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Il Pass Covid, tra “no vax”, “ni vax” e “a vax”. L’obbligatorietà non sarebbe una forzatura indebita

di Lucio Romano

Sotto il profilo giuridico è già prevista dalla nostra Costituzione ma con una legge che, pertanto, richiede il coinvolgimento del Parlamento. Questa previsione sarebbe in linea con quanto già riconosciuto per altre vaccinazioni. Pur distinguendo tra un trattamento obbligatorio generalizzato o per specifiche attività lavorative, secondo l’andamento epidemiologico, impedire il contagio, secondo principio di ragionevolezza, è un onere che non rappresenta in sé un provvedimento discriminatorio

19 LUG - Non ci sono solo i “no vax”. Tra le difficoltà a vaccinare il maggior numero di persone e raggiungere l’auspicata immunità di comunità, alias immunità di gregge, dobbiamo annoverare anche nuove tipologie: i “ni vax” e gli “a vax”.
 
Per “ni vax” si intendono gli esitanti, cioè coloro che in linea di principio non sono ostili ai vaccini e, tuttavia, rappresentano incertezze e dubbi. In larga parte conseguenze di una comunicazione non sempre chiara e univoca che ha interessato alcuni vaccini in particolare. Prevalentemente non sono negazionisti ma hanno paura di vaccinarsi preferendo rimanere in una sorta di comfort zone in realtà altamente rischiosa.

 
Poi ci sono gli “a vax”, vale a dire le persone che non hanno ancora avuto le loro dosi ovvero dimenticati. Da intercettare, soprattutto dalla medicina territoriale, ricorrendo al contatto e alla comunicazione diretta per capire i motivi e provare a convincerli, se restii. Trascurati, in larga parte, nell’era dominata dalle comunicazioni in Rete, dai messaggi tramite Whatsapp e dalle varie piattaforme regionali e nazionali. Per certi versi, potremmo dire una significativa fascia di popolazione offline.  È l’esperienza dell’ASLA Napoli 1 che, tramite contatto telefonico diretto, ha recuperato 750 cittadini su 3000 vaccinandi raggiunti, a fronte di 4200 “a vax” dimenticati.
 
Permangono criticità, però, che investono maggiormente gli esitanti (“ni vax”), visto che per i “no vax” risulta pressoché impraticabile qualsiasi evidenza oggettiva per quanto “contra factum non datur argumentum.”
 
Ebbene, proprio le evidenze – ovvero i fatti e non le opinioni suggestive e ingannevoli – devono essere da guida per incentivare le vaccinazioni. Ed è opportuno ricordarlo ancora. Sulla base dell’ultimo aggiornamento nazionale del 14 luglio, a cura dell’Istituto Superiore di Sanità, con un ciclo completo si riducono significativamente le ospedalizzazioni, i ricoveri in terapia intensiva e i decessi. La maggior parte dei casi segnalati in Italia sono stati identificati negli ultimi 14 giorni in soggetti non completamente vaccinati (cioè che non hanno ricevuto alcuna dose di vaccino SARS-CoV-2 o che sono stati vaccinati con la prima dose o con il vaccino mono dose entro 14 giorni dalla diagnosi stessa, ovvero prima del tempo necessario a sviluppare una risposta immunitaria completa al vaccino). Il vaccino contro il Covid-19, se si sono completate le dosi previste, è efficace circa all’80% nel proteggere dall’infezione, e fino al 100% dagli effetti più gravi della malattia, per tutte le fasce di età.
 
Tuttavia, sembra che l’evidenza di questi dati non sia ancora sufficiente a far superare alcune perplessità e indecisioni, spesso dettate da pretese di parte. A tutt’oggi, premesse anche le carenze organizzative in alcune Regioni, sono sempre 2,4 milioni gli over 60 scoperti, il 15%. Ed il 98% dei decessi riguardano queste fasce di età. Solo il 38% degli italiani ha ricevuto entrambe le dosi di vaccino e il 55% almeno una dose. Ancora troppo pochi! Nella popolazione sopra i 12 anni un cittadino su tre non ha ricevuto neanche una dose. Preoccupano soprattutto i giovani: nella fascia di età fino a 29 anni sono scoperti in 6 milioni. E l’età media dei contagiati nel nostro Paese si è abbassato sotto i 30 anni con un ben noto incremento della variante Delta che è molto più contagiosa rispetto al ceppo originario del SARS-Cov-2. Il che significa che la vaccinazione non deve essere solo a carico degli ultrasessantenni ma deve coinvolgere anche i giovani in quanto diffusori del virus per quanto meno affetti dalle forme più gravi della malattia. 
 
Allora, che cosa fare? È il tempo della certificazione sanitaria relativa a Covid-19 (Pass Covid-19) che attesta la vaccinazione, la presenza di anticorpi o il tampone negativo. Come ha richiamato il Comitato Nazionale per la Bioetica(CNB), nel Parere recentemente pubblicato, si tratta di una misura che ha l’obiettivo di allentare le restrizioni della libertà, e al tempo stesso contenere il contagio, per la ripresa delle varie attività sociali nelle quali si prefigurano assembramenti. Sul piano delle criticità il CNB evidenzia la non equivalenza tra le tre certificazioni in termini di protezione e durata della protezione dal contagio, oltre che di trasmissibilità. Inoltre, sottolinea la emergente discriminazione tra chi ha avuto la possibilità di vaccinarsi e chi, pur volendolo, non lo ha potuto fare e le problematiche relative ai costi del test sierologico e del tampone. Ma sono indubitabili i vantaggi, identificabili in una doverosa premialità per chi, con responsabilità solidale, si è vaccinato consentendo così una maggiore libertà di movimento, nel rispetto rigoroso delle misure volte a tutelare la salute pubblica.
 
A fronte della decisione assunta da Macronin Francia, con un obbligo di vaccinarsi e pesanti sanzioni in caso di inadempienza, in Italia si prospetta un percorso di progressiva gradualità e, per adesso, nessun obbligo. Vale a dire non imporre per legge il vaccino ma prevedere dapprima la certificazione per poter usufruire di servizi di trasporto pubblici o per accedere in luoghi quali ad esempio ristoranti, discoteche, teatri ecc. Ovunque ci sia il rischio di assembramenti si prevedrebbe l’uso del green pass. L’obiettivo è quello di scongiurare nuove chiusure facilitando riaperture in maniera ordinata, favorendo libertà di movimento e incentivando il ricorso alla vaccinazione.
 
Tutti d’accordo a livello politico? Per niente. Contrapposizioni, distinguo, ricerca di consenso. Un nuovo scoglio per il Governo Draghi. Eppure, la tutela della salute è un fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, come riconosciuto dalla nostra Costituzione (art.32). Ciò significa che qualsiasi titubanza, inconsistente contrapposizione o ingannevole antitesi comporta ulteriore diffusione del virus con le temibilissime varianti; aumento delle ospedalizzazioni e dei ricoveri nelle terapie intensive; aumento delle morti; chiusure e aggravamento della crisi economica. Inoltre, qualsiasi titubanza o tergiversare supporta “no vax” e “ni vax” principalmente.
 
Sarà inevitabile che con l’introduzione della certificazione sanitaria Covid le attività saranno condizionate alla somministrazione del vaccino per tutti coloro che sono a contatto con il pubblico, insegnanti compresi. Sempre secondo principio di gradualità, in caso di fallimento del green pass, potrebbe essere anche inevitabile l’estensione della obbligatorietà della vaccinazione – come già introdotta dal DL n. 44/2021per tutte le professioni e gli operatori del comparto sanitario e comunque per adesso non oltre il 31 dicembre 2021 – quale requisito essenziale per lo svolgimento delle attività lavorative e l'esercizio della professione.
 
Forzatura indebita la obbligatorietà della vaccinazione come extrema ratio? Sotto il profilo giuridico è già prevista dalla nostra Costituzione ma con una legge che, pertanto, richiede il coinvolgimento del Parlamento. Questa previsione sarebbe in linea con quanto già riconosciuto per altre vaccinazioni (DL n.73/2017) che ha portato il numero di vaccinazioni obbligatorie nell'infanzia e nell'adolescenza nel nostro Paese da quattro a dieci. Pur distinguendo tra un trattamento obbligatorio generalizzato o per specifiche attività lavorative, secondo l’andamento epidemiologico, impedire il contagio, secondo principio di ragionevolezza, è un onere che non rappresenta in sé un provvedimento discriminatorio.
 
E’ indicativo che autorevoli giuristi abbiano recentemente sottoscritto un Appello, rivolto al Presidente Draghi, a favore della vaccinazione obbligatoria degli insegnati per non tornare alla DAD nel prossimo anno scolastico. Con le prove Invalsiche che hanno “hanno purtroppo certificato il drammatico arretramento dei livelli di apprendimento causato dall’emergenza della pandemia in tutta la scuola italiana”.
Come evidenziato dal CNB, sotto il profilo bioetico i vantaggi del ‘’Pass Covid-19” vanno considerati tenendo conto della eccezionalità della situazione pandemica, nella speranza che una volta tornati a una condizione di normalità non si debba, né si possa più, fare ricorso a strumenti di questo tipo. Si giustifica una possibilità di movimento, seppure parziale e condizionata, rispetto ad un divieto assoluto e indiscriminato, essendo ingiusto non permettere ad alcuno un comportamento per il solo motivo che non è possibile permetterlo a tutti.
 
Lucio Romano
Medico chirurgo e docente universitario
Componente Comitato Nazionale per la Bioetica
 
 
 

19 luglio 2021
© Riproduzione riservata


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