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Ordini troppo cauti verso i medici no vax

di Antonio Panti

Abbiamo sentito differenti spiegazioni di questo cauto attendismo, compresa quella che durante il periodo di sospensione il medico non può essere chiamato dall’Ordine fino al termine della stessa. Mi sembrano affermazioni alquanto deboli

13 SET - In questa perdurante incertezza, nonostante gli indubbi successi della campagna vaccinale, si fa sempre più strada l’idea dell’obbligo generalizzato mediante un’attuazione progressiva della vaccinazione, sulla scorta di alcune proposte tra le quali quella avanzata da Enrico Rossi pochi giorni or sono su QS.
 
Per quanto le condizioni applicative siano del tutto peculiari, rispetto allo stesso obbligo già esistente per le vaccinazioni infantili, tuttavia la logica è la stessa, quella di avvicinarsi per gradi all’immunità di gregge, così da rendere meno diffuse le varianti virali e assicurare senza pregiudizi sanitari la ripresa del processo produttivo.
 
Se questo è il trend, diventa ancora più preoccupante la renitenza vaccinale dei medici e degli altri professionisti sanitari sia per motivi di salute pubblica, che così subisce una crepa proprio laddove la difesa dovrebbe essere totale e indiscussa, sia per motivi politici, perché la vaccinazione di massa non è soltanto un trionfo della scienza al servizio dell’uomo ma anche un presidio democratico, un ragionevole equilibrio tra diritti e doveri in cui prevale, per solidarietà o per utilitarismo, il bene comune.

 
Quindi un’occasione dirimente per gli Ordini professionali; in siffatti drammatici momenti di confusione dei valori fondanti la convivenza civile occorre seguire il filo rosso della deontologia; l’impegno “nella tutela della salute dell’individuo e della collettività” non tollera cedimenti che nascondono sotto pretese difficoltà procedurali una sostanziale predilezione per il quieto vivere.
 
La Federazione è stata chiara: quando gli Ordini ricevono dalla ASL la segnalazione della mancata vaccinazione comunicano al medico la sanzione, sospendendolo dall’esercizio della professione, annotando sull’albo il provvedimento e segnalandolo secondo le norme della l.3/18. Alcuni Ordini si limitano alla mera comunicazione al medico, ignorando la legge istitutiva e quindi la loro stessa ragion d’essere. Spesso sono quegli stessi che si lamentano della scarsa considerazione da parte della politica: difficile prendere in considerazione chi rinuncia al proprio ruolo.
 
Abbiamo sentito differenti spiegazioni di questo cauto attendismo, compresa quella che durante il periodo di sospensione il medico non può essere chiamato dall’Ordine fino al termine della stessa. Mi sembrano affermazioni alquanto deboli.
A mio avviso, di fronte a un dibattito pubblico così aspro e esteso, compito dei medici e degli Ordini che li rappresentano è quello di farsi custode di un retto uso pubblico della ragione medica senza la quale la democrazia è flebile. L’impegno dei medici deve essere a favore di una cultura critica, perennemente discussa, ma volta al bene comune.
 
Allora non si comprende come gli Ordini stentino a avviare le procedure disciplinari, di per sé aperte solo alla ricerca della verità dei fatti, prive di pregiudizi, ma tali da ottenere due scopi, da un lato affermare senza incrinature la posizione degli Ordini a difesa della scienza e della salute pubblica, dall’altro discernere gli psicolabili dagli antiscientifici da chi sconsiglia il vaccino per proporre alternative menzognere e dannose. Atteggiamenti diversi che meritano diversa considerazione.
 
In conclusione, di fronte alla segnalazione a parte della ASL del comportamento meritevole di sanzione da parte di un medico, l’Ordine, anche a tutela dell’incolpato, deve porre alcune precise domande: perché non si è vaccinato; cosa conosce dei vaccini; cosa consiglia ai cittadini; quale comportamento clinico ha tenuto durante la pandemia. Dalle risposte si evincono facilmente gli articoli del Codice Deontologico eventualmente disattesi e quindi se ne possono trarre possibili conseguenze disciplinari.
 
Non è difficile in tal modo ricostruire le necessità andragogiche di parte della categoria e, anche, proporre alle Regioni l’attuazione di iniziative formative diffuse o personalizzate. La pandemia ha posto in discussione nel bene e nel male l’identità e il ruolo dei medici. La vicenda dei medici renitenti al vaccino non può essere confinata in una questione di legislazione del lavoro: essa tocca aspetti fondamentali della professione su quali non si può derogare.
 
Antonio Panti

13 settembre 2021
© Riproduzione riservata


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