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Migranti. Studio inglese contro Italia e Grecia: “Spesso nessuna indagine dopo morte in mare”


Nel 2015 e nella prima metà del 2016 più di 6.600 rifugiati e migranti sono annegati o sono stati dati per dispersi nel Mediterraneo. Spesso, le morti dei migranti non sono oggetto d’indagine, violando la legge internazionale sui diritti umani, secondo la quale tutti gli Stati hanno l’obbligo d’indagare su qualsiasi morte sospetta. E' quanto emerge da un rapporto realizzato dall’Università di York, la City University of London e il GMDAC.

06 SET - Nel 2015 e nella prima metà del 2016 più di 6.600 rifugiati e migranti sono annegati o sono stati dati per dispersi nel Mediterraneo dopo che i loro barconi si sono rovesciati nel tentativo di raggiungere l’Europa. Un nuovo rapporto, realizzato dall’Università di York, la City University of London e il GMDAC dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, mostra che molti dei corpi non sono stati identificati e le famiglie a casa non sanno cosa è accaduto ai propri cari.

Il rapporto descrive le conclusioni del Mediterranean Missing Project, finanziato dal Consiglio per le Ricerche Economiche e Sociali. Esso è stato varato dall'ESRC nell'ambito di un ampio programma di ricerca del valore di un milione di sterline in risposta alla crisi umanitaria in atto. Un team di ricercatori ha lavorato per un periodo di 12 mesi sull’isola greca di Lesbo e in Sicilia, i due principali punti d’ingresso per i migranti e i rifugiati in Europa, dove un gran numero d’ imbarcazioni che trasportano migranti sono affondate negli ultimi anni, e ha osservato il modo in cui le autorità trattavano i corpi dei migranti. I ricercatori hanno intervistato una serie di operatori coinvolti nelle operazioni, tra i quali dipendenti comunali, organizzazioni non governative, guardia costiera, medici legali e personale di pompe funebri cosi come famiglie di migranti dispersi provenienti da Tunisia, Siria e Iraq per comprendere la loro esperienza.

Quello che hanno scoperto è scioccante. Sia il numero dei migranti arrivati che quello dei morti ha sopraffatto le autorità locali, che hanno risorse limitate e, nel caso della Grecia, che è stata devastata dalla crisi economica. Di conseguenza, gli sforzi per determinare le identità dei migranti deceduti sono stati insufficienti. Le indagini ufficiali sono state limitate e spesso lacunose. Gli effetti personali dei rifugiati ritrovati sulle spiagge non sono stati raccolti sistematicamente o messi da parte per supportare l’identificazione, inoltre i superstiti dei naufragi non sono stati intervistati sistematicamente a proposito di coloro che erano morti.

“Dietro alla catastrofe visibile dei naufragi e delle morti nel Mediterraneo esiste una catastrofe invisibile che riguarda i corpi recuperati, in quanto non si fa abbastanza per identificarli e informare le loro famiglie” dice Simon Robins, autore principale del rapporto e ricercatore senior, membro del Centro per i Diritti Umani Applicati all’Università di York.

Ci sono anche problematiche riguardanti la gestione dei dati sui corpi. In Italia, per esempio, ogni regione archivia i dati in maniera indipendente. In Grecia, anche se i campioni di DNA prelevati dai cadaveri sono archiviati in un unico sito, non c’è modo di collegare il campione di DNA conservato ad Atene con i corpi seppelliti nel cimitero di Lesbo poiché fino a poco tempo fa i corpi non venivano etichettati uniformemente.

“Ai sensi della legge internazionale sui diritti umani, tutti gli Stati hanno l’obbligo d’indagare su qualsiasi morte sospetta - afferma Simon Robins -. Tuttavia abbiamo riscontrato che in molti casi le morti dei migranti non sono state oggetto d’indagine. Pensate alla quantità di risorse e all’attenzione riservata per capire cosa è successo alle vittime del disastro aereo del volo MH370 della Malaysia Airlines. Negli ultimi 18 mesi, è deceduto un numero di migranti pari a circa i passeggeri di 13 jumbo jet, ma vi è stata poca attenzione mediatica e sono stati fatti sforzi insufficienti per determinare le loro identità.”

Il problema principale riscontrato dai ricercatori nel loro rapporto è la mancanza di una politica coordinata e coerente per quanto riguarda i migranti deceduti sia in Grecia che in Italia. Il vuoto politico a livello nazionale significa che le municipalità e le autorità locali sono sopraffatte e non sono dotate delle capacità o risorse finanziarie per far fronte alla natura e al volume di questa crisi umanitaria. Ci sono numerose agenzie con mandati sovrapposti che non riescono a coordinarsi fra loro, il che si traduce nel fatto che nessuno è sicuro di chi sia responsabile di cosa. Le diverse agenzie locali e regionali coinvolte hanno poco sostegno dai governi nazionali o dall’Unione Europea.

In Italia, una Commissione Speciale per le Persone Disperse ha condotto indagini sui casi di tre naufragi di grandi dimensioni e, attraverso accordi fra gli operatori competenti, tra cui esperti forensi e polizia, supportata con risorse, ha permesso di effettuare un lavoro eccellente nella raccolta dei dati dai corpi. Adesso, l'obiettivo in Italia è quello di estendere questi sforzi a tutti i migranti deceduti. Sia in Grecia che in Italia, gli sforzi per contattare le famiglie dei dispersi sono stati in gran parte frustranti, con il risultato che pochi dati sono stati raccolti dalle famiglie dei migranti dispersi, impedendo le identificazioni. Il risultato di tutto ciò è che i corpi vengono seppelliti senza identificazione, con poche possibilità di poterli identificare in futuro. Questo rappresenta un esempio per la Grecia, la quale richiede l'accorpamento del coordinamento delle varie agenzie che operano con mandati inadeguati e sovrapposti.
 
Un altro problema è la mancanza di un meccanismo internazionale di scambio di dati sui migranti deceduti e sulle persone disperse, in modo che tali dati possano essere incrociati per effettuare identificazioni.

Ciò significa che non ci sono in Europa punti di contatto per i membri della famiglia in cerca di un proprio caro che potrebbe essere deceduto attraversando il Mediterraneo. Un'ulteriore barriera è che spesso i famigliari alla ricerca di una persona dispersa non sono nemmeno in grado di viaggiare per gli Stati europei per identificare il loro parente. E’ difficile riuscire ad ottenere un visto per entrare nell’Unione Europea, inoltre non esistono cose come un visto umanitario.

Allora, cosa si può fare per migliorare la situazione? Gli autori suggeriscono diversi modi in cui gli Stati possono migliorare le proprie procedure per identificare coloro che sono annegati in mare.

“Noi crediamo che l’Italia e la Grecia abbiano l’obbligo legale di investigare così come l’obbligo morale verso le famiglie di coloro che sono deceduti, obblighi che non vengono adempiuti”, afferma Simon Robins.

“Vi è anche la necessità di effettuare ulteriori sforzi per raggiungere le famiglie dei migranti dispersi. Coinvolgendo le famiglie si potrebbe aiutare gli investigatori a effettuare le identificazioni cosi da consentire loro di incrociare i dati forniti dai famigliari con quelli prelevati dai corpi dei deceduti. In più, le famiglie potrebbero essere al centro degli sforzi per affrontare la questione. Le famiglie dei migranti dispersi vivono ogni giorno senza certezze: gli Stati europei hanno l’obbligo legale e morale di effettuare degli sforzi per porre fine alle loro sofferenze”. 

06 settembre 2016
© Riproduzione riservata


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