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La sanità italiana tra cambiamento e sostenibilità economica. La ricetta? I fondi integrativi e gli investimenti in ricerca e sviluppo

di Gennaro Barbieri

Sembrano queste le due ricette che imprese e studiosi, ma anche sindacati e rappresentanti dei cittadini hanno condiviso ieri a un convegno sulla sostenibilità del nostro Ssn promosso dall'Asis Il primo allarme verrà dall'invecchiamento ma poi resta da fare i conti con un paese "imaballato" che sembra incapace di intraprendere strade nuve per uscire dalla crisi

13 NOV - Invecchiamento della popolazione, rimodellamento di un federalismo sanitario che sembra aver accresciuto le differenze territoriali, l’impatto dell’industria farmaceutica sulle voci di spesa e su possibili risparmi, la riorganizzazione dei profili gestionali e un maggior coinvolgimento dei fondi privati per costruire nuovi percorsi di sanità integrativa. Sono i temi, complessi e decisivi per il futuro del Ssn, su cui si sono confrontati alcuni dei principali attori della sanità italiana durante il convegno svoltosi ieri a Roma su “Sostenibilità del Sistema sanitario: come innovare?”, promosso da Asis (Associazione studi sull'industria della salute), dalla Fondazione Carlo Erba e dall'Istituto Luigi Sturzo.

I lavori si sono aperti con l’allarme lanciato da Antonio Golini, presidente delll’Istat. “Nel 2050 gli over 65 costituiranno circa un terzo della popolazione italiana a fronte dell’attuale 20%”. L’invecchiamento della popolazione rappresenta un trend in progressivo aumento. “Nel 2050 gli ultraottantenni saliranno – ha proseguito – dal 5,8% al 13,6%”. Un fenomeno che apre scenari del tutto nuovi per la sanità del nostro Paese e che richiede una forte dose di innovazione per garantire la sostenibilità del sistema. In questo senso, un ruolo decisivo spetta ai flussi migratori. “L’immigrazione determina benefici – ha osservato Golini – sia perché compensa gli squilibri quantitativi sia per il suo contributo decisivo sul tessuto occupazionale. La popolazione nata all’estero abbassa sensibilmente il tasso di dipendenza dagli over 65”. Tuttavia sarà comunque indispensabile ripensare l’approccio ad alcune politiche sanitarie, in quanto le rilevazioni dell’Istat evidenziano che, di questo passo, “nel 2050 la spesa sanitaria per la popolazione fino a 64 anni assorbirà soltanto un terzo del totale, mentre ora ammonta a oltre la metà”.

Sul problema dell'invecchiamento ha puntato i riflettori anche Grazia Labate (vedi relazione), dell'Università di York. "I dati Eurostat segnalano che nei 27 Paesi dell'Ue la quota della popolazione over 65 rappresenta il 18%, mentre appena nel 1992 era al 14%. Cifre che sono destinate ad aumentare in quanto nel 2060 il 30% degli europei avrà almeno 60 anni". Un andamento che si ripercuoterà prima di tutto sul tessuto occupazionale. "In sostanza invece di 4 persone in età lavorativa per ogni pensionato ce ne saranno due. E contestualmente la spesa pubblica direttamente legata all'età salirà dal 25% al 29% circa del Pil, con la sola spesa per le pensioni che dall'11,3% attuale al 13% del 2060". Davanti trasformazioni così rapide e radicali è necessario mutare approccio, "adottando una visione integrata delle politiche e degli impatti di medio e lungo periodo". Le politiche incentrate soltanto sul breve termine e sull'emergenza non sono infatti più sufficienti. E in questo senso un ruolo fondamentale lo svolgerà il Patto per la Salute che però, al momento, "sembra pregiudicato dalla mancanza di determinazione dei fabbisogni sanitari e di conseguenza dei nuovi Lea". Esso dovrebbe invece essere in grado di "determinare il fabbisogno sanitario e sociosanitario, da cui far derivare i costi standard del sistema entro un periodo di riallineamento ragionevole per le Regioni in piano di rientro". E il Patto deve fornire anche l'occasione per "rivedere il titolo V della Costituzione per rimuovere dalla legislazione corrente materie di valenza generale che riguardano la fruibilità omogenea su tutto il territorio nazionale del diritto alla salute, si pensi al diritto alla salute".

Per avviare una nuova stagione è però importante anche modificare le categorie di analisi. "Gli anziani non vanno più considerati soggetti da assistere e basta - ha ragionato Marco Trabucchi, geriatra dell'Università di Tor Vergata - ma possono rappresentare anche una risorsa. Servono quindi interventi non solo sul piano clinico, ma anche su quello sociale". E' quindi prioritario costruire un adeguato contesto di riferimento, "senza limitarsi all'aspetto medico, ma puntando effettivamente sull'inclusione". L'invecchiamento e le malattie gravi "pongono però nuovi interrogativi - ha evidenziato Fabrizio Gianfrate, docente di Economia Sanitaria presso l'Università di Ferrara - che non riguardano esclusivamente gli aspetti operativi ma che si estendono sino ai temi etici". E in questo senso la farmaceutica ha una funzione centrale. "E' giusto investire in maniera consistente su un farmaco che allugherebbe la vita di tre mesi? Se sì, non si rischia poi di sottarrre risorse vitali in altri contesti? Se no, come lo si spiega ai familiari del malato che sicuramente saranno già venuti a conoscenza della possibilità per il loro congiunto?" Si tratta di quesiti densi di implicazioni che presuppongono una riflessione articolata perché una risposta incisiva è sempre più urgente. 

La sostenibilità del Ssn passa anche per una riorganizzazione complessiva e in particolare “dipende in primo luogo dalla riforma del Titolo V della Costituzione”, ha sottolineato Emilia De Biasi, presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato. “I 21 micro stati attuali mal si collegano al concetto di universalismo in quanto presentano troppe difformità”. La risposta non può essere però quella di “accentrare tutti i poteri nel Ministero della Salute, poiché il Ssn è un valore di prossimità”. Tuttavia alcuni cambiamenti sono indispensabili in quanto “il sistema attuale non è inquadrabile né nella categoria del federalismo né in quella del decentramento”. E’ quindi urgente e necessaria “una revisione del rapporto tra Stato e Regioni e di conseguenza anche del rapporto tra Stato e mercato”. Qualsiasi tipo di scelta non può però “prescindere dal coinvolgimento del Parlamento, perché delegare tutto al governo è assolutamente impensabile”. Nel complesso lo Stato ha il dovere di “ridefinire Linee guida e Lea e di compiere un ragionamento serio sull’universalismo selettivo: l’esenzione dei ticket al 70%, per esempio, non significa tutelare l’uguaglianza”. Per invertire la rotta bisogna allora “passare da ipotesi di lavoro monetariste a ipotesi di visione, cercando maggiore coesione e collaborazione per interrompere – ha concluso – l’attuale contrapposizione tra gli attori del sistema”.

Conciliare innovazione e sostenibilità è dunque la sfida più impegnativa che il nostro Ssn si trova a dover affrontare. “Grazie ai progressi dell’industria farmaceutica l’aspettativa di vita è in costante aumento – ha osservato Massimo Scaccabarozzi, presidente Farmindustria – Si tratta ovviamente di un fenomeno positivo, che però implica anche nuovi sforzi economici per assistere la sempre più numerosa popolazione anziana”. E in quest’ottica i farmaci non “possono venire considerati esclusivamente una fonte di spesa – ha ammonito – poiché è consistente il loro apporto in termini di prevenzione e di riduzione della spesa”. Un discorso analogo riguarda i vaccini, che ultimamente sono al centro di numerose polemiche circa la loro effettiva utilità. “Le cifre sono eloquenti – ha aggiunto Scaccabarozzi – basti pensare che per ogni euro investito in vaccini si risparmiano 24 euro in farmaci”. Il presidente di Farmindustria avverte quindi che “servono proposte relative ai profili gestionali per monitorare in maniera efficiente tutte le voci di spesa. E’ invece inaccettabile qualsiasi ipotesi per il nostro comparto che preveda tagli perché le conseguenze sarebbero pesantissime per il tessuto lavorativo”. Ma non solo, in quanto gli effetti sarebbero accusati anche dallo stesso Ssn, “considerando che un giorno in ospedale costa mille euro al giorno, mentre un anno di assistenza farmaceutica ne costa circa 270”.

Il tema di una gestione efficiente è nodale anche secondo Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva. “Esiste un grosso deficit di assunzione delle responsabilità che limita sensibilmente la capacità di comprendere dove intervenire”. Tutti gli attori del sistema sono quindi chiamati a una decisa assunzione di responsabilità “sulla base di un principio che deve valere per chiunque: a ogni protesta corrisponda automaticamente una proposta”. Si tratterebbe di un approccio efficace per “superare un modello troppo legato al concetto di emergenza che poi è alla base di tagli lineari e indiscriminati. Si continuano a chiedere sacrifici al Ssn per poi utilizzare le risorse risparmiate in altri settori. Questo meccanismo va arrestato al più presto”.

Altro tema caldo riguarda il Titolo V. “Il governo nazionale ha tentato di rispondere alle esigenze di federalismo e decentramento – ricorda Pietro Cerrito, responsabile politiche sanitarie e welfare della Cisl – senza varare e inserire regole ben definite per il funzionamento delle Regioni”. Non si può quindi prescindere da incisivi meccanismi di riorganizzazione che “devono però coinvolgere pienamente la componente umana, quel serbatoio di risorse che spesso, anche a titolo volontario o sobbarcandosi montagne di straordinari, ha mandato avanti l’intero Ssn. Dobbiamo coinvolgere pienamente l’enorme patrimonio umano di cui disponiamo”.
 
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Giuseppe Roma, direttore generale del Censis: “La sostenibilità sociale del Ssn è stata garantita soprattutto da forme di volontariato profuse dagli operatori e da una presenza molto forte delle famiglie”. Serve però nuova linfa e per alimentarla “non si può considerare esclusivamente il tema della spesa, perché i tagli senza riorganizzazione non producono alcun risultato. All’abbattimento degli esborsi si accompagnino interventi per rendere più efficienti le strutture. Serve un’inversione di rotta, dato che il federalismo sanitario non ha funzionato: le differenze tra territori non sono diminuite, anzi in molti casi sono addirittura cresciute. Ma il paese sembra imballato e incapace di reagire”.

Una maggiore sostenibilità del sistema passa anche attraverso un maggiore e diverso coinvolgimento dei soggetti privati. Ne è certa Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria. “Un asse su cui costruire un nuovo corso è costituito dai fondi sanitari, che si devono diffondere tramite incentivi di carattere fiscale per le imprese che li sottoscrivono. Una dinamica di questo genere produrrebbe innumerevoli effetti benefici: in primis la riduzione del sommerso e una più elevata qualità. Il fondo è infatti acquirente qualificato di prestazioni sanitarie e può – ha concluso – imporre standard qualitativi”.
 
Gennaro Barbieri

13 novembre 2013
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