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Lunedì 30 NOVEMBRE 2020
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Altro che “finte” riforme. Sul lavoro in sanità è ora di saltare il fosso

di Ivan Cavicchi

In luogo della guerra tra competenze, in luogo degli incarichi funzionali, personalmente come ho scritto tante volte soprattutto quando si decidono le finanziarie, preferisco di gran lunga un altro ordinamento, il quale, però, per essere davvero “altro” da quello precedente, deve accettare di misurarsi con la ridefinizione del lavoro. Da qui non si scappa. Non ci serve un 761 bis o stupidaggini come la categoria speciale

01 GIU - Sarebbe come sprecare il fiato. Alla contro replica di P&P (QS, 28 maggio 2020) per tante ragioni, attinenti anche il buon gusto, non si può rispondere. Le condizioni per un confronto onesto non ci sono. A parte gli apprezzamenti contro la mia persona sui quali compatire per me vale come un gesto di pura carità verso chi non capisce e basta, faccio notare che le mie critiche sono state fatte tutte in subjecta materia, ma ad esse ho avuto sproloqui ma non risposte. Peccato.
 
A questo punto alla vana polemica, preferisco la riflessione, la ricerca, lo studio, l’approfondimento.
 
Perché bisogna riformare il lavoro?
Perché il lavoro in sanità dovrebbe essere riformato?
 
Le ragioni sono tante e diverse ma le più importanti secondo me sono 4:
• il lavoro deve cambiare perché è cambiato semplicemente il mondo cioè non possiamo più lavorare come se fossimo nel 900, se continuassimo ad essere invarianti saremmo inevitabilmente inadeguati e l’inadeguatezza è uno tra i primi problemi del sistema,

• se il lavoro non cambia non cambia la sanità perché sono consustanziali, siccome, come ormai dicono tutti, abbiamo bisogno di riformare la sanità allora necessariamente dobbiamo riformare il lavoro,
• il lavoro per tante ragioni ha subito una perdita significativa di valore causando a chi lavora dei grossi problemi non solo retributivi ma anche identitari e in certi casi delle vere crisi professionali,
• i problemi profondi dei lavoratori non si possono più ignorare e ne pensare di risolverli con qualche “riassetto”, soprattutto la questione retributiva è ormai diventata una questione politica perché ha a che fare con il valore del lavoro e con quello di chi lavora in questa società.
 
Perché la riforma del lavoro è così importante per la sanità?
Se il lavoro è consustanziale con la sanità, allora da esso dipendono tante cose che riguardano tutto il sistema: la qualità delle cure, l’uso della spesa pubblica quindi i problemi di sostenibilità, i costi dei servizi, il governo delle complessità, il grado di fiducia sociale, il grado di universalità e di adeguatezza delle cure, il governo del sistema, il buon uso della scienza, il raggiungimento degli scopi professionali e infine, perché no, la gratificazione professionale di chi lavora anni prima di andare in pensione.
 
Attenzione, non sto proponendo il lavoro come una metafisica, cioè come un’idea assoluta dalla quale ogni cosa dipende ma sto solo dicendo:
• che il lavoro partecipa alla realizzazione degli scopi di sistema,
• è un valore che si deve connotarlo e denotare da ogni punto di vista da quello finanziario a quello scientifico e sociale,
• è il termine medio in un sillogismo che definisce la relazione tra diritti e risorse, tra salute e economia, tra noi e gli altri.
 
Tutte le strade portano a Roma
Del resto tutte, nessuna esclusa, le grandi questioni che sono sul tappeto, la cui risoluzione necessità di un intervento riformatore, hanno a che fare con il lavoro:
• le diseguaglianze che dividono il paese sono prima di tutto diseguaglianze nel lavoro e del lavoro sul lavoro,
• la sostenibilità è un problema che riguarda prima di tutto il lavoro e più precisamente il rapporto costi/benefici,
• il conflitto sociale quindi contenziosi legali, sfiducia, violenza contro gli operatori, sono fatti incresciosi che hanno rapporti stretti con i modi di lavorare,
• la governabilità del sistema dipende se si intende il governo contro il lavoro, sul lavoro o con il lavoro,
• la riorganizzazione del sistema sanitario in una pandemia è a sua volta una questione di riorganizzazione delle attività cioè del lavoro,
• la questione professionale cioè la crisi di alcune professioni nevralgiche è una questione essenzialmente che rimanda al lavoro inteso soprattutto come esercizio effettivo delle prassi.
 
Se il lavoro è il condizionale principale del sistema tutte le proposte di riforma che parlano di sanità a lavoro assente o parlano solo di lavoratori pure a lavoro assente, di fatto assumono il lavoro come una invarianza, per cui sono finte riforme.
 
Come si fa una riforma del lavoro?
Non è facile riformare il lavoro, anzi è piuttosto difficile, ed è per questo che, su tale tema, i riformatori veri, sono molto pochi e quelli fasulli, moltissimi.
Oggi (CCNL Sanità 2019/2021) siamo alla riclassificazione dei lavoratori compresi ancora tra i “ruoli” previsti dal 761/79 e le” aree prestazionali”, una variante delle “Ada” (area di attività), intese come aggregazioni di profili, ma in nessun caso come una classificazione ontologica del lavoro, dei suoi contenuti, delle sue prassi e quindi dei suoi valori operativi sociali e retributivi.
 
Oggi il “riassetto”, riguarda i lavoratori ma non il lavoro che resta a dispetto dei cambiamenti fondamentalmente invariante.
 
Vorrei a questo proposito ricordare che:
• il termine “riassetto” vale come una operazione di ridefinizione di un ordine quindi come una operazione di mero riordinamento giuridico di quello che c’è,
• la differenza tra “ruolo” e “area” è quella che passa tra l’idea di “comportamento atteso” e l’idea di “aggregato” dando per scontato che “l’aggregato”, cioè un insieme di professioni o di profili il cui lavoro reale è assimilabile ma solo per analogia.
 
Nel momento in cui si entra nella logica “dell’aggregato” automaticamente il concetto di “area” diventa una metonimia di quello di “livello” per cui il lavoro che si svolge nelle aree prestazionali finisce per essere giuridicamente equivalente nonostante le tante specificità che ogni professione ha.
 
La mia impressione è che oggi la specificità professionale tende a ribellarsi a quei riassetti che alla fine si traducono in un modo o nell’altro in appiattimenti. C’è in giro una grande voglia di identità e di singolarità.
 
La non riducibilità del lavoro a sola definizione giuridica
Oggi, il lavoro di un medico, di un infermiere, di un tecnico di radiologia, di una ostetrica, di una terapista della riabilitazione, per tante ragioni non è più riducibile, come è stato possibile fare fino ad ora, ad una prestazione, ad una competenza, ad una mansione, ad una definizione giuridica, ad un atto tecnico.
 
Oggi la definizione di lavoro:
• dipende dal grado crescente di complessità con il quale il lavoro ha a che fare, fuori e dentro la sanità, in relazioni a più committenti,
• è l’implicazione logica che lo lega fatalmente ai tanti scopi diversi della sua vasta committenza.
 
Oggi i principali committenti del lavoro a parte gli amministratori sono i malati, gli esigenti, e quindi a parte lo Stato, una intera società. Ma anche le università, le società scientifiche, le organizzazioni sociali, gli ordini professionali, sono a loro modo dei committenti, perché chiedono al lavoro di essere in un certo modo e non in un altro.
 
Definire il lavoro
Se volessimo andare oltre i riassetti giuridici e prendere in considerazione il lavoro come ente ontologico con un valore, prima di capire come si riforma questo ente dovremmo accordarci su come definirlo. Cioè dovremmo impegnarci prima di tutto nella riforma della sua definizione. Anche questo non è facile.
 
Le definizioni...
...che fino ad ora sono prevalse sono quelle giuridiche “chiuse” e essenziali (il lavoro è essenzialmente una competenza, una mansione, una prestazione, un incarico, una funzione), si tratta di definizioni in genere organizzate in ordinamenti a volte definiti per ruoli, per livelli funzionali, o per aree prestazionali,
...che ci servirebbero oggi dovrebbero essere definizioni “aperte” in grado di connotare intrinsecamente il lavoro e esprimere i suoi diversi valori e quindi il suo grado intrinseco di complessità.
 
L’opera
Per me il lavoro in sanità non può essere come dicono tutti i vocabolari, semplicemente un’attività che produce dei risultati, ma soprattutto in sanità è un sistema di condizionali culturali, scientifici, operativi, soggettivi e personali, pratici e pragmatici, senza i quali non vi è l’opera.
Definisco opera non il risultato del lavoro di un autore, ma il complesso di operazioni che consentono all’autore di produrre una opera e quindi offrire dei risultati.
 
Per me il lavoro e l’opera sono la stessa cosa, e nessuna opera può essere ridotta a competenza, o a mansione, o a prestazione, a singolo atto o a incarico. Un’opera è sempre per definizione una complessità. Per me l’operatore non può essere definito senza prima definire l’opera e nessuna opera è classificabile a prescindere dalla sua intrinseca complessità.
 
Reinterpretando il noto principio tomista direi: “operator sequitor opus” il che significa, che la definizione di un lavoratore, da ogni punto di vista, dipende dalle prassi per mezzo delle quali egli trasforma il lavoro in opera. E’ l’opera il definiens l’operatore è invece il definiendum.
 
Oggi, nei confronti di ciò che cambia, dei problemi cronici della sanità, della domanda sociale non si tratta più di riclassificare degli operatori in aree prestazionali, ma di riclassificare le opere che definiscono gli autori attraverso gradi di complessità, cioè di classificare delle prassi, deducendone dai loro rispettivi gradi di complessità tanto delle definizioni giuridiche ad hoc che delle retribuzioni ad hoc.
 
Prigionieri dello schema
A partire dall’ordinamento deciso con il Dpr 761 di 40 anni fa, i sindacati, come era ovvio che facessero, non hanno fatto altro che tentare, in contesti economici a volte svantaggiosi, di spremerlo in tutti i modi (riordini, riassetti, riclassificazioni) per ricavarne come era giusto i massimi vantaggi retributivi possibili.
 
In questi 40 anni l’ordinamento è come se fosse stato vissuto da ogni professione quasi come una prigione. Spesso si sono lamentati conflitti di competenze, analogie professionali improprie, appiattimenti di ogni genere, titolarità controverse, ingiustizie vere e proprie, sperequazioni di ogni tipo, nel tentativo di affermare, non dico una alterità professionale, ma sicuramente una specificità o una specialità che giustificasse un qualche vantaggio retributivo.
 
Oltre la riparametrazione del salario
Ebbene rammentando a tutti che l’ordinamento che definisce una retribuzione è a sua volta funzione della retribuzione, dobbiamo dire che:
• in questi anni quello che insisto nel chiamare il “gioco dei 4 cantoni” ha dato quello che ha dato, secondo me, almeno sul piano retributivo, non molto, o almeno (anche se è difficile dimostrarlo), non quello che avrebbe potuto dare se l’ordinamento fosse stato altro,
• il “gioco dei 4 cantoni” oggi è esaurito nel senso che non è più in grado di assicurare risultati retributivi importanti cioè non c’è più niente da riassettare,
• ormai se andiamo a vedere gli adeguamenti retributivi degli ultimi anni siamo arrivati a quella che una volta si chiamava “riparametrazione” cioè a meri aggiornamenti salariali di bassa consistenza finanziaria come se vi fosse un “parametro” salariale di base predefinito che nella sua essenza resta incontrovertibile. Le famose “mancette” di cui tante volte ho parlato.
 
Le jeux sont faits
Aggiungo un’altra considerazione, che il “gioco dei 4 cantoni” sia esaurito è dimostrato dal fatto che siccome ormai l’ordinamento per quanto manipolato non è più in grado di soddisfare i diversi bisogni retributivi e non solo degli operatori, ormai si cerca di forzarlo, scadendo in una brutta conflittualità tra professioni complementari.
 
Il comma 566, le competenze avanzate, l’incarico di funzione, a parte i loro significati di merito, per me non sono altro che tentativi da parte di alcune professioni di forzare l’ordinamento vigente perché restarvi dentro è diventato per esse oggettivamente uno svantaggio e una penalizzazione.
Quando sento parlare di “contendibilità dei ruoli” mi vengono in mente i ruoli definiti con il Dpr 761 per cui penso che dietro a questa richiesta vi è semplicemente l’esigenza di andare davvero oltre il 761.
 
Anche alle professioni che si sentono aggredite da altre professioni conviene lavorare per un altro ordinamento. Si tratta di difendere l’opera non le competenze, certe competenze, ormai, con il sistema formativo che abbiamo sono sempre meno difendibili.
 
Che si salti sto cavolo di fosso
In luogo della guerra tra competenze, in luogo degli incarichi funzionali, personalmente come ho scritto tante volte soprattutto quando si decidono le finanziarie, preferisco di gran lunga un altro ordinamento, il quale, però, per essere davvero “altro” da quello precedente, deve accettare di misurarsi con la ridefinizione del lavoro. Da qui non si scappa. Non ci serve un 761 bis o stupidaggini come la categoria speciale.
 
Io sulla riforma del lavoro, ne faccio alla fine una questione di brutale convenienza: non conviene più a nessuno, né allo Stato, né ai cittadini e meno che meno ai lavoratori, rimanere prigionieri in un ordinamento giuridico che ormai è evidente a tutti risulta essere un rottame di un certo statalismo burocratico, di altri tempi.
 
Stipendi bassi, tanti conflitti, problemi professionali per tutti, crisi di ruoli, perdita di valore, forti insoddisfazioni personali, forti rischi professionali, quindi contenzioso legale alto, dipendenza totale dalle scelte di spesa pubblica, ma a questo punto scusate, ma chi ce lo fa fare? Se c’è da saltare il fosso che si salti il fosso con buona pace dei finti riformisti e di finte riforme.
 
Conclusioni
Sapete perché insisto nonostante tutto sulla riforma del lavoro, pur cosciente di essere minoritario nei confronti tanto del sindacato che degli ordini, e soprattutto del “riformista che non c’è”?
 
Credo che di questi tempi in cui tutti vogliono giocare alla riforma ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di farsi ridere dietro, ma credo anche come un marinaio che sia l’esistenza del mare a rendere possibile qualsiasi navigazione. Se un valore come il nostro lavoro è stato in qualche modo svalutato, anche per colpa nostra, allora se è un valore, esso si potrà rivalutare. Se il valore non c’è la partita è chiusa. Se il valore è grande e, nel nostro caso è grande, come il mare, allora si possono fare delle belle riforme.
Il mare è davvero grande, il viaggio continua, al prossimo articolo.
 
Ivan Cavicchi

01 giugno 2020
© Riproduzione riservata


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