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Il significato politico della nuova convenzione della medicina generale

di Antonio Panti

Per costruire la nuova organizzazione del territorio secondo le indicazioni individuate nell’ambito del PNRR, è indispensabile l’accordo con i medici generali protagonisti essenziali della sanità e primi e fondamentali interlocutori dei cittadini e delle comunità

24 GEN - Gentile Direttore,
finalmente una buona notizia per la sanità pubblica: è stata firmato l’accordo collettivo nazionale per la medicina generale dopo anni di incertezze e indecisioni. Riguarda il triennio 2016/18, un arretrato di due contratti. Il plauso a chi lo ha fortemente voluto e firmato, la FIMMG in primis, non deriva soltanto dal ristoro economico ma da ben altre e più sostanziali ragioni che riguardano sia i medici che i cittadini.
 
La medicina generale, intesa come disciplina professionale olistica, garante di un servizio sanitario universalistico, equo e egualitario, il miglior argine contro le disuguaglianze, nacque in Italia negli anni del passaggio dalle mutue alla sanità pubblica. Nacque con le migliori intenzioni e si affermò sul piano culturale. Tuttavia non tutto è andato bene e, dopo le iniziali ottime premesse, si è avuto un lungo periodo di ristagno organizzativo e politico. Anche il Decreto Balduzzi in pratica non è stato attuato e poche Regioni hanno tentato di ammodernare l’assistenza territoriale.
 
La pandemia ha drammaticamente evidenziato queste carenze. La medicina generale ha dato e dà un contributo enorme alla lotta alla pandemia grazie al sacrificio dei medici (qualcuno anche con la stessa vita). I medici generali stanno fungendo non solo da curanti nel territorio, cercando di evitare eccessive ospedalizzazioni, ma da supporto amministrativo ai cittadini spersi nel marasma delle circolari, da telefonisti della ASL, da tramite umano tra i pazienti e il servizio ormai in crisi di nervi. Per mesi ai medici non sono state fornite neppure le mascherine.
 
In questo quadro tutti, esperti e non, hanno percepito lo stato di abbandono del territorio e come questa grave carenza mettesse in crisi il servizio sanitario da decenni sottofinanziato e depauperato di personale e di strumenti. E’ apparso allora quanto fosse reale l’importanza della medicina generale.
 
Nessun servizio medico può sopravvivere se non si fonda sulla figura di un medico che pratica una medicina olistica, proattiva, volta insieme all’individuo e alla comunità, attenta ai rischi ambientali e alla cura dei cronici e dei fragili, non soltanto un filtro rispetto alla specialistica o un custode dell’equità economica ma un professionista capace di ascolto, empatia e relazionalità. Il disagio dei medici, travolti da un’amministrazione incongrua e incoerente, diventa un rischio per la tenuta stessa del sevizio.
 
Di fronte a siffatte difficoltà, che i medici denunciavano ben prima della pandemia, sono spuntati numerosi gli esperti in medicina generale e, purtroppo, alcune fantasie hanno trovato accoglienza in documenti ufficiali il cui senso, in sintesi, è quello che dall’alto si deve decidere cosa deve fare il medico in base a vaghe astrazioni orarie, discettando di stato giuridico.
 
Il medico generale è vincolato al servizio e il suo studio ne è un presidio ma l’elasticità del rapporto gli consente di rispondere alle esigenze dei suoi pazienti, quelli che hanno espresso fiducia in lui, così esercitando quella libertà di scelta voluta dalla 833 ma inapplicabile nel rapporto di dipendenza. Pur con tutti gli affanni la medicina generale ha garantito la capillarità del servizio attraverso una rete di ambulatori diffusi in ogni frazione del territorio nazionale, in pratica senza costi per il servizio.
 
Finalmente, meglio tardi che mai, è stato firmato l’accordo relativo a due trienni or sono ma che riconosce che occorre una “nuova organizzazione delle cure primarie” e che questa è possibile solo consentendo al medico generale di svolgere quelle competenze che i medici, giovani o meno giovani, invocano da anni.
 
Il significato politico è chiaro: per costruire la nuova organizzazione del territorio secondo le indicazioni individuate nell’ambito del PNRR, è indispensabile l’accordo con i medici generali protagonisti essenziali della sanità e primi e fondamentali interlocutori dei cittadini e delle comunità.
 
Questo è il senso della firma: infatti l’accordo non si ferma a riprendere i pilastri normativi precedenti (accesso, rapporto ottimale, massimale, scelta del cittadino fondata sulla fiducia, quota capitaria) ma apre nuove strade che, se ben percorse, consentiranno ai medici di esplicare la loro professionalità e ai cittadini un’assistenza più adeguata.
 
Basta pensare al ruolo unico che consentirà di riformulare l’assistenza domiciliare e la continuità assistenziale esaltando la risposta ai bisogni dei cittadini, all’inserimento di tutti i medici in AFT, superando così il lavoro individuale e sostituendolo con il gruppo connesso con gli specialisti, gli infermieri e il personale di supporto, l’apertura verso l’incremento delle competenze cliniche diminuendo, si auspica, quelle amministrative, l’obbligo di alcune prestazioni comprese quelle vaccinali, la connessione funzionale con il sistema delle case di comunità in cui possono operare i medici mantenendo tuttavia i loro studi periferici.
 
In conclusione la strada è aperta. Spetta ora alle parti, Governo, Regioni e Medici, di definire una normativa che parta subito dal 2022 e che realmente risponda alle esigenze dell’assistenza oggi, creando quella rete professionale solidaristica, equa e universale, che era nella mente di chi ha pensato la riforma e che non può più attendere. Sono i giovani colleghi che debbono dare il maggior apporto all’elaborazione di una professione antica, ma rinnovata e moderna, concreta anche nella virtualità. Sono loro che sosterranno l’assistenza dei prossimi decenni e non possono perdere questa occasione.
 
Infine, basteranno i finanziamenti del PNRR? Assolutamente no, bisogna assumere infermieri e personale di supporto, offrire al medico strumenti diagnostici di base e completare l’informatizzazione del servizio, degli studi medici e dei cittadini.
Tutto questo ragionamento è a rischio se non si procede con grande determinatezza e celerità. L’Europa incalza e la doppia pandemia del virus e delle patologie croniche non possono aspettare oltre o tollerare indecisioni. Tutti siamo coinvolti nel salvare la sanità pubblica e i medici faranno il loro dovere.
 
Antonio Panti

 

24 gennaio 2022
© Riproduzione riservata


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