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Giovedì 22 LUGLIO 2021
Armi e Tso. Piccole distrazioni con grandi conseguenze



Gentile Direttore,
c’era una volta una legge dello stato che, nel 1978, sancì che chi nella vita patisce problemi comportamentali che rispecchiano una sofferenza mentale va trattato come una persona affetta da un male che va curato e non isolato dal resto del mondo in spazi chiusi che erano chiamati manicomi. Era scritto in quella legge che con l’ordine pubblico, il sistema di polizia e quello giudiziario quella persona ammalata da curare non aveva a che fare: a interessarsene sarebbe stata la sanità pubblica perché nessuno può essere accusato di essere malato.

C’era una volta, anzi proprio oggi, un deputato del Partito Democratico, il solerte commercialista toscano Umberto Buratti, che propone e vede approvato un emendamento al cosiddetto Recovery Fund, per cui chi dovesse essere sottoposto nella vita a un ricovero obbligatorio in ospedale in un reparto di psichiatria, debba essere segnalato al prefetto e agli uffici e comandi di polizia. Con questa geniale trovata si eviterebbe che persone che hanno o hanno avuto degli scompensi psichiatrici possano acquistare e detenere armi e conseguire la relativa autorizzazione a farlo. Finalmente nessun matto certificato potrà sparare all’impazzata per le strade del nostro bel paese!

Peccato che il suddetto solerte emendante non sia stato informato che un provvedimento di questo genere che restituisce il potere di controllo di polizia nei confronti di un malato sia in contrasto con quella legge dello stato tanti anni prima approvata. E che nessuno gli abbia suggerito che per ottenere l’esecrato porto d’armi sia già necessario esibire una certificazione che i tanto vituperati Centri di Salute Mentale sono tenuti a produrre visitando chi lo richiede, insieme ad occuparsi di cosucce da poco come prendere in carico persone seriamente sofferenti e a sostenerne le famiglie. Peccato ancora che i commercialisti non sappiano che la sofferenza mentale non solo fatichi ad entrare nei panni stretti di una diagnosi ma che un atto sanitario quale il TSO non sia un’etichetta e le cose, tra gli umani, siano un poco più complicate. Ad esempio che ci sono persone che stanno male, anche molto male, ma non vengono mai ricoverate perché non solo non prendono affatto in considerazione di rivolgersi a qualcuno che avrebbe titolo per curarlo, ma vivono la loro vita in spensierata sofferenza,  ad esempio perseguitando mogli ed ex senza batter ciglio. A volte qualcuno arriva anche ad uccidere, magari con una pistola che il nostro deputato non ha fatto in tempo a togliergli perché, ahimé non era mai stato in TSO e forse neppure dal dottore di famiglia per un’affezione intestinale.

L’equazione matto e TSO, si dovrebbe sapere, non regge di fronte alla clinica, all’esperienza, alla realtà. Per questa strada si torna alla legge del 1904 che conferiva uno statuto speciale alle persone che, in modo acuto o stabilizzato nel tempo, avevano problemi di ordine psicologico o psichiatrico: quello di potenzialmente pericolosi e in quanto tali da tenere sotto controllo dalle forze di polizia e comunque a queste segnalate.
 
Certo l’emendamento oggi approvato avrà bisogno di un decreto attuativo e siamo certi che qualcuno, con la dovuta grazia, spiegherà che esiste una Costituzione, che le Leggi dello Stato non possono essere contraddette dal primo emendamento che passa e che, insomma, non se ne fa niente. Intanto, però, il clima di allarme nei confronti delle persone con sofferenza mentale sarà aumentato e con esso la sempre più diffusa disinformazione e con essa i pregiudizi a cui non sfuggono, evidentemente, anche i deputati del Partito Democratico. Grande diffusione mediatica anche per l’immagine pubblica dei matti pericolosi da cui difendersi. La smania di controllo burocratizzato di uno stato che indaga e sorveglia anziché tutelare avrà battuto un altro punto a favore. Forse anche il nostro Buratti avrà avuto il suo momento di gloria e si accontenterà. Non ci accontentiamo noi, invece: troppi sono i segnali di una deriva controriformista in psichiatria e in salute mentale pronta a calpestare diritti e a danneggiare persone che hanno bisogno di ascolto e cure che vengono loro negate.
 
E neppure possiamo tacere di come un sistema sanitario pubblico abbandoni cittadini ed operatori al loro destino immiserendo di persone e di mezzi i servizi che proprio a questo sarebbero dedicati. Che poi nei provvedimenti di Recovery entri un codicillo specioso e non un rilancio massiccio del sistema salute mentale nazionale ci rende veramente sgomenti. Risulta quanto mai necessario che l’aggettivo Democratico venga abbinato alla Psichiatria perché molto di quanto sta succedendo democratico non è.
 
Antonello d’Elia
Presidente di Psichiatria Democratica

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