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Costi standard. Va bene, ma come la mettiamo con l’autonomia (crescente) delle Regioni?

di G.R.

28 SET - È tornato al centro del dibattito in questi giorni il tema dei costi standard in sanità. A richiamarli, prima una dichiarazione del vicepremier Matteo Salvini, che in un'intervista al Corriere della Sera auspicava un loro maggiore utilizzo per ottenere risparmi nel settore, lo scorso mercoledì, poi, l'Anac he ha pubblicato un'indagine sui dispositivi medici per l’autocontrollo del diabete, sulla quale abbiamo raccolto il parere di diversi stakeholder, paventando "possibili risparmi fino a 215 mln (pari al 42% dell'intera spesa,ndr.) allineando la spesa a un prezzo di riferimento efficiente".
 
La questione riguardante i costi  standard è annosa e i dati spesso discordanti. Sempre in tema di presidi per l’autocontrollo della glicemia, nel 2016, una rilevazione di Mef ed Istat evidenziava come quelli acquistati in convenzione Consip risultassero sensibilmente più convenienti (-18% per le strisce reattive e -43% per le lancette pungidito) rispetto al prezzo medio praticato alle pubbliche amministrazioni che acquistavano al di fuori delle convenzioni.
 
Insomma, sul tema i governi succedutisi in questi anni e le stesse Regioni non sono rimaste ferme a guardare. Al punto che, come riportato lo scorso 9 novembre 2017 dall’allora Commissario del Governo per la spending review Yoram Gutgeld al termine di un incontro in Conferenza delle Regioni, grazie alle centrali uniche regionali si era riusciti ad ottenere un risparmio medio del 23%, con percentuali che andavano dall’8% fino al 50%. Si trattava di gare per decine di miliardi che avevano riguardato in generale tutte le categorie, in particolare i dispositivi ma anche i servizi. E in tal senso lo stesso Gutgeld spiegava che “non sarebbe stato possibile creare il fondo per i farmaci innovativi senza i risparmi ottenuti con quell’operazione”.
 
Guardando al comparto nel suo insieme, c'è poi da ribadire un concetto sul quale troppo spesso si sorvola. Un conto è parlare della necessità di efficientare la spesa, altro è parlare ancora oggi della sanità come una fonte di sprechi. Intendiamoci, anche il comparto è oggetto di sprechi come qualunque altro settore pubblico. Con una differenza però non di poco conto.
 
È stata infatti la stessa Corte dei conti nel Rapporto di coordinamento di Finanza pubblica 2018 presentato appena lo scorso luglio a certificare che la spesa sanitaria non solo è stata tenuta sotto controllo in questi anni, ma anche che il governo della spesa in campo sanitario si è rivelato più efficace rispetto al complesso della Pubblica amministrazione. Al punto che, come si sottolineava nel rapporto, era ormai giunto il momento di tornare a parlare di investimenti, rivedere i ticket e potenziare l’integrazione socio sanitaria.
 
C’è poi da dire che i costi standard hanno senso se applicati a livello nazionale. Sul modello di quanto già avviene sui farmaci (stesso prezzo in tutta Italia) e per i quali in caso di differenza di prezzo per farmaci equivalenti il Ssn rimborsa solo il prezzo più basso. E allora attenzione quando si pensa di dare ancora più autonimia alle Regioni anche in campo sanitario: i costi standard potrebbero diventare ancora una volta un miraggio.
 
"È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo". Aristotele la spiegherebbe così. Parliamo di scelte politicamente legittime, ma non si può chiedere una maggiore uniformità nei prezzi nel momento stesso in cui si concede mano libera per acuire le già presenti differeze a livello regionale.

Giovanni Rodriquez

28 settembre 2018
© Riproduzione riservata

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