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Stamina. La disperazione umana è sempre una specificità la scienza invece è sempre una regola

di Ivan Cavicchi

Se dovessimo dedurre meccanicamente dall’analogia cellula/farmaco la metodologia sperimentale che normalmente si usa per i farmaci non sono sicuro che riusciremmo a mediare e a governare il rapporto tra scienza e disperazione umana. La politica dovrebbe per questo adoperarsi per mediare i rapporti difficili tra le regole e le specificità.

16 MAG - Vorrei riflettere a voce alta sul compromesso che si sta decidendo in parlamento circa il decreto sul “caso Stamina”. Esso consiste nel negare all’uso delle cellule staminali lo status del trapianto; considerare le cellule staminali un farmaco; assimilare il trattamento terapeutico in corso ad una sperimentazione farmacologica; sottoporre l’uso delle cellule staminali alle regole e ai principi della metodologia farmacologica e alle relative autorità scientifiche preposte.

A scanso di equivoci dichiaro subito i presupposti del mio ragionamento: se ci sono regole internazionali le regole vanno rispettate almeno fino a quando esse non saranno ridiscusse; parlo da  filosofo della medicina che si occupa, tra tante cose, anche dei problemi del pensiero medico; il mio atteggiamento verso la scienza  è di grande gratitudine perché essa è semplicemente straordinaria, ma non idolatra, (le verità scientifiche sono un genere di verità convenzionali tra più generi di verità); la mia ammirazione per la scienza non mi impedisce di criticare il suo spiccato scientismo cioè la brutta abitudine di leggere la complessità del mondo solo con gli occhiali della razionalità scientifica e la brutta abitudine degli scienziati di  parlare solo tra di loro, e da ultimo io credo che prima della scienza venga la disperazione umana nel senso che, se si tratta di fare uno sforzo per evitare i conflitti tra scienza e società, è la scienza che deve andare verso la disperazione umana non il contrario.

Da filosofo dico che una cellula staminale e un farmaco corrispondono di solito a due ontologie diverse per altro ben chiarite prima di ogni altra cosa dalle definizioni scientifiche (Oms per esempio): la prima è un piccolissimo organismo vivente, il secondo è rispetto ad essa una sostanza in grado di influenzarlo. La prima è un sistema organico a complessità superiore la seconda è “sub-stantia” quindi sempre e comunque subordinata al sistema organico. Le differenze ontologiche come sanno tutti gli scienziati sono decisive a definire le tassonomie, cioè le classificazioni, in ragione delle quali una cellula staminale dovrebbe essere classificata tra gli organismi viventi, mentre la sostanza che compone il principio attivo di un farmaco, dovrebbe essere classificata tra i componenti della chimica organica o farmacologica.

Nel momento in cui si decide per diverse ragioni, non ultima la carenza di conoscenze circa le cellule staminali, di ridurre una cellula ad una sostanza si decide anche di ridurre una tassonomia ad un’altra tassonomia e quindi un modo di conoscere ad un altro modo di conoscere e infine un modo di agire scientifico, quindi una prassi ad un’altra prassi.

Mi pare di capire che a livello internazionale per tante buone ragioni si sia deciso di usare rispetto a certi trattamenti che impiegano cellule staminali, l’analogia equiparando una cellula ad una sostanza. E’ il classico esempio di verità convenzionale legata al contesto di conoscenze disponibile e come tale rivedibile e provvisoria. Ma se l’uso dell’analogia aiuta la scienza nel suo lavoro tassonomico e non solo, l’analogia, non annulla le differenze ontologiche che pur esistono tra una cellula e una sostanza. Se poi da queste differenze vengono a dipendere le prassi terapeutiche o quelle sperimentali, e quindi le metodologie che si impiegano per rispondere alla disperazione umana, si comprende l’importanza di connotare l’analogia quanto meno con delle specificità. L’ornitorinco è un mammifero che allatta i suoi piccoli ma che fa le uova cioè è un “quasi viviparo”  e un “quasi” oviparo”.
Se l’ornitorinco non si può classificare ne tra i vivipari ne tra gli ovipari si tratta semplicemente di riconoscerne la specificità, cioè di non negarne l’ontologia. L’ornitorinco è ornitorinco. Quindi se le regole della scienza ritengono opportuno dichiarare delle analogie sapendo che le analogie non sono eguaglianze, le regole devono essere così sagge da non cancellare le specificità.
Una cellula staminale e una sostanza sono analoghe non perché lo sono davvero ma solo perché convenzionalmente la comunità scientifica ha deciso che sono “ontologie quasi analoghe”, cioè una “quasi”cellula e una “quasi sostanza”. Il nostro parlamento nel conformarsi alle regole della comunità scientifica per correggere il decreto Balduzzi, deve fare attenzione a non annullare questo “quasi” perché da esso dipende la possibilità di definire rispetto all’uso delle cellule staminali, una metodologia ad hoc da impiegare tanto nei trattamenti terapeutici quanto nella definizione della sperimentazione. Se dovessimo dedurre meccanicamente dall’analogia cellula/farmaco la metodologia sperimentale che normalmente si usa per i farmaci non sono sicuro che riusciremmo a mediare e a governare il rapporto tra scienza e disperazione umana.

Il bello dell’ornitorinco è di costringerci a ripensare le classificazioni e quindi la visione del mondo che noi credevamo perfetta. Il caso Stamina  può essere una bufala, una deprecabile speculazione, e la scienza deve aiutarci a capirlo. La politica per mestiere si occupa di “ornitorinchi” e dovrebbe per questo adoperarsi  per mediare i rapporti difficili tra le regole e le specificità. La disperazione umana è sempre una specificità la scienza invece è sempre una regola.
 
 
 
Ivan Cavicchi  

16 maggio 2013
© Riproduzione riservata


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