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Lunedì 24 MAGGIO 2021
Se l’Europa “toglie” l’alcol al vino



Gentile Direttore,
in questi giorni, le televisioni, il web e i giornali sono inondati dalle notizie che riguardano gli ultimi provvedimenti che la Comunità Europea vorrebbe far approvare dagli Stati membri: l’etichetta “Nutriscore” per gli alimenti confezionati e il vino senza alcol. Questa relazione riguarda il vino senza alcol. In premessa, vale la pena di ricordare che gli addetti ai lavori cominciano a lamentare che la Comunità Europea, da ente facilitatore del commercio tra le Nazioni aderenti e con l’Estero, sta trasformandosi in ente regolatore delle politiche di produzione degli alimenti per motivi che non hanno più a che vedere con l’economia. Gli ultimi progetti hanno, infatti, lo scopo principale di orientare le scelte nutrizionali dei cittadini per motivi di salvaguardia della salute.
 
In particolare, il vino dealcolato dovrebbe servire per ridurre i danni causati dall’alcol (compreso il rischio di cancro per il quale sarebbero pronte le famose scritte sulle bottiglie “nuoce gravemente alla salute e causa il cancro”) e dovrebbe essere utilizzato per dare anche ai musulmani la possibilità di bere il vino, visto che il loro credo religioso vieta l’assunzione di alcol.
 
I primi esperimenti di dealcolazione del vino (o dealcolizzazione, se si preferisce) risalgono a diversi anni orsono quando venivano usati macchinari che, filtrando i mosti, rimuovevano l’alcol insieme all’acqua in cui l’alcol è disciolto. E’ evidente che, per evitare la riduzione del volume dei mosti a causa della rimozione dell’acqua, si dovesse poi procedere all’aggiunta di acqua pura dall’esterno. Oggi le macchine tolgono solo l’alcol perché immettono acqua in automatico durante il processo o provvedono all’eliminazione dell’alcol con l’evaporazione “a freddo” senza estrarre l’acqua dal mosto o dal vino.
 
Nel corso dei negoziati di Bruxelles per definire la nuova PAC (Politica Agricola Comune) il Consiglio dell’Unione Europea ha inserito la richiesta agli Stati membri di giungere entro il 2023 alla specifica regolamentazione della dealcolazione del vino. Nel documento si leggerebbe della possibilità di aggiungere acqua al vino, pratica che oggi è, invece, espressamente vietata in Europa.
In realtà, la locuzione inglese utilizzata nel documento è “to restore water” che significa “reintegrare l’acqua” nei vini dealcolizzati, evidentemente ove dovesse verificarsi una riduzione del volume degli stessi durante le procedure. Da questa frase è nato l’equivoco che si volesse abbassare il tasso alcolico del vino attraverso il suo annacquamento e conseguentemente la levata di scudi a difesa del vino non solo da parte degli addetti ai lavori, ma anche di tutta l’umanità amante del buon vino.
 
La reazione al putativo “sacrilegio” dell’aggiunta dell’acqua al vino ha rischiato persino di mettere in secondo piano l’oggetto del contendere, cioè la produzione di vino analcolico (pazienza, lo berrà chi vorrà berlo!) e, quel che è peggio, la dealcolazione anche dei vini di gran pregio come quelli con denominazione di origine controllata (DOC) e con indicazione geografica tipica (IGP).
 
Il Consiglio Europeo ha giustificato la richiesta con il fatto che i prodotti “alcohol-free” possono rappresentare un’importante opportunità di mercato per il settore vitivinicolo dell’UE (anche aprendo al bacino vergine del Medio oriente) e con la necessità di regolamentare un settore già attivo, ma privo di regole (i vini senza alcol sono prodotti e venduti ormai da alcune aziende).
 
E in effetti, l’idea del vino analcolico, simile alla birra analcolica, non dispiace a tutti i referenti del settore vitivinicolo e potrebbe costituire una scelta ben accetta da parte di qualche produttore in ossequio alla modernità e al profitto.
 
Sono contrari la maggior parte dei produttori italiani, francesi e tedeschi, ma non si può dire altrettanto dei loro rappresentanti politici in seno all’UE, naturalmente con l’eccezione di quelli italiani. La proposta è sostenuta senza remore dai Paesi del Nord Europa che hanno a cuore soprattutto i severi effetti dell’eccesso di alcol assunto dai loro cittadini e non possono vantare tradizione e cultura del vino.
 
Il Parlamentare europeo Paolo De Castro, ha spiegato a “Wine News” che la Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo ha difeso la sua posizione che prevede la dealcolazione solo dei vini cosiddetti da tavola, ma che il Consiglio Europeo sembra ugualmente determinato a far approvare la dealcolazione anche dei vini pregiati. Pochi giorni fa anche il nostro Ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli, ha dovuto confermare nella sua Audizione al Senato che questo è l’orientamento del Consiglio Europeo, nonostante gli sforzi contrari che l’Italia, quasi da sola, continua a compiere.
 
La materia sarà ripresa alla fine di Maggio nelle riunioni congiunte (cosiddette “triloghi”) dei rappresentanti della Commissione, del Parlamento e del Consiglio europei, ma è chiaro che, se anche si giungesse all’approvazione della proposta, nessuno potrebbe obbligare il nostro Paese a modificare le regole della produzione dei vini DOC e IGT per farceli produrre senza alcol.
Stando così le cose, potrebbero sembrare esagerate le proteste dei nostri rappresentanti di categoria e dei cronisti in difesa dei nostri vini pregiati, di cui è facile trovare ampia documentazione sui “media”.
 
Si teme fondamentalmente il pregiudizio che una simile iniziativa potrebbe arrecare al nostro commercio del vino che ormai è primo al mondo e vale la ragguardevole cifra di oltre 6.000 miliardi di Euro all’anno.
 
Secondo il mio parere il rischio di dover arrivare alla dealcolazione dei nostri vini DOC e IGT non è affatto teorico, anche se nessuno ci obbligherà a farlo. Quando in commercio si troverà uno Chateau Roques Mauriac analcolico o un Alvaro Palacios analcolico, è difficile credere che non ci sarà anche un Brunello di Montalcino o un Barolo analcolico (due bottiglie chiaramente indicate “a caso”).
 
Giovanni Oliviero Panzetta
Vicepresidente Associazione Salute e Sanità Trieste (ASST)

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