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Venerdì 09 AGOSTO 2019
Il Governo giallo-verde al capolinea. Tra risultati raggiunti e i nodi non sciolti, ecco il bilancio di 14 mesi per la sanità

La fine dell’esperienza dell’Esecutivo Lega-M5S consente di analizzare i provvedimenti andati in porto e quelli invece che rischiano di non veder mai la luce. Dalle risorse per il Fsn, al personale, passando per la farmaceutica, i rapporti tra Ministero e Regioni, le nomine degli Enti del Ssn, ecco punto per punto come sono andati i 14 mesi del Governo Conte

Si avvia alla conclusione l’esperienza del Governo giallo-verde e anche della legislatura. Poco più di 14 mesi di Esecutivo vissuti tra alti e bassi anche per quanto riguarda la sanità.
 
Ecco un bilancio delle cose fatte e di tutti i nodi che invece non si sono sciolti.
 
Le cose fatte.
Partiamo dal finanziamento del Ssn. La legge di Bilancio ha stanziato 1 mld in più per il 2019 (confermando quanto già stabilito dall’Esecutivo Gentiloni) mentre per il biennio 2020-2021 sono stati stanziati 3,5 mld aggiuntivi, legati però alla stesura del Patto per la Salute con le Regioni i cui lavori sono stati contraddistinti da innumerevoli stop&go (la scadenza per la chiusura era il 31 marzo ndr.). Ma al di là del Patto, che ormai difficilmente vedrà la luce, sui fondi per i prossimi anni pesano i conti economici (non buoni) dello Stato e solo con la prossima Legge di Bilancio si saprà se le risorse saranno confermate.
 
Uno degli interventi più rilevanti del Governo è stato quello che ha riguardato le liste d’attesa su cui il Ministro della Salute, Giulia Grillo ha puntato fin da subito. In Manovra sono stati stanziati 350 mln per l’informatizzazione dei Cup, è stato aperto il numero verde del Ministero per le segnalazioni dei cittadini e poi è stato redatto il nuovo Piano nazionale approvato dalla Stato-Regioni. L’attuazione, ma non per demerito di Ripa, sta andando però a rilento.
 
Altro tema su cui il Governo è intervenuto sono le misure per il personale. Nel Dl Calabria, oltre al misure per il super commissariamento della Regione è presente la revisione del blocco del tetto di spesa che dovrebbe consentire alle Regioni di procedere a nuove assunzioni, anche se sui tempi e le risorse molte sono le nebulose viste le lungaggini dei concorsi e i sicuri ricorsi che arriveranno. Inoltre, come rilevato recentemente dalla Corte dei conti, sia Quota 100 che il primo abbozzo di Flat tax hanno accelerato la fuoriuscita del personale sanitario.
 
Altro tema su cui si è fatto un passo avanti è quello delle specializzazioni mediche dove sono state aggiunte 1.800 borse e sono state aumentate anche quelle per la medicina generale. Passi avanti sono stati fatti per l’accesso ai corsi di formazione in medicina generale e la possibilità di partecipare ai concorsi per chi è all’ultimo anno di specializzazione. Sempre in tema personale vale la pena citare la sottoscrizione del contratto della dirigenza medica e sanitaria.
 
Tra le cose fatte in ambito pharma vale la pena menzionare la votazione dell’Oms della risoluzione italiana per la trasparenza del prezzo dei farmaci (anche se depotenziata e con l’avversione dei principali stati produttori di farmaci, Germania e Uk in testa).

Tra i provvedimenti anche quello che riguarda il pronto soccorso con l’approvazione delle nuove linee guida che, hanno nei nuovi codici numerici per il triage (che si affiancheranno ai colori) la loro più grande novità.
 
Sui vaccini i nodi non sono stati sciolti, le misure concrete sono state la proroga delle autocertificazioni e la creazione del Nitag così come la conclusione della costituzione dell’anagrafe nazionale sui vaccini.
 
Regioni e Ministero: un rapporto che non è mai sbocciato. Tra il Ministro della Salute e i presidenti i rapporti in questi 14 mesi non sono stati idilliaci. Da subito il Ministro ha caratterizzato il suo mandato per un forte interventismo. Dapprima sulle liste d’attesa, poi con ripetuti blitz negli ospedali (spesso in occasione di tornate elettorali ndr.), in seguito con l’approvazione nel Dl Fiscale con cui è stata reintrodotta l’incompatibilità tra il presidente di Regione e commissario ad acta per la sanità, una norma che ha scatenato la furia dei presidenti di Calabria, Molise, Campania e Lazio che hanno fatto ricorso alla Consulta. Epici durante quest’anno gli scontri quotidiani con il governatore campano Vincenzo De Luca e quello calabrese Mario Oliverio.
 
Unico vero risultato raggiunto insieme l'accordo sul payback farmaceutico con le aziende e proprio negli ultimi mesi l’ok alle linee guida sul Pronto soccorso.
 
Le nomine degli Enti del Ssn. Certamente il capitolo nomine mai come per questo Governo è stato oggetto di polemiche. La prima in ordine cronologico è stata quella del Direttore generale di Aifa Luca Li Bassi avvenuta attraverso un avviso pubblico e la cui selezione è spettata ad una commissione di esperti. Un tassello di trasparenza in più rispetto al passato anche se occorre precisare che i commissari valutatori sono stati comunicati solo dopo la nomina e i nomi degli altri candidati non sono mai stati divulgati.
 
Polemica più aspra invece c’è stata con la nomina del nuovo Consiglio superiore di Sanità dopo che il Ministro, ad appena un anno dalla sua costituzione ha defenestrato i vecchi membri.
 
Sempre su Aifa dopo la bufera seguita alle dimissioni del presidente Stefano Vella lo scorso agosto c’è stato un braccio di ferro con le Regioni durissimo che poi ha portato ad una soluzione di ponte con il presidente delle Regioni Stefano Bonaccini a far da presidente di garanzia in attesa di una soluzione definitiva.
 
Più semplice è stata la sostituzione dei vertici dell’Iss dove al posto del dimissionario Walter RicciardiIl Ministro ha prima nominato commissario Silvio Brusaferro che poi è risultato anche essere il nome prescelto per la presidenza (anche se manca ancora il via libera definitivo). Anche in questo caso è stato fatto un avviso pubblico, ma i nomi dei commissari valutatori non sono stati comunicati e i nomi degli altri candidati non sono mai stati resi noti.
 
I nodi non sciolti
Il primo nodo è quello del Patto per la Salute. Il Patto, ricordiamo, doveva essere sottoscritto entro il 31 marzo ma tra Regioni e Governo la trattativa è stata caratterizzata da un andamento stop&go. Dapprima non si è trovata la quadra sulla preintesa richiesta dalle Regioni su alcuni punti (tra cui il nuovo sistema dei commissariamenti e la certezza delle risorse) e poi il confronto si è arenato dopo la comparsa di una bozza che conteneva una clausola di salvaguardia finanziaria (voluta dal Mef ndr.) che ha di fatto bloccato i lavori. A inizio luglio si è poi svolta la ‘Maratona’ di ascolto degli stakeholder voluta dal Ministro Grillo. Ad oggi il dialogo era ripreso e come annunciato dalla stessa Grillo il Patto era previsto doversi chiudere a settembre ma la crisi dell’Esecutivo rimette chiaramente tutto in gioco.

Nel Patto avrebbero dovuto trovare spazio molte misure annunciate negli scorsi mesi, a partire dalla rimodulazione dei ticket con un sistema basato sul reddito e poi doveva essere definita una road map per l’abolizione del superticket da 10 euro che a questo punto sembra assai improbabile.

Sempre nel Patto era presente anche la riforma delle specializzazioni mediche con la nascita di un contratto di formazione-lavoro. Sul punto è stato istituito da mesi un tavolo Salute-Miur-Regioni ma la quadra non si è mai trovata.

Ancora nel Patto vi doveva essere la tanto attesa riforma della sanità integrativa e l’annoso tema dei commissariamenti delle Regioni su cui era allo studio una modifica con l’abbandono del commissariamento tout court delle Regione in virtù di interventi statali più mirati rispetto alle specifiche difficoltà regionali.

Ma non è finita qui, all’interno del Patto era prevista anche una riforma della sanità territoriale che però, rispetto a quanto scritto nell’ultima bozza, aveva mandato su tutte le furie i sindacati dei medici di famiglia perché si paventava tra le righe il tentativo di rendere dipendenti i mmg.

Proprio sulla medicina generale c’è poi un’altra partita aperta che riguarda la nuova convenzione i cui lavori si sono sbloccati solo negli ultimi giorni e che bisognerà vedere, alla luce della crisi, come andrà a finire.

Ma la crisi rischia di bloccare anche molti i temi che giacciono in Parlamento. A partire dalla nuova Legge sui vaccini, la cui discussione è andata avanti un anno (unica misura concreta l’emendamento al Milleproroghe che ha prorogato le autocertificazioni), per introdurre il cosiddetto ‘obbligo flessibile’. Ora è molto probabile che la questione venga rimandata alla prossima legislatura.

C’è poi la riforma delle nomine dei manager di Asl e ospedali che nonostante i molti annunci non è andata in porto. C’è poi il Sunshine Act che ha introdotto nuove misure per una maggiore trasparenza nei rapporti tra le industrie e i professionisti sanitari: è stato approvato alla Camera ma si è fermato al Senato.

Altro provvedimento al palo è il Ddl contro le aggressioni al personale sanitario, fermato anch’esso al Senato dopo il via libera della commissione Igiene e Sanità.
 
Non se ne sente parlare molto, ma ricordiamo che il decreto con le nuove tariffe previsto dai nuovi Lea del 2017 è ancora fermo, vittima di un confronto tra Mef e Salute (il nodo sono le risorse) che frena la possibilità per molti cittadini di usufruire di nuove prestazioni. Anche qui tutto rinviato.

C’era poi molta attesa su alcuni provvedimenti presentati recentemente come quello che prevede l’istituzione dell’infermiere di famiglia, quello che vorrebbe aprire alla possibilità di esercitare l’intramoenia per le professioni sanitarie e la riforma dell’accesso alla facoltà di Medicina con l’abolizione del numero chiuso, così com’era atteso l’annunciato Ddl che intendeva riformare le parafarmacie e il ddl per mitigare la presenza dei capitali in farmacia. Tutti rimandati a data da destinarsi.

Ma tra i nodi non sciolti non ci sono solo i provvedimenti di matrice parlamentare. Nell’ambito delle professioni sanitarie era atteso il decreto ministeriale con gli elenchi speciali (ma questo provvedimento dovrebbe arrivare a giorni) che consente l’iscrizione ai nuovi Albi per quei professionisti che non sono in possesso dei requisiti ma che da anni lavorano nel Ssn. E sempre in tema si attende anche l’emanazione del decreto per il riconoscimento delle professioni di osteopata e chiropratico.

Per quanto riguarda invece la farmaceutica ci sarà da vedere come sarà applicata la nuova governance sul farmaco (su cui de facto l'Aifa non ha fatto praticamente nulla), soprattutto per quanto riguarda il nuovo prontuario. E poi c’è ancora da definire la nuova remunerazione delle farmacie così come la nuova convenzione. È chiaro anche qui che lo stop del Governo rischia seriamente di rimandare il tutto a data da destinarsi.

L’elenco dei nodi non sciolti però non finisce qui, pensiamo all’annunciata revisione dei criteri del riparto del Fondo sanitario. In ballo c’era anche la stesura del nuovo Piano nazionale di prevenzione così come c’era attesa per gli annunciati Stati generali per il benessere equo e sostenibile e, soprattutto, su come andrà a finire tutta la partita delle autonomie. Tutte questione chiaramente bloccate dalla crisi.
 
Insomma, i 14 mesi di Governo giallo-verde per la sanità sono stati contraddistinti da alcune buone misure, si pensi alle liste d’attesa e alle norme sul personale. È chiaro però che rispetto alla mole di annunci e promesse messe in campo il bilancio non può che essere magro. Ma forse, quello che è mancato di più è stata una visione riformatrice (di cambiamento) del comparto, con politiche più concentrate alla conservazione piuttosto che al rilancio del Ssn come modello per il welfare del Paese.
 
 
Luciano Fassari

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