesso tempo, siccome il pensiero, per un intellettuale, è come un figlio in mezzo ai pericoli della strada e siccome in mezzo alla strada i pericoli sono davvero tanti, ho l’obbligo di tutelarlo quanto meno dai maleintenzionati (Qs 17 luglio 2019).
 
Gli intenti del dottor Nejrotti verso di me, a giudicare da quello che ha scritto, sono evidentemente poco lodevoli se non preconcetti e per certi versi financo subdoli, nonostante ciò, mi proverò a spiegargli per quello che mi è possibile con la gentilezza e la fermezza necessaria, come stanno realmente le cose.
 
Il pregiudizio
Il dottor Nejrotti, nel suo articolo, commette un errore ma tradisce anche un pregiudizio, che dimostra la sua scarsa dimestichezza con il pensiero del nostro tempo, la sua scarsa conoscenza della complessità medica.
 
Egli per criticare il mio pensiero inizia con il contrapporre la filosofia alla realtà e quindi la teoria alla pratica. Non è l’unico. Il suo intento è screditare quello che io dico bollandolo come fumisteria. Si tratta di una contrapposizione tipica del pensiero positivista. I fatti sono una cosa le teorie sono un’altra cosa.
 
Egli scrive, lamentandosi, diuna “teoria socio-filosofica” di una“teorica discussione sulla questione medica”,ci invita a “tralasciare le costruzioni puramente speculative”, ad “uscire dai palazzi e dalla turris eburnea della medicina”, critica chi “filosofeggia tra sé e di sé”, e alla fine ci invita ad occuparci della realtà, quindi ad “ascoltare i bisogni reali dei cittadini e non quelli immaginati, anche in buona fede” proponendosi come il realista con i piedi per terra. Colui che sa come gira il mondo.
 
Questo modo di ragionare, è vecchio, sbagliato e anche ingrato e molto poco dialettico, essendo una versione un po’ annacquata di quell’espediente retorico che tenta di screditare la filosofia per non discutere delle argomentazioni filosofiche (il famoso argumentum ad homine di cui mi lamento spesso), ma soprattutto ci porta a conclusioni sulla “questione medica” a dir poco pericolose.
 
Vecchio
E’ vecchio, perché il pensiero moderno è ormai d’accordo in modo unanime che la comprensione della realtà può avvenire solo nel contesto di una specifica teoria che per onestà si dovrebbe esplicitare esattamente come il conflitto di interesse e il punto di vista. Cosa che il dottor Nejrotti ha tralasciato di fare. Egli avrebbe dovuto dichiarare più o meno così: siccome la filosofia mi sta sulle scatole e siccome sono un positivista convinto che crede solo ai fatti e soprattutto non credo che esista una “questione medica”, allora ritengo che tutti i filosofi siano degli imbecilli.
 
 
Con la tesi della theory-laden, si chiama così, oggi nell’ambito della filosofia della scienza, si è superato la contrapposizione tipica del positivismo che Nejrotti ci ripropone, tra teorico/pratico, tra filosofia e realtà, quindi tra filosofia e medicina e quindi filosofi e medici.
 
 
Il dottor Nejrotti, non lo sa,  ma dietro ai “fatti” che lui  suppone, esiste una sua  teoria che li interpreta  e che Nejrotti non esplicita ma che si evince facilmente dal suo articolo: la questione medica non è quella che dicono i filosofi (cambiamenti di ogni tipo sociali, culturali economici, contestuali, sfiducia sociale, crisi di identità, crisi del positivismo, ecc.) ma è quella che dicono i medici come Nerjotti ed è riducibile a pochi problemi sanitari tecnici e organizzativi (“Fare pressione sullo Stato perché potenzi le strutture e l’organizzazione della salute, impegnando in essa le risorse necessarie, anche per ridare la giusta dignità sociale ai medici). La dignità perduta del medico cioè la crisi del suo ruolo  dipende quindi dallo Stato e dalle sue politiche sanitarie.
 
La “questione medica” in realtà non è medica dal momento che per Nejrotti essa non implica ripensare il medico in questo tempo perché tutto è cambiato ma solo organizzare meglio la sanità nella quale questo medico, non un altro, lavora. In sostanza la crisi del medico per Nejrotti è una questione prevalentemente sanitaria.
 
Tutto il resto sono balle. Il contenzioso legale, la violenza contro i medici, la sfiducia sociale, l’esigente, internet, la de-capitalizzazione del lavoro medico, la medicina amministrata, i problemi del paradigma, la questione della complessità, le relazioni con il malato, il problema della fallibilità, ecc., tutta roba da filosofi.
 
In un sol colpo. Nejrotti con fare intrepido e spavaldo, si è tirato fuori dal problema. Dal suo problema. Dalla sua storia. Ma soprattutto dal suo futuro. Siccome non è lui che deve adeguarsi ai cambiamenti del mondo ma è il mondo che deve adeguarsi a quello che lui è da almeno 100 anni si può immaginare come potrebbe andare a finire.
 
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Sbagliato
 
Sbagliato, non esiste una medicina scientifica, quindi un paradigma medico, senza un pensiero filosofico. Questo pensiero filosofico è quello che nel paradigma medico organizza la scienza e perfino il modo di pensare e di fare del dottor Nejrotti. Dietro ad ogni paradigma quindi dietro al paradigma della medicina scientifica vi è una precisa teoria filosofica e un certo modo di vedere il mondo (weltanschauung).
 
Questa teoria è quella positivista diventata nel 900 positivismo logico o neopositivismo, neoempirismo o empirismo logico. Questa teoria in medicina non fa altro che sostenere che ai fini della conoscenza si devono leggere i fatti con una precisa logica quindi seguendo un metodo. Per questo, mio caro e poco avveduto dottor Nejrotti, la scienza non può essere contrapposta alla filosofia. La filosofia, cioè il pensiero che organizza la conoscenza organizza le verità o le evidenze e perfino la metodologia.
 
Siccome la medicina come qualsiasi altra scienza conosce solo ciò a cui crede e siccome fino ad ora le cose in cui essa ha creduto sono a dir il vero molto cambiate complicandosi un bel po’, e siccome questi cambiamenti hanno messo in crisi  molte cose a partire dal  medico, che si trova suo malgrado spiazzato e scoperto su molti fronti, è del tutto normale per un filosofo onesto ritenere che sia necessario mettere a punto il paradigma, cioè registrare il motore della macchina  per adeguare la macchina  alle nuove realtà.
 
La storia insegna
Il dottor Nejrotti non solo ha ingiustificati pregiudizi nei confronti della filosofia e dei filosofi ma si dimentica della storia. Le più grandi svolte fatte dal punto di vista del paradigma della medicina sono sempre avvenute grazie alla filosofia. I medici fanno le scoperte scientifiche e fanno progredire la medicina ma i filosofi sono coloro che aiutano i medici a organizzare le loro conoscenze scientifiche nei loro paradigmi.
 
Ricordo due nomi tra i tanti Cartesio e Comte:




 
Ingrato
Il ragionamento di Nejrotti è ingrato perché dimentica il contributo che hanno dato in tempi davvero non sospetti, i saperi non medici quelli specializzati in questioni sociali e questioni filosofiche e epistemologiche, alla comprensione della “questione medica” e della crisi della medicina 
 
Il suo è addirittura un atteggiamento liquidatorio. Ingratitudine vale come svalutazione. E’ roba, riferendosi all’esigente, si legge nel suo articolo che “risale a molti anni fa” aggiungendo “da allora di strada ne è stata fatta sia da parte dei cittadini, sia da parte dei medici. Discutere della questione medica, come se fosse sempre al “punto zero” è perlomeno riduttivo, se non ingeneroso”.
 
Ma davvero? Allora mi dica il dottor Nejrotti quali sono state le conseguenze strategiche pratiche, delle tre conferenze nazionali sulla professione da Fiuggi a Rimini? Mi dica lui, come medico, che  uso ha fatto  del lavoro dei filosofi quando in tempi non sospetti raffiguravano i medici come dei minotauri metà burocrazia e metà scienziati chiusi dentro i labirinti della sanità anticipando la famosa crisi del ruolo (1995) o quando si interrogavano sui problemi della medicina (1998)  e sui grandi cambiamenti che investivano il concetto di cura (1999) o quando denunciavano la medicina amministrata (2000) o quando si rompevano la testa pe vedere come si poteva uscire dalla crisi (2002) e ancora quando tentavano di richiamare l’attenzione dei medici sull’importanza della relazione (2004) o ancora quando proponevano dei ripensamenti (2005/2011) o ancora quando ponevano il problema dell’autonomia e della responsabilità (2007).
Se il dottor Nejrotti si rendesse conto del valore culturale di questo gigantesco lavoro a cui ha assistito senza muovere un dito o meglio senza avere dubbi, ma probabilmente senza leggere niente, non sarebbe ne ingrato e ne malevolo nei confronti dei filosofi. Il problema è che lui non se ne rende conto. Lui invoca lo Stato per chiedergli sostanzialmente di conservarlo in un bottiglione, come un pezzo anatomico sotto formalina.
 
Pericoloso
Il dottor Nejrotti che ce l’ha con me perché secondo lui sono solo un filosofo che con le sue idee astratte mette zizzagna tra i medici, in nessun modo si rende conto che con il suo contrapporre la filosofia alla medicina alla fine finisce per scadere in una tesi pericolosissima.
 
La questione medica dice Nejrotti è un affaire di soli medici gli unici che sono in grado di dire come stanno le cose. Tutti gli altri filosofi, giuristi, economisti, amministratori, eticisti, ecc., fuori dalle scatole. Il dottor Nejrotti ignora che oggi fare il medico è molto più complesso di ieri e che oggi la medicina non è più solo scienza ma molto molto di più.
 
A lui fa fatica accettare il fatto semplice e evidente che, considerate le complessità in gioco, i medici ormai non bastano più come una volta a definire la loro professione o peggio a ridefinire il loro paradigma e perfino la loro deontologia.
 
A parte la questione dell’esigente oggi per affrontare davvero seriamente la questione medica c’è bisogno di un concorso coordinato di saperi e di conoscenze di punti di vista. Ma soprattutto si tratta di fare i conti con i cittadini e con la società e con questa parola terribile che si chiama “cultura”.
 
Ed è questa una delle grandi intuizioni che è alla base degli stati generali, cioè chiamare tutte le conoscenze utili a darci una mano. Ritornare all’enclave corporativo come ci propone il dottor Nejrotti per liberarsi dei moniti fastidiosi dei filosofi oggi, proprio nella società degli esigenti, è semplicemente il suicidio della professione.
 
Un discutibile realismo
E poi questo mito della “realtà reale” anche questo un tratto tipico del positivismo, come se la realtà fosse lì fuori della porta essa sola ed unica davanti al medico nella sua oggettività, è ridicola. La medicina scientifica nasce come una scienza realistica e fino a quando la realtà per essa era il mondo fisico della malattia questo realismo era abbastanza realista, ma oggi a questo realismo sfuggono un sacco di cose che vanno oltre la malattia per cui la nostra gloriosa medicina scientifica si dimostra meno realista della realtà effettiva.
 
L’idea di ripensare il paradigma nasce dalla necessità di rendere la nostra medicina scientifica più realista e pragmatica di quella che è. Credetemi tutti i più importanti guai dei medici oggi derivano dal basso grado di realismo della nostra medicina scientifica cioè dalla difficoltà del medico a fare davvero i conti con la realtà quale essa effettivamente è che non è più quella della sola malattia ma è anche quella del malato, dei tribunali, delle aziende.
 
Il problema del paradigma
Cosa c’è di tanto esecrabile nell’idea di aggiustare qualcosa che non funziona più tanto bene? Ricontestualizzare un paradigma è difficile certo, non è una passeggiata, molti diranno, per nascondere le loro evidenti difficoltà e contraddizioni personali, che è solo teoria, ma cosa c’è in realtà di sbagliato in questa teoria? Trovo molto disonesto che per ragioni le più varie, anche comprensibili, si eviti il ragionamento buttandola, come fa il dottor Nejrotti, in barzelletta. Perché quello che lui propone per risolvere la “questione medica” fa ridere. E’ come curare un cancro con i fiori di Bach.
 
Le conclusioni, alle quali come filosofo militante, sono arrivato dopo tanti anni di studi, è mio dovere renderle pubbliche, il dottor Nejrotti ne faccia l’uso che crede, cioè si prenda la responsabilità di dire di no ad una analisi e ad una proposta, ma per fare questo non c’è alcun bisogno di bollarmi come un ciarlatano accetti che io faccia semplicemente il mio mestiere come io accetto che lui faccia il suo.
 
Le mie conclusioni sono semplici e chiare:


 
 
In fin dei conti la differenza di fondo tra me e il dottor Nejrotti è molto chiara:
io propongo di rendere più adeguato il dottor Nejrotti ai cambiamenti e alle complessità di questa società, Il dottor Nejrotti propone il contrario e cioè che siano i cambiamenti e le complessità ad adattarsi alla sua invarianza perché il cambiamento, lui medico in crisi lo mette ancor più in crisi. Non lo fa dormire di notte.
 
Capisco le difficoltà del dottor Nejrotti che vuole andare tranquillamente in pensione senza problemi ma egli ammetterà che la partita è molto molto più grande e riguarda non lui ma prima di tutto i medici e la medicina del futuro.
 
Conclusioni
Il dottor Nejrotti paventa i “corti circuiti” difende “l’esistente” e sostiene che bisogna “rinunciare alla tentazione, tipica della nostra cultura, di rifondare sempre ogni cosa, accantonando il passato”.  Se il dottor Nejrotti avesse letto con attenzione le 100 tesi, saprebbe che questo pericolo non esiste ma per la semplice ragione che liquidare la medicina positivista è impossibile oltreché irresponsabile, l’operazione che si propone è un’altra ed è quella di prendere un paradigma dell’800 e metterlo in questo terzo millennio, e vedere cosa bisogna aggiornare puntando a renderlo più adeguato.
 
Cioè l’operazione vera è la ri-contestualizzazione del paradigma non la sua liquidazione. Se, inoltre, il dottor Nejrotti avesse letto la “quarta riforma avrebbe capito che nonostante “la tentazione tipica”, come la chiama lui, abbiamo fatto tre riforme sanitarie, ma lasciando invariate alcune cose fondamentali, cioè detto in altri termini, nonostante tre riforme abbiamo riformato poco concentrando la nostra attenzioni sui contenitori e dimenticando di occuparci dei contenuti.
 
Se il dottor Nejrotti prima di sparlare dei filosofi avesse letto la quarta riforma avrebbe capito che il medico oggi paga il prezzo di una grave errore storico commesso dalla politica quello di aver pensato di riformare la sanità senza riformare la medicina. Oggi, cioè 40 anni dopo, il medico è in crisi anche per questo. Oggi la crisi del medico non si risolve mio caro dottor Nejrotti, se non rimediamo a questo grave errore storico.
 
Ma alla fine della fiera, tralasciando di commentare altre amenità dell’articolo del dottor Nejrotti, il tratto di esso che più mi colpisce, è il suo spiccato negazionismo. Il negazionismo come si sa èuna forma di revisionismo della storia che nega per ragioni soprattutto ideologiche i fatti storici contro ogni evidenza. Pur di sottrarsi al cambiamento necessario, il dottor Nejrotti, per stare comodo nel proprio bottiglione, non solo arriva a negare la filosofia e i filosofi ma a negare i fatti che i filosofi studiano. Quindi la crisi del medico viene declassata a un problemino facilmente risolvibile con poche misure, la crisi della medicina non esiste, anzi più che mai oggi la medicina scientifica ha una forma smagliante, il paradigma positivista diventa un tabù. Gli stati generali una esagerazione della Fnomceo.
 
Che dire? Alla fine nonostante le divergenze di opinioni e gli attacchi anonimi che mi sono stati regalati, mi sento di dover ringraziare il dottor Nejrotti. Egli, il suo modo di ragionare, è la migliore dimostrazione di quanto sia necessario ripensare il medico e di quanto sia necessario ripensarlo profondamente senza risparmiare in idee e proposte ma soprattutto, senza guardare in bocca a chi onestamente tenta solo di dare una mano.
 
Ivan Cavicchi

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