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Manovra. La sanità meridionale attende una svolta

di Ettore Jorio

I temi sono due: la riforma strutturale e le risorse. Sulla prima non bastano le previsioni del DM 77 da mettere a terra con i quattrini del PNRR. Perché si tratta di interventi di carattere meramente edilizio di per sé non sufficienti a garantire le prestazioni necessarie a far diventare un immobile un servizio territoriale ed erogatore di prestazioni essenziali. Sulle risorse l’unica soluzione è quella di cambiare la spesa storica che ha reso la sanità precaria fino ad oggi

02 DIC - La sanità nella manovra di governo rappresenta uno dei temi caldi.

La giusta considerazione generale è che i due miliardi sono pochi per dare fiato ad una sanità in crisi e in alcuni siti regionali, tra cui la Calabria, la linfa vitale per evitare la morte.

Il nuovo Governo si presenta, sul tema, con una compagine di tutto rispetto: un Ministro autorevole tecnico-accademico (Schillaci), con un Capo Gabinetto (Pinelli) di tutto rispetto. Altrettanto i vice Capi Gabinetto (Proietti e Mainolfi) e un segretario tecnico di qualità (Mattei).

Nulla da invidiare alla precedente squadra, con qualche “centrocampista” in più e, forse, qualche “difensore” in meno.

La Nazione si aspetta tanto. Quella meridionale si attende la svolta.

Il problema è capire se e come riusciranno i nostri eroi ad assicurare quanto non riuscito ai precedenti.

I temi sono due: la riforma strutturale e le risorse.

Riforma strutturale
A proposito non bastano, così come erroneamente vantati, le strutture (Case di Comunità e Ospedali di Comunità) e i servizi (Centrali Operative Territoriali) messi sulla carta dal DM 77 e da mettere a terra con i quattrini del PNRR. Ciò perché l’evento innovativo costituisce un intervento di carattere meramente edilizio, non affatto di per sé garante delle prestazioni necessarie a far diventare un immobile un servizio territoriale ed erogatore di prestazioni essenziali.

A tutto questo occorre aggiungere l’urgenza di una consistente revisione dell’offerta ospedaliera, non più adeguata alle nuove esigenze e, sotto certi aspetti, destrutturata nel tempo dei servizi divenuti imprescindibili dopo l’esperienza COVID. Al riguardo, non può non tenersi conto della revisione che occorre del fabbisogno del personale, che dovrà virare da quello divenuto oggi consolidato a quello necessario a garantire la nuova assistenza infettivologica, pneumologica, dermatologica e quant’altro necessario a rappresentare una barriera protettiva nei confronti delle pandemie e un’assistenza qualificata nel post Covid.

Una pratica coraggiosa, questa, che comporterà anche la revisione anche alla consistenza delle procedure concorsuali in atto, riferite alle attività professionali meno importanti di quelle utili ad affrontare il lungo e difficile cammino del long Covid.

Queste riforme dovranno essere, ovviamente, accompagnate dalla riscrittura del rapporto pubblico-privato attraverso una corretta regolazione dell’accreditamento/contratti e dall’insediamento di una disciplina del partenariato pubblico-privato in generale, in linea con il verosimile nuovo Codice degli Appalti, sapientemente scritto e proposto dal Consiglio di Stato.

Le risorse
Chiunque ha modo di affrontare il problema della sanità ineguale è ovviamente alla costante ricerca di pretendere più risorse. Queste mancheranno infatti. E tanto. Soprattutto per riempire le strutture e le iniziative che saranno (e ce lo auguriamo presto) messe a terra con le risorse del PNRR. Individuarle per rimpinguare i conti economici delle aziende sanitarie di tutte le regioni, funzionali ad assicurare ivi la presenza del personale necessario, costituisce un obbligo ineludibile del Governo, non affatto facile da adempiere correttamente e sufficientemente.

Si rischierà, altrimenti, di vedere le solite cattedrali nel deserto, con “pascolarvi” dentro i soliti animali selvatici.

Occorre il federalismo fiscale
Il problema delle risorse è un problema vecchio quanto il mondo e non facile a risolversi se non attualizzando il vigente Fondo Sanitario Nazionale al Fabbisogno Standard Nazionale, così come istituito dalle leggi delega (42/2009) e dal decreto delegato (d.lgs. 68/2011), attuativi del 119 Cost., realizzativo del cosiddetto federalismo fiscale.

Per fare bene, l’unica soluzione resta quella di cambiare ciò (la spesa storica) che ha reso la sanità precaria fino ad oggi, con quella che occorre al Paese e alla Nazione per godere finalmente del diritto costituzionale di tutela della salute.

Di questi tempi sono tutti a sostenere la necessità di colmare i deficit strutturali constatati nelle diverse regioni italiane, con peggioramento assai critico in quelle del Mezzogiorno.

Tutte chiacchiere, se non si cambia metodologia di finanziamento, con conseguente rinnovamento dell’aziendalismo e della classe dirigente ad esso preposta.

Occorre un nuovo management, che dimostri di essere veramente tale, ma prioritariamente le risorse distribuite alle singole Regioni con l’applicazione del criterio dei costi standard e dei fabbisogni standard.

I primi, uguali per tutto il Paese.

I secondi – che costituiscano il risultato della moltiplicazione dei primi per gli abitanti delle regioni destinatarie, attualizzati tenuto dell’età degli assistiti e degli indici di deprivazione socioeconomica ivi rilevati – attribuiti così alle Regioni in una consistenza sufficiente a colmare i propri gravi deficit di assistenza.

Rimarranno ovviamente le risorse necessarie all’adeguamento del parco tecnologico ospedaliero. A quello dovrà pensarci un sensibile rifinanziamento correttamente programmato attraverso l’art. 20 della legge nr. 67/1988

Ettore Jorio
Università della Calabria

02 dicembre 2022
© Riproduzione riservata


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