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Perché il Pnrr, da solo, non basta

di Enrico Rossi

Oggi, si dovrebbero valorizzare le esperienze sanitarie maturate localmente in una dimensione nazionale, individuare le migliori pratiche e, nel confronto con gli operatori e le forze sociali, dare vita ad una nuova intesa Stato-Regioni che vada nella direzione di una riforma profonda del SSN tale da salvaguardare e rilanciare i principi di base su cui è nato, cioè il carattere universale, pubblico e di qualità dell’assistenza socio-sanitaria

03 SET - Con questo articolo, Enrico Rossi, già presidente e prima ancora assssore alla Sanità della Toscana, inizia la sua collaborazione con il nostro giornale offrendoci il suo punto di vista sui temi più scottanti e di attualità della sanità italiana.
 
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha dato, con la disponibilità delle risorse europee, un impulso importante ad affrontare con spirito nuovo i problemi dei servizi sociosanitari, depauperati nel decennio passato da pesanti tagli.
 
Merito del PNNR è anzitutto il fatto di avere, forse per la prima volta nel nostro Paese, attribuito una chiara prevalenza in termini di progetti e di risorse all’assistenza territoriale rispetto a quella ospedaliera.
 
Invece, un limite rilevante è di essere privo di una visione generale, in primo luogo della governance, capace di mettere insieme i diversi elementi, cioè la prevenzione, le cure domiciliari e in RSA, la funzione dei diversi operatori, dei medici di famiglia, la complessa rete dei servizi sociali e sanitari e la loro integrazione e continuità con quelli ospedalieri.

 
Una riflessione su questi temi, a mio avviso, si rende ancor più necessaria dopo la lodevole approvazione, ad agosto, dell’intesa Stato-Regioni che stabilisce i criteri minimi nazionali per l’autorizzazione e l’accreditamento delle cure domiciliari.
 
L’obiettivo è garantire le cure a domicilio mirando quanto più possibile ad evitare l’istituzionalizzazione e l’ospedalizzazione delle persone affette da malattie croniche, non autosufficienti, disabili, bisognosi di terapie del dolore e di cure successive alle dimissioni ospedaliere.
 
Una prima questione è, ancora una volta, di carattere finanziario perché non bastano le risorse europee a garantire un rafforzamento adeguato delle cure domiciliari e soprattutto una loro continuità nel tempo.
Se vogliamo che le aspettative suscitate tra i cittadini e gli operatori non vadano presto deluse, si deve fin da subito fare bene i conti. Alcuni ricercatori sostengono infatti che già le sole iniziative elencate nel PNNR comporteranno a regime un aumento di spese non previste, soprattutto per il personale.
 
Non aspettare il 2026, quando cesseranno le risorse europee, e intervenire su questo problema deve rappresentare una priorità della politica, soprattutto delle forze politiche che sostengono il welfare.
Dopo le solenni dichiarazioni a favore della spesa sanitaria fatte durante la fase più critica pandemica, quando a tutti era chiaro che senza salute non c’è neppure economia, nessuno oggi, si spera, potrà facilmente contraddirsi.
Ma il tema delle risorse, per quanto importante, non è l’unico.
 
Infatti, se è vero che la maggior parte delle cure domiciliari sanitarie sono rivolte a persone non autosufficienti, che hanno bisogno quindi di un’assistenza continua, non sarà possibile neppure effettuare l’assistenza sanitaria a casa se contemporaneamente non si istituisce un livello adeguato e qualificato di assistenza sociale
Se mancherà l’integrazione socio-sanitaria il progetto è destinato in gran parte a fallire
 
Perciò è necessario pensare ad una riforma che, come dice Ivan Cavicchi, anziché confermare e approfondire le contraddizioni del sistema abbia il coraggio di affrontarle alle radici e risolverle in modo sistemico.
L’idea di trasformare il Servizio Sanitario Nazionale in Servizio Socio Sanitario Nazionale, avanzata nelle 10 proposte per l’attuazione del PNRR da un gruppo di docenti universitari, a me pare convincente.
 
Si tratta di superare l’attuale divisione di competenze e risorse tra Comuni, Regioni e in parte INPS, che a vario titolo esagono prestazioni socio-sanitarie, garantendo che “la gestione dei servizi alla persona abbia un unico centro di responsabilità”.
In questo quadro, un passaggio decisivo, come sottolinea ancora lo stesso documento, dovrà essere la scelta di istituzionalizzare e organizzare le badanti sviluppando la formazione, dando dignità al loro lavoro e qualità delle prestazioni per gli assistiti.
 
C’è un terzo elemento, sempre relativo alla governance dell’assistenza territoriale, che proprio l’approvazione del sistema di accreditamento impone di affrontare.
 
Si rilevava da più parti, infatti, che limitarsi a predisporre l’accreditamento, per quanto importante, rischia di aprire un processo che potrebbe favorire altri processi di privatizzazione di intere filiere socio-sanitarie, riducendo il ruolo pubblico nella programmazione e nel governo dei percorsi assistenziali e facendo diventare il distretto una specie di stazione appaltante secondo logiche che col tempo finirebbero per somigliare a quelle dell’affidamento di servizi di global service.
 
Più che il terzo settore, gli interessi dei grandi gruppi privati, attratti dai profitti, avrebbero un ruolo determinante nella programmazione e nelle scelte, a scapito dell’appropriatezza e della tenuta unitaria del sistema socio-sanitario.
L’esperienza Covid dimostra che le realtà regionali che avevano maggiormente separato il territorio dall’ospedale e appaltato a privati l’assistenza domiciliare e nelle RSA hanno avuto più difficoltà a gestire, come era necessario, una mobilitazione complessiva di tutti e servizi e di tutte le figure professionali.
 
Il PNRR riserva particolare attenzione alle case e agli ospedali di comunità, alle cure intermedie e agli ambulatori, ma senza un governo pubblico, forte e unitario, di tutti questi aspetti e dei percorsi assistenziali sarà ancora più difficile evitare drammatiche cadute nella presa in carico e nell’assistenza e quindi autentiche regressioni nella stessa qualità delle cure.
 
Il territorio non è il luogo delle cure più facili: richiede interventi di alta competenza, specializzazione e complessità non meno che l’ospedale.
Un ruolo essenziale deve perciò essere riconosciuto al medico di famiglia a cui spetta con il piano di assistenza individuale di prevedere la presa in carico del paziente al massimo livello possibile e, quando è necessario, l’intervento di competenze specialistiche allo stesso domicilio.
 
Tutto ciò non può essere fatto se verrà lasciato inalterato il carattere frammentato e contraddittorio delle forme organizzative che nel tempo si sono sviluppate sul territorio, anche per iniziativa delle regioni che, con strumenti parziali, hanno cercato di dare risposta a problemi generali irrisolti.
 
Oggi, si dovrebbero valorizzare queste esperienze in una dimensione nazionale, individuare le migliori pratiche e, nel confronto con gli operatori e le forze sociali, dare vita ad una nuova intesa Stato-Regioni che vada nella direzione di una riforma profonda del SSN tale da salvaguardare e rilanciare i principi di base su cui è nato, cioè il carattere universale, pubblico e di qualità dell’assistenza socio-sanitaria.
 
Enrico Rossi

03 settembre 2021
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