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Giovedì 14 NOVEMBRE 2019
Gli infermieri e il suicidio assistito



Gentile Direttore,
la medicina, così com’è, non può  rispondere in maniera adeguata al bisogno di suicidio assistito, perché non ha il potere di farlo; d’altra parte questo non è un bisogno che può essere soddisfatto a metà. Penso anche che dovremmo utilizzare  l’espressione “morte assistita volontaria piuttosto che suicidio assistito, perché i due termini insieme, suicidio e assistito, sono  fuorvianti per il dibattito pubblico, non esprimono l’essere della cosa per il malato, non sono  adatti allo scopo della cura medica, ed è un  modo di comunicare nella clinica senza linguaggio adeguato.
 
Accolgo con favore il parere della Consulta, in particolare là dove ribadisce le cautele su cui si era puntualmente soffermata nella sua ordinanza (207/2018).
 
Accolgo il riconoscimento di un diritto “mite” (S. Rodotà, 2013), ma presente, e che potrà divenire responsivo ed orientativo solo dentro uno spazio politico di dibattito pubblico, e in un paradigma medico e bioetico  diverso dagli attuali e quando le cure palliative faranno parte del bagaglio di tutti i medici.
 
D’altra parte, una normativa che consente di accogliere la volontà di un malato, con caratteristiche come quelle di DJ Fabo, di lasciarsi morire, l’avevamo già, e la scelta della  sospensione/non avvio dei trattamenti, per una morte lenta, richiede lo stesso l’intervento di terzi; invece, ciò che può  cambiare è  la condizione, eccezionale,  di fretta che il malato ha; la fretta   di chi “trema sull’orlo”, e che non vuole interrompere la relazione con il medico, al quale chiede aiuto per la prescrizione di  quella che ritiene essere l’unica cura possibile, la morte rapida,  e che, proprio per non perdere quella relazione, si autosomministrerà.
 
I casi come quello di DJ Fabo sono chiari ed inequivocabili. Ma non sarà sempre tutto cosi chiaro.
 
Il malato, per la medicina attuale, è un uomo che ha una malattia  conoscibile  solo attraverso una clinica osservazionale ed una prognosi che   non può cambiare, non solo nel fine vita.
 
E’ un malato che conduce una vita esteriore, caratterizzata da vissuti inesplorati dalla cura, e una vita  interiore a lui soltanto percepibile. L’attuale paradigma medico, non include l’esperienza interiore, da un punto di vista scientifico, dell’uomo in salute o in malattia  (Scienza noetica); pertanto, non è dato  conoscere le relazioni che la coscienza del malato ha con il mondo esterno, le possibilità  di esistere che il malato si è dato o non si è dato  veramente; la forma buona del suo divenire nel mondo rimarrà  sconosciuta.
 
Difficile per la medicina attuale conoscere  cosa intercorra tra l’uomo malato e la morte, e tra il medico, il malato e la morte di quel malato. In  nessun  luogo della cura assistenziale  è possibile trovare  quello” spazio politico “che coltiva  l’essere per farlo fiorire (Epimeleia) e che permetterebbe all’esistenza di ciascuno di avere un orizzonte di senso, anche quando il senso  sembra non esservi più.
 
O potrebbe non corrispondere al senso comune. Quello “dell’aver cura”, in generale e ancor di più nel fine vita, è  uno spazio assunto e utilizzato in modo implicito, e non sempre riflessivo, “dando così  vita al sistema delle differenze, delle distanze e vicinanze” (Carlo Galli, 2010). Basti pensare a come ancora oggi si muore male in troppi ospedali nonostante la legge 38 del 2010).
 
Il parere della bioetica sul suicidio assistito non tiene conto del fatto che ci troviamo ormai nel secondo stadio della post modernità,  nel post umanesimo, dove il senso dell’umano si è perso, e dove il potenziamento dell’ immortalità, della libera determinazione di sé, sono  le principali mete da raggiungere; ne consegue  un nuovo modo di vedere l’individualità,  e quindi le questioni complesse e moralmente rilevanti per essere comprese avrebbero bisogno del superamento della prospettiva dualista di bioetica laica e  cattolica, perché “non aiutano a comprendere la realtà che si determina” (Corbella, 2018).
 
La bioetica non è uno  strumento funzionale, pratico, non solo perché non da risposte esaustive alle problematiche poste, ma anche perché  non costituisce  una piattaforma culturale capace di far dialogare  la scienza, l’etica, e la fede, per la ricerca di una verità possibile.
 
Eticamente, un sì o un no assoluto all’autodeterminazione  non seda il conflitto morale. Penso che il contributo di un’etica della cura,  al contrario di un’etica dei principi  guida astratti, debba emergere nel e con il contesto e che  si costruisca alla luce di esso” (L.Panfilis,2015).
 
Cavicchi richiama il ritorno all’etica medica, per andare oltre l’etica dei principi e costruire un modello contestuale piuttosto che astratto, relazionale piuttosto che individuale.Occorre  un lavoro interiore   per coltivare un’attenzione cosciente sulla vita e sul nostro illusorio autodeterminarsi continuo; far  uscire dagli schemi di pensiero abituali la riflessione sul morire e sulle scelte che si possono fare nel mentre.
 
La medicina dovrebbe cercare quella che Spinsanti [1] chiama la dimensione estetica:“La sfida, consiste nel pensare la morte come avvolta dall’abbraccio delle Grazie, ossia come crescita e compimento.”
 
Per individuare le specifiche condizioni e modalità procedimentali, sottolineate anche nell’ordinanza 207 del 2018 ,occorrerebbe fare emergere gli spazi impliciti della politica nel processo di cura ,  decostruire e criticare. Riformare..
 
Gli infermieri dovrebbero   inserirsi nella discussione delle 100 tesi degli Stati generali della Fnomceo, portando la cura pedagogica , la dimensione culturale e spirituale del malato in organizzazioni a flusso: un nuovo paradigma.
 
Dopo, dovremmo discutere  scome  proceduralizzare l’assistenza alla morte, lenta-rapida; dettare le condizioni sulla eventuale obiezione di coscienza e coordinarsi con il quadro normativo esistente richiedendo un intervento di contestualizzazione e armonizzazione.
 
Marcella Gostinelli
Infermiera di Complessità
 
[1] S.Spinsanti, Morire in braccio alle Grazie, il pensiero scientifico editore,2019

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