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Il Governo Draghi, la riforma della sanità e i grandi produttori di beni

di Antonio Panti

I grandi cambiamenti nascono da esigenze sentite e da forti discussioni pubbliche che ora mancano del tutto. Inoltre le forze politiche debbono essere ben convinte per affrontare innovazioni radicali e qui ci scontriamo con gli altri stakesholders della sanità, tra i quali, oltre ai medici, ai cittadini, agli amministratori e ai politici, non dimentichiamo il ruolo dei produttori di beni verso i quali la politica è da sempre sottomessa

26 FEB - Il Governo Draghi si è insediato mentre sta esplodendo la terza ondata pandemica e la crisi “sanitaria, politica e economica”, come l’ha definita il Presidente Mattarella, si aggrava e la società è sempre più scossa tra la scarsità dei vaccini e la perdita di tanto lavoro.
 
Draghi ha detto poche parole sulla sanità ma abbastanza incisive, oltre a confermare il Ministro in carica, garantendo così la continuità dell’azione statale.
 
Abbiamo letto un profluvio di commenti, per lo più orientati a un cauto ottimismo, in una coralità di consensi al nuovo esecutivo. Non sono mancate le voci critiche sia nel merito della gestione della pandemia, argomento su cui esiste già una copiosa bibliografia per lo più severamente critica, sia per le stesse parole del Presidente del Consiglio, che sono sembrate poco incisive rispetto alla necessità di riformare profondamente il servizio sanitario.
 
In effetti molti temono, e io sono tra quelli, che si esca dalla pandemia con alcuni cambiamenti, in particolare sulla funzionalità del territorio e della medicina generale nonché dei dipartimenti di sanità pubblica, senza tuttavia modificare le regole fondamentali del servizio, il rapporto tra Stato e Regioni, il finanziamento, i LEA, la governance e il ruolo dei medici e di tutti i professionisti sanitari.

 
Però mi chiedo: è possibile fare di più? All’interno di un servizio che, tutto sommato, funziona e finora ha retto a questo tragico tsunami, si debbono, assolutamente e prontamente, effettuare profondi cambiamenti soprattutto sull’organizzazione del territorio e sulla cosiddetta medicina digitale; se invece si vuol fare di più allora occorre ragionare sul possibile.
 
Ormai è chiaro a tutti e alle forze politiche che la gente vuole il servizio sanitario e, se non è disposta a rinunciarvi, nello stesso tempo non mostra alcuna volontà di impegnarsi a discuterne il miglioramento.
 
I grandi cambiamenti nascono da esigenze sentite e da forti discussioni pubbliche che ora mancano del tutto. Inoltre le forze politiche debbono essere ben convinte per affrontare innovazioni radicali e qui ci scontriamo con gli altri stakesholders della sanità, tra i quali, oltre ai medici, ai cittadini, agli amministratori e ai politici, non dimentichiamo il ruolo dei produttori di beni.
 
Ogni strumento della sanità, ogni servizio è prodotto da privati tra i quali spiccano alcune imprese, tra i potentati economici maggiori al mondo. “Al momento continua a mostrarsi la mancanza di una visione complessiva e sistemica”, scrivono su QS Palumbo e La Falce.
 
Sottoscrivo, ma questa mancanza dipende dalla sottomissione della politica al mercato globale. Solo ora i Governi hanno mostrato qualche tardiva resipiscenza di fronte alla figuraccia mondiale, alla disfatta, nell’acquisto dei vaccini, finanziati dagli Stati e agli stessi negati a causa di leggi che i Parlamenti potrebbero cambiare ove ne avessero concreta volontà politica.
 
In questo quadro non facciamoci illusioni. Si può fare di meglio e alcune scelte lasciano perplessi ma anche il dopo Covid non potrà che muoversi all’interno della logica economica dominante.
 
Antonio Panti 

26 febbraio 2021
© Riproduzione riservata


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