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Un’Authority sulla “malasanità”? Pro e contro della proposta Meloni

di Riccardo Tartaglia e Vittorio Fineschi

Nel programma di FdI si fa riferimento alla creazione di un’Autorità Garante della Salute, indipendente a livello amministrativo, con poteri ispettivi e di segnalazione alle autorità competenti, a cui ogni cittadino possa rivolgersi per carenze di qualità o mancato accesso ai servizi. La proposta, di per sé, a seconda di come sarà sviluppata, può avere conseguenze molto diverse sul sistema sanitario. Vediamo quali e perché

04 OTT -

Quando nel programma del partito Fratelli d’Italia sulla sanità Giorgia Meloni propone una authority sulla malasanità, occorre tecnicamente pensare che cosa si ha in mente di realizzare e quali sono gli obiettivi da perseguire e raggiungere.

Il programma del partito fa riferimento alla creazione di un’Autorità Garante della Salute, indipendente a livello amministrativo, con poteri ispettivi e di segnalazione alle autorità competenti, a cui ogni cittadino possa rivolgersi per carenze di qualità o mancato accesso ai servizi.

La proposta, di per sé, a seconda di come sarà sviluppata, può avere conseguenze molto diverse sul sistema sanitario. Disporre di un organismo nazionale con la funzione di vigilare e controllare sulla qualità e sicurezza delle cure dei sistemi sanitari, sul rispetto dei requisiti di accreditamento, sui risultati ottenuti dalle strutture sanitarie in termini di mortalità, valutazione della performance, e di indagini sugli eventi avversi, potrebbe essere un'idea interessante e utile. Il nostro sistema si basa su tante regole di cui poi nessuno controlla il rispetto. Altra cosa, invece, sarebbe una Authority sulla malasanità.

Per fare degli esempi concreti si tratterebbe di continuare l’attività dell’Unità di Crisi istituita nel marzo 2015 dalla Ministra Beatrice Lorenzin (e successivamente ri-disciplinata dalla Ministra Giulia Grillo) con al suo interno i Carabinieri dei Nas, semmai istituendo un organismo più stabile e strutturato, oppure creare un organismo tipo “Healthcare Safety Investigation Branch - HSIB” così come è stato realizzato nel Department of Health and Social Care della Gran Bretagna, o qualcos’altro ancora che non ha corrispettivi tra le strutture esistenti a livello europeo.

Le differenze non sono di poco conto perché sottendono modelli culturali molto diversi di gestione del rischio clinico.

In letteratura, in caso di eventi avversi, fondamentalmente due sono gli approcci possibili, uno mirato alla analisi nel caso di incidenti delle criticità organizzative e dovute al fattore umano, un altro mirato alla ricerca delle eventuali responsabilità dei professionisti sanitari (Journal of Patient Safety 2021).

Le conseguenze, e quindi l’accoglienza di uno dei due sistemi, per gli operatori sanitari sarebbe molto diversa. Nel primo caso si tratterebbe di sistemi cosiddetti ‘no blame’ (nessuna colpa), è il caso della HSIB inglese, che ha lo scopo di mettere la struttura sanitaria in sicurezza. I tempi d’intervento devono essere per questo rapidi e l’attività si svolge nell’ambito dei sistemi di reporting and learning, tutelati, nel nostro paese, in base all’articolo 16 della legge 24/2017. Nella HSIB operano professionisti di grande esperienza con lo scopo di analizzare gli eventi avversi, trovare le soluzioni perché non si ripetano e diffonderle nell’ambito del National Health Service inglese.

L’Unità di crisi, a suo tempo istituita dal Ministero della Salute, era un ibrido. Pensata come un organismo collegato al sistema di reporting degli eventi sentinella e con finalità preventive, la presenza al suo interno dei Carabinieri dei NAS la trasformava inevitabilmente in un organismo mirato alla ricerca delle eventuali responsabilità dei professionisti. L’attività richiesta non poteva che essere svolta se non comunicando i risultati dell’inchiesta, qualora ci fossero state fondate ipotesi di eventuali responsabilità, alla Procura della Repubblica.

Due modalità d’intervento completamente diverse, una preventiva e l’altra repressiva, una con una azione rapida, un’altra molto più lenta, considerando le tempistiche connesse all’attività giudiziaria. In un caso, nei sistemi “no blame” abbiamo, da parte dei professionisti sanitari, maggiore disponibilità a esplicitare quanto accaduto, anche in veste critica. In un intervento con intenti punitivi gli operatori sono generalmente più restii ad un racconto “oggettivo” per ovvi timori di un loro coinvolgimento in sedi diverse, giudiziaria o amministrativa.

Quindi quale sarà l’impronta metodologica che si vorrà attribuire a questa Authority sulla malasanità?

La segnalazione di un evento avverso prima di essere definito caso di malasanità ha bisogno di numerosi riscontri, sia fattuali che medico-legali. Vi sarebbe un concreto rischio di scarsa collaborazione da parte dei professionisti sanitari ed un concreto rischio che un organismo così concepito si possa vestire di metodologie inquirenti e tradursi in una lenta macchina punitiva più che correttiva e formativa.

Se invece si parlasse di un organismo di approfondimento e analisi degli eventi avversi, il suo significato sarebbe completamente diverso. Ed è logico che l’atteggiamento dei professionisti sanitari potrebbe essere improntato a comportamenti più collaborativi.

Inoltre, si rischierebbe così di vanificare il portato concettuale dei primi 4 articoli della legge 24/2017 che molto ha migliorato in termini di gestione del rischio e consapevolezza della gestione del rischio stesso.

Creare una Authority per il miglioramento della qualità e sicurezza delle cure secondo una logica “no blame”, mirata a verificare il corretto funzionamento delle strutture sanitarie sarebbe molto utile e potrebbe essere una grande opportunità, lavorando su di un terreno parallelo ed autonomo rispetto a chi, nelle sedi opportune, dovrà ricercare le eventuali responsabilità.

La proposta di una Authority è comunque interessante, e anche condivisibile, se la cultura che la sottende sarà quella "no blame", focalizzata al miglioramento della qualità e sicurezza delle strutture sanitarie, non lo sarebbe invece se prevalesse una logica prevalentemente punitiva. Rafforzare la cultura della valutazione del rischio clinico e perseguire una metodologia di avanzamento della qualità delle cure, in una visione collaborativa e di incentivazione motivazionale dei professionisti sanitari, può così essere ricetta semplice e di riverbero applicativo vincente.  

Prof. Riccardo Tartaglia

Università G. Marconi

Prof. Vittorio Fineschi
Università Sapienza di Roma

 



04 ottobre 2022
© Riproduzione riservata


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