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23 GENNAIO 2022
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Per medici & Co. le promesse dell’era Covid rischiano di diventare solo un miraggio

di Ivan Cavicchi

A meno che il tema del lavoro in sanità non si affronti alla radice, con una profonda riforma e senza limitarsi a richieste economiche oggi apparentemente percorribili sull'onda dell'epidemia ma che dopodomani saranno considerate nuovamente irrecevibili in nome della sostenibilità. Sarà la storia a dirci se a sbagliare era chi voleva riformare il lavoro nell’indifferenza generale o chi principe dell’invarianza dimenticava di cambiarsi di tanto in tanto persino le mutande

16 GIU - Come preannunciato questo articolo conclude la serie di 4 articoli sulla riforma del lavoro in sanità sparati a ripetizione su questo giornale (1 giugno, 5 giugno, 8 giugno, 12 giugno) con lo scopo primario di parlare al mondo del sindacato dell’ordinistica e della politica. Ciò spiega la forma degli articoloni, la loro dimensione e la loro organizzazione interna, e il tentativo di individuare attraverso delle minime analisi le idee forza più importanti e indicare gli atti di riforma necessari.
 
Il peccato originale
La riforma del lavoro che oggi a tanti, a partire da me, sembra inevitabile, si sarebbe dovuta fare almeno 40 anni fa, nel senso che se davvero il lavoro è, come è, consustanziale con la sanità, non si può pensare di fare una riforma di sistema a prassi professionali e a formazione professionale invarianti.

 
Però così è stato fatto:
• da una parte alla riforma del 78 non è corrisposta nessun ripensamento della formazione (gli infermieri solo nel 99 modificheranno il loro percorso formativo),
• dall’altra rispetto alle vecchie prassi ci si è limitati a omologarle semplicemente all’ordinamento giuridico dello Stato.
 
Questo è il peccato originale. Si poteva fare diversamente?
La mia risposta è no. Già oggi, dopo 40 anni di peripezie ma anche di tante evoluzioni culturali, è difficile mettere insieme una proposta di riforma del lavoro, figurarsi 40 anni fa. Io stesso per riuscire solo a concepire alcune idee ho dovuto faticare non poco.
 
Il limite culturale, a quel tempo, era tanto forte, ma anche tanto ovvio, che era inconcepibile fare qualcosa di diverso da quello che si è fatto. Si rammenti che la riforma del lavoro, in sanità, resta una impresa culturale alquanto impegnativa. Riformare l’ordinamento che definisce il lavoro vale come riformare un ginepraio grosso quanto il mondo.
 
Ebbene tutti i problemi, se non altro quelli più importanti, che oggi ci portano a sostenere la necessità di una riforma del lavoro, nascono non dal covid-19 ma da questo peccato originale.
Una riforma del lavoro vera e propria non è mai stata fatta, per cui, oggi riformare l’ordinamento giuridico statale, mutatis mutandis, vale come la stessa operazione di riforma che avremmo dovuto fare 40 anni fa.
 
Ma oggi siamo in grado di farlo?
Teoricamente si nel senso che quel limite culturale di 40 anni fa oggi oggettivamente non c’è più, oggi abbiamo a disposizione un gran quantità di soluzioni possibili, e poi abbiamo accumulato una grande esperienza, cioè abbiamo toccato con mano i problemi del lavoro che il peccato originale ha causato nel tempo. Ma a parte tutto a causa dell’acutezza dei problemi c’è quasi una urgenza riformatrice che non si può continuare a ignorare: i lavoratori lavorano male, soffrono crisi di identità, sono pagati troppo poco, e la famosa domanda aggregata di Keynes continua a premere su di loro senza mai mollare la presa, ma, soprattutto la prospettiva di affermare evolutivamente le proprie professionalità, se non è infausta è molto ma molto incerta.
 
Se dal piano teorico però passiamo a quello pratico, crescono dubbi e perplessità. Il sindacato, mondo che ritengo di conoscere in profondità, soprattutto in questi anni, nonostante le tante contraddizioni, i disagi crescenti dei lavoratori, le numerose sconfitte subite, non si è mai posto il problema di riformare il lavoro, come non si è mai posto il problema di rivalutarne il valore, o di battere le politiche che lo de-capitalizzavano, in parte perché la l’impresa è oggettivamente difficile in parte perché viene meglio amministrare i “redditi di sopravvivenza” usando la rivendicazione salariale.
 
Per chi è abituato da anni ad adeguare, anche marginalmente, le retribuzioni, sfruttando i rapporti di forza, le circostanze politiche, i governi favorevoli, non è per niente facile concepire un modo diverso di fare sindacato, soprattutto se ciò comporta quell’obbligo che ho chiamato mutual benefit. Cioè l’obbligo delle contropartite.
 
Trasferire risorse dalla spesa pubblica ai contratti nel tempo, con le difficoltà crescenti dell’economia è diventato sempre più difficile, ma quello che per il sindacato resta veramente difficile è far crescere significativamente le retribuzioni ristrutturandole attraverso la ristrutturazione della spesa. In questo caso è necessario un approccio riformatore che vada oltre la semplice rivendicazione e che il sindacato non ha.
 
Le difficoltà del sindacato
Le difficoltà del sindacato non sono solo culturali ma anche politiche e riguardano il governo della propria rappresentatività. E’ evidente che retribuire l’opera prima ancora che l’operatore comporti il pericolo che l’approccio meritocratico faccia perdere qualche tessera. Come è evidente che un sindacato se non ha una evidente crisi di consenso, non ha nessuna ragione per ripensare la propria strategia. Si ricordi che chi rappresenta i lavoratori sono una estensione dei lavoratori.
 
Emblematico ed esemplare è, in questo periodo di Covid 19, l’assalto alla diligenza che tutti stanno cercando di fare. Siccome si parla di dare molti soldi alla sanità, tutti si fanno avanti con rivendicazioni molto disinibite. Nessuno propone scambi, nessuno pensa al futuro, a nessuno interessa la questione della sostenibilità. La “questione professionale” è come dissolta. Vale la regola di Woody Allen “prendi i soldi e scappa”.
 
Carlo Palermo, mio stimato amico, segretario nazionale dell’Anaao in questa fase sentendo anche lui nell’aria il profumo dei soldi (the scent of money) lancia il raddoppio degli stanziamenti sui contratti.
 
In una intervista, (QS, 9 giugno 2020) egli propone, di contro coloro che secondo lui parlano di riformare il lavoro senza proposte concrete (critica che ritengo non mi riguardi) di raddoppiare l’indice di incremento annuale, per i contratti 2019/2021 calcolati in circa 1,1 miliardi al lordo delle ritenute fiscali e degli oneri previdenziali riflessi portando il finanziamento a 2,2 miliardi accompagnato dalla defiscalizzazione dell'incremento in busta paga. Un bel botto. Carlo Palermo definisce questa proposta che, per la precisione è per il superamento del gap tra le nostre retribuzioni e quelle europee, “percorribile”.
 
Personalmente non la vedo tanto “percorribile”, non credo che di punto in bianco anche con il covid 19, la retribuzione dei medici possa diventare una variabile indipendente dall’andamento del pil, e meno che mai credo, con tutto l’affetto che ho verso i medici, che nel caso ci dovessero dare dei soldi la priorità sia a lavoro invariante le loro retribuzioni. Come sa bene il mio amico Carlo, fare il sindacato delle cicale ignorando l’appuntamento con l’inverno non è una buona cosa, perché più prima che dopo l’inverno presenterà il conto.
 
Ma a parte questo è evidente che se, per Carlo Palermo, c’è la speranza di rimediare soldi per la strada breve, l’idea di riformare il lavoro per la strada lunga neanche lo sfiorerà. Se poi i suoi iscritti lo appoggeranno nel raddoppio delle retribuzioni chi glielo fa fare di dare retta a un rompicoglioni come me?

Che per lo meno si rispetti la verità
Mi rendo conto, quindi, che per il sindacato l’idea di una riforma del lavoro non solo non è facile da digerire ma, da quello che capisco, da persino fastidio. Dire che le retribuzioni sono basse sembra quasi una critica al sindacato. Chiedo scusa per il fastidio, ma le retribuzioni sono basse, e la necessità di una riforma del lavoro, non per colpa mia, ma resta inconfutabile. Si può dire che il sindacato non è pronto o non ha voglia di affrontare una riforma del lavoro, ma non si può dire che la riforma del lavoro non sia necessaria o peggio sbagliata.
 
Io capisco che la mia idea di “professione impareggiabile” possa mettere in crisi il concetto di comparto e di funzione pubblica delle confederazioni sindacali, pur tuttavia resta innegabile che in sanità vi sono professioni impareggiabili. Capisco anche che la mia idea di autore, baggiani e baggianate a parte, possa creare perplessità sia sul fronte delle convenzioni che su quello della dipendenza, ma per risolvere in particolare la “questione medica”, che ricordo è una crisi di ruolo profonda, qualcosa bisognerà pur inventarsi.
 
In un rapporto di subordinazione come faccio a mettere in condizione il medico di fare davvero il medico? L’infermiere di fare davvero l’infermiere? Non credo che giovi a nessuno rincorrere retribuzioni impossibili senza fare i conti con tutto ciò che riguardi le loro professioni. Capisco anche che ristrutturare la retribuzione con la domanda aggregata, trovi tutti impreparati, e che nessuno sa come fare, ma a parte che ogni tanto si può anche studiare, ma trovatemi un altro modo per ricapitalizzare il lavoro che ormai è più che svalutato.
 
Capisco anche che il mutual benefit non piaccia a nessuno perché in generale avere degli obblighi non è bello, ma siccome non credo alla befana, come il mio amico Carlo Palermo, e siccome le retribuzioni restano basse mi chiedo come faccio con 8 punti di pil in meno, un disavanzo in crescita continua e con una crisi economica senza precedenti a trovare le risorse che mi servono a reggere la botta nel tempo.
 
Capisco infine che l’idea di opera sia più difficile da definire contrattualmente di un semplice incarico, ma se il “gioco dei 4 cantoni” ormai ci regala solo conflitti tra competenze mi dite quali sono le leve che posso usare per accrescere il valore del lavoro e quindi la quantità finale delle retribuzioni e mettere pace tra i lavoratori?
 
Lavoro e professione
Fino ad ora, il luogo in cui la discussione sul lavoro è stata fatta in modo davvero senza filtri e senza inibizioni, è stata la Fnomceo alle prese con i suoi stati generali che a causa della pandemia hanno subito purtroppo una battuta d’arresto.
 
In casa Fnomceo, il lavoro, in questo caso del medico, è stato davvero inteso come una “struttura che connette” al punto da potergli restituire finalmente tutta la sua enorme complessità e il confronto tra ordine e sindacato è stato costante e costruttivo pur non mancando dubbi e esitazioni.
Il presupposto dal quale è partita la discussione sul lavoro è stata la “questione medica” cioè la necessità di risolvere quanto prima una grave crisi esistenziale della professione, presupposto che manca del tutto nelle rivendicazioni sindacali come se il salario fosse la soluzione ad ogni male, quando così non è.
 
Mi auguro che la rivendicazione del mio amico Carlo Palermo trovi accoglimento, defiscalizzazione compresa, e che i portafogli dei medici scoppino di soldi, ma i gravi problemi storici della professione restano tutti e a giudicare da come sta andando la questione del contenzioso legale nel covid-19 probabilmente anche con le tasche imbottite di soldi essi sono destinati ad accentuarsi. Oggi la procura di Bergamo indaga su una ipotesi di epidemia colposa perché decine di cittadini hanno chiesto di capire come sia effettivamente andata.
 
La verità, molto ben compresa dalla Fnomceo, è che se è vero che sanità e lavoro sono consustanziali, allora lo sono anche lavoro e professione per cui i problemi del lavoro non sono in alcun modo separabili da quelli della professione. E viceversa. Troverei curioso risolvere i problemi del lavoro senza risolvere i problemi della professione. E i problemi della professione come tutti sanno vanno ben oltre la retribuzione.
 
Mi ha colpito che Carlo Palermo (che Dio lo aiuti e lo conservi in gloria) nella sua stimolante intervista mentre ha chiesto per i medici un pacco di soldi, non ha ritenuto, al fine di affrontare i problemi non semplici della sua professione, di dover chiedere il ritiro del dm 70 e meno che mai, si è posto il problema della “professione impareggiabile” pur sapendo che i principali conflitti tra professioni sono contro i medici e in ospedale.
 
Al contrario il mio amico Carlo, ha chiesto a parte i soldi, non un’altra organizzazione dell’ospedale ma solo altri posti letto quindi del tutto in linea con il Dm 70.
 
Naturalmente sui posti letto che mancano, sul piano tecnico sono d’accordo con lui, come lui sa bene sono io e non altri, che in questi anni ha denunciato il problema dell’ospedalectomia. Ma resta il piccolo problema che dal 1968 l’ospedale con tutto quello che è successo in questi 50 anni, non è mai stato ripensato neanche con la riforma del '78.
 
In sostanza dall’intervista del mio amico Carlo viene fuori che, in barba alla questione medica, in barba alla necessità di riformare il lavoro, in barba ai modelli anacronistici dell’ospedale, la rivendicazione salariale, alla fine vale come aggiungere, alle tante indennità del medico, una indennità, in più, del tutto defiscalizzata, quella che in qualche modo lo risarcisce della propria crisi professionale e della sua svalutazione e quindi del gap che esiste tra le retribuzioni italiane e quelle europee.
 
A parte che certe crisi neanche i soldi riescono a risolvere ma monetizzare una crisi vale come condannare la propria professione a subirla per tutta la vita e per sempre. Quando si dice che i soldi sono importanti ma non sono tutto è un’ovvietà ma anche una grande verità, almeno rispetto al lavoro. 
 
L’assurdità inaccettabile
Mi piacerebbe fare come ha fatto la Fnomceo cioè scrivere delle tesi e aprire una discussione sul lavoro a tutto campo con tutte le professioni ponendo alla loro consulta permanente (QS, 7 gennaio 2020) un semplice quesito: se le vostre retribuzioni sono troppo basse perché “effe di x”, cioè perché sono gli ordinamenti giuridici che avete che le tengono basse, come si fa oggi al tempo del covid 19 a incrementarle significativamente? Più concreti di così si muore.
 
So però che questa discussione per quanto ovvia resta comunque altamente improbabile perché, come spesso mi dicono i miei amici:
• il sindacato gli ordini, a parte qualche rara eccezione, sono quello che sono,
• i miei sforzi di riforma sono come le proverbiali perle date ai porci,
• tutta questa voglia di cambiamento soprattutto nei medici, ma non solo, non c’è.
 
Tutti vorrebbero conservare le loro rendite di posizione ottenere sempre e comunque il massimo vantaggio con il minor sforzo e nello stesso tempo sentirsi dei grandi leader che fanno la storia del sindacato e della sanità. Ma come si fa a fare la storia nell’invarianza? Se l’invarianza è la negazione della storia allora essere i leader dell’invarianza significa essere i leader della non storia cioè i leader dell’assurdo.
 
Secondo me, con questi chiari di luna, è assurdo:
• che il sindacato non sia lui in prima persona, a farsi carico di una eventuale riforma del lavoro
• sollecitarlo e tirarlo per la giacca cioè pregarlo di occuparsi “per favore” di lavoro
• il conflitto che vedo tra verità e volontà, (io da filosofo lo definisco così), cioè tra ciò che servirebbe fare e ciò che non si vuole fare.
 
Sentiamo che ne pensa Marx
Oggi, lo dico a Carlo Palermo per primo, ma anche a tutti gli altri amici sindacalisti, ai quali per ragioni di appartenenza ideale, estendo il mio affetto sincero, le cose marxianamente parlando, più o meno stanno così:
• il lavoro in sanità resta de-capitalizzato cioè fino ad ora dopo 40 anni, nessuna idea riformatrice è stata spesa per la sua rivalutazione, quindi resta nei confronti della spesa pubblica quello che è sempre stato cioè una spesa e quindi un non valore, 
 
• ma di questo non valore anche grazie al covid 19, sta crescendo, peraltro in un brevissimo arco di tempo, enormemente il costo,
 
• la crescita del costo di un “non valore”, a festa finita, è inevitabile che sia destinato a rivelarsi quanto prima del tutto incompatibile non solo con il pil ma soprattutto con gli obblighi derivanti alla spesa pubblica che dovrà vedersela sia con il disavanzo pubblico che con i debiti contratti con l’Europa e da ultimo con le necessità di incentivare la ripresa economica,
 
• l’errore strategico è ritenere che la festa non finisca mai, e che le retribuzioni grazie al covid 19 possano crescere, soprattutto grazie agli aiuti finanziari, senza limiti e senza dare contropartite a vantaggio del sistema e quindi in qualche modo sottrarsi alle leggi dell’economia quindi illudersi che nella ripresa economica la crescita massiccia del costo del lavoro non diventi un problema.
 
La storia e le mutande 
Temo che non sarà così. Prima o poi troveremo un vaccino e il covid 19 non sarà più un problema, finirà la pacchia e Carlo Palermo non potrà più sparare le sue perentorie rivendicazioni perché mutatis mutandis esse appariranno, nei nuovi contesti economici, del tutto implausibili se non ridicole.
 
La sola cosa che resterà dopo il covid 19 sarà un enorme incremento del costo della sanità che nel frattempo, a parte le chiacchiere dei baggiani, nessuno ha pensato di riformare veramente e che, risultando ovviamente del tutto incompatibile con le condizioni economiche reali del paese, potrebbe dare una ulteriore spinta alla privatizzazione del sistema accrescendo le già alte diseguaglianze nel paese. Poi, almeno sul piano teorico, andrebbe anche considerata l’eventualità di un cambio di governo. In questi tempi difficili che ne sappiamo se girerà il vento?
 
In particolare l’alto costo del lavoro, cioè il sovra-costo, che ricordo resta sul piano politico, un non valore, ma solo perché non riformato, probabilmente risulterà economicamente insostenibile.
 
Chiarendo che lo scenario che ho provato a prefigurare non è al futuro remoto ma è al futuro prossimo, chiedo ai grandi leader sindacali quelli convinti che la storia si fa con l’invarianza, secondo voi ricordandoci di quello che il lavoro ha patito a partire dal governo Monti in poi, come andrà a finire?
 
Io non faccio riforme ma offro, per altro gratuitamente, idee per farle. Sarà la storia a dirci se a sbagliare era chi voleva riformare il lavoro nell’indifferenza generale o chi principe dell’invarianza dimenticava di cambiarsi di tanto in tanto persino le mutande.
 
Ivan Cavicchi

16 giugno 2020
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