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Titolo V. Federalismo a marcia indietro

di Fabrizio Gianfrate

Vedremo come sarà declinato nelle norme attuative questo nuovo art. 117 che pare bloccare ogni evoluzione federalista in senso devolutivo. Ci auguriamo definisca davvero e finalmente i ruoli di Stato e Regioni. Che non congeli le cose come stanno oggi, sospese perciò ancora fisiologicamente foriere di criticità a ogni nuovo provvedimento che venga dall’una o dall’altra parte, Stato o Regioni

14 OTT - Litigano continuamente l’uno con l’altro reclamando il proprio spazio e la propria autonomia. Pensano addirittura di separarsi, ma restano legati indissolubilmente. In perenne attesa di chi chiarirà i loro ruoli. Mentre passano gli anni e si ripetono le stagioni. Sono Didi e Gogo, aspettano in scena il Signor Godot a risolvere ogni loro questione.
 
Sono Stato e Regioni sulla sanità, attendendo per anni una soluzione che ne definisca le rispettive competenze, la cui persistente ambiguità è da anni l’inevitabile causa di continui litigi e dissidi tra loro. Godot doveva essere il federalismo, quello compiuto, la pietra filosofale della sanità, almeno per chi, in tanti, un tempo quasi tutti, ci aveva creduto.
 
La revisione dell’art. 117 del Titolo V della Costituzione, approvata in Senato un paio di giorni fa, sembra finalmente porre le basi per quel chiarimento. Lo fa in modo inconsueto, innestando, la retromarcia, restituendo, almeno sulla carta, la priorità gerarchica delle principali competenze legislative sulla sanità allo Stato, rivedendo al passato, quasi azzerando, quel principio di legislazione concorrente intorno alla quale aveva ruotato il federalismo dal 1999 a oggi.
 
La domanda da farsi a mio avviso quindi è: le norme attuative che ne conseguiranno si limiteranno a congelare l’attuale status quo, ambiguo nei ruoli e causa degli innumerevoli, dannosi, litigi? O si farà chiarezza riportando determinate aree di competenza allo Stato e quindi di fatto passando la spugna su un quindicennio di, pur tormentati, provvedimenti?
 
Un federalismo restato negli anni incompiuto, a metà del guado. Devoluzione organizzativa e gestionale alle Regioni ma non economica e finanziaria. Decisioni dello Stato ma con impatto sulle Regioni stesse. A cui è data giusto la leva delle addizionali sulle imposte locali e altre imposte minori.
 
Già partiva male, quel processo devolutivo, disaggregando chi stava insieme, al contrario degli altri grandi Paesi (l’“E Pluribus Unum” USA). Poi quei principi ispiratori dei vari Montesquieu, Tocqueville, Jefferson, Cattaneo, così nobili e aggreganti (dal latino foedus, patto) invece ruzzolati nella sentina culturale dei “Dio Po” e “Tricolore carta igienica”, in una decadente eclittica dalle Ècoles de la Sorbonne ai bar-biliardo della bassa padana.
 
Nei piani di chi lo aveva fortemente voluto quel federalismo avrebbe dovuto compiersi definitivamente diventando anche e soprattutto fiscale. “La ricchezza nostra a casa nostra” era la “Weltanschauung” dominante, alla quale a quel tempo si erano più o meno apertamente accodati quasi tutti, da sinistra a destra, a caccia dell’elettore pedemontano ancora incerto.
 
Ma quel federalismo fiscale da ultras in camicia verde era semplicemente impossibile da realizzare. Troppa la differenza tra le Regioni nella ricchezza rispettivamente prodotta e quindi nel conseguente gettito tributario. Solo poche sarebbero state autonome, alcune solo al 20%, anche meno, del loro fabbisogno sanitario.
 
Che sanità povera avrebbero avuto la Calabria e tante altre Regioni sotto il 40mo parallelo? Ecco allora quella perequazione dalle ricche alle “meno ricche”, in fondo il meccanismo attuale di suddivisone del Fsn per quota capitaria pesata concordata ogni anno nella Conferenza Stato Regioni, unica soluzione ragionevole possibile.
 
Poi il naufragio, per vari motivi. Per i tanti arresti per mazzette di big locali (vedi anche le cronache odierne), le finte lauree albanesi, le mutande verdi, ecc., ecc. Col generale, prevedibile, adattamento ai placidi tepori trasteverini di tanti di quei politici dall’idioma gutturale discesi dalle gelide vallate nordiche ai materni accoglienti sette colli.
 
E poi sono stati troppi i bilanci regionali in rosso sulla sanità, recuperati solo con l’intervento minaccioso e “centralista” dello Stato, i piani di rientro, conclamata antitesi della fallimentare autonomia tanto declamata.
 
Certo aveva un senso l’avvicinamento delle decisioni al territorio, filosofia fondante del federalismo. Ma si è portato dentro il suo lato oscuro, il rischio di maggiore collusione tra decisore politico e suoi “clientes”. Più “vicini”, appunto. Per vissuto, storia, parentele, amicizie, ecc., ecc.
 
Lato oscuro magnificato nella percezione dell’opinione pubblica dal numero abnorme di consiglieri regionali e amministratori locali poi indagati, anche arrestati, per “spese pazze” in quasi tutte le Regioni. In questo affratellati senza differenze di latitudine da Nord a Sud (figli di “mater ignota”, ma con l’abbreviazione come ai tempi di Cicerone).
 
Anche questo resterà come “damnatio memoriae” di un federalismo che voleva decentrare poteri e decisioni. Anche questo tra i moventi principali del disamoramento dei tanti innamorati di un tempo. Che ha contribuito a portare all’odierna marcia indietro sul Titolo V dopo quindici anni di corrisposti amorosi sensi. Perduto amor, canterebbe malinconico Adamo o disquisirebbe serioso Alberoni.
 
Allora addio, federalismo compiuto e impossibile. Persino chi ti evocava arringando tra le rotonde sulle provinciali o tra le villette a schiera con vista-capannone oggi ti snobba, urlando “ladrona” non più Roma ma a Bruxelles e che a mangiarsi gli “schei” non è più il meridionale ma il perfido e infetto immigrato (l’onnipotente marketing della paura).
 
Vedremo come sarà declinato nelle norme attuative questo nuovo art. 117 che pare bloccare ogni evoluzione federalista in senso devolutivo. Ci auguriamo definisca davvero e finalmente i ruoli di Stato e Regioni. Che non congeli le cose come stanno oggi, sospese perciò ancora fisiologicamente foriere di criticità a ogni nuovo provvedimento che venga dall’una o dall’altra parte, Stato o Regioni, i Didi e Gogo della nostra storia.
 
Che alla fine del dramma di Beckett sono ancora lì in attesa, sempre più litigiosi tra loro: “adesso basta! Ma quando arriva finalmente questo Signor Godot?”. “Basta, bisogna fare qualcosa”. “Sì, bisogna muoversi!” Ma restano entrambi fermi, in scena, a litigare e battibeccare tra loro, ancora e sempre aspettando. Mentre il sipario si chiude.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria  


14 ottobre 2015
© Riproduzione riservata


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