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16 DIC - Gentile Direttore,
la nostra piccola comunità ha dovuto confrontarsi con una emergenza nuova, non certo nel rapporto con la malattia che non è una esperienza nuova da queste parti. La nostra gente ha conosciuto le epidemie del passato e non è nuova nella battaglia con batteri e virus. E’ profondamente cambiato il contesto sociale nel quale il vissuto pandemico è diventato un fatto nuovo e in peggio, mi sia consentito scriverlo in qualità di medico con 37 anni di attività.
 
Sarebbe lecito aspettarsi una situazione migliore in rapporto alle migliori condizioni di vita e per i rapidissimi ed efficienti sistemi di comunicazione, tutto questo renderebbe più facile la gestione di una epidemia rispetto al passato, purtroppo non è così. Il sentimento che domina in una malattia contagiosa e diffusiva, è la paura, la gente sa benissimo che la malattia può privarti di tutto, dalla quotidianità, alla elementare libertà della persona fino alla morte.
 
Il prezzo è altissimo e nessun tributo alla socialità può ripagare per tutto questo, nemmeno un sacrificio in nome della democrazia con il suo bene comune. In una pandemia la prima cosa da governare, è la paura con tutte le conseguenze irrazionali che essa comporta, dall’accaparramento dei beni fino al rifiuto della Scienza ufficiale.
 
La paura è stata la polvere esplosiva e la disinformazione ha fatto da detonatore. In questo caso sarebbe più giusto parlare di misinformazione, le notizie manipolatorie che fanno leva proprio sulla emotività, perché di notizie ce ne sono state tante, troppe, su ogni canale informativo: dai giornali al Web, alla TV.
 
Quando l’informazione pubblica veniva gestita con l’autorevolezza e deontologia professionale da persone che avevano la vocazione e l’onestà della comunicazione, potevamo fidarci perché era imperativo per un giornalista verificare la notizia e le fonti. Nel grande mercato che è diventata la nostra vita oggi, la notizia non è più informazione ma prodotto, contano i clikbait: il numero di visualizzazioni realizzate con un clik della tastiera attirate da titoli accattivanti con i quali si accede ad una notizia scadente, molto spesso non verificata se non falsa.
 
Ma importante non è l’informazione ma la vendita del prodotto-notizia e ad una velocità da concorrenza con altri social. Ma se l’informazione ha un valore, la disinformazione ha un prezzo e lo abbiamo pagato molto caro perché mai come in questa epoca a fronte di tanta comunicazione è stata creata la più nefasta confusione del secolo.
 
Non dimentichiamo che in corso di pandemia ogni deriva costa vite umane. Ma questa pandemia, in realtà ha fatto cadere solo l’ultimo velo di una crisi del giornalismo che ha venduto l’anima al denaro al punto da far scrivere al grande fumettista argentino Quino: i giornali inventano la metà di quello che scrivono, se poi ci aggiungi che non scrivono la metà di quello che succede, ne consegue che i giornali non esistono.
 
Ci mancava anche l’algoritmo dei social che chiude gli utenti nelle bolle delle echo-chambers nelle quali sono racchiusi tutti quelli che la pensano allo stesso modo e nelle loro bolle vengono inserite tutte le pubblicità tagliate sulle loro idee e George Orwell con il suo romanzo 1984 diventa il profeta di questa iperdemocrazia malata dove tutti si sentono sani ma ammalati di cancro, in realtà. Quello della demagogia.
 
Un potere tanto più subdolo in quando mendace: hai solo la libertà di acquistare ciò che non ti serve, comprese le tante fake news. Per dirla con le parole di Jeff Orlowski: se non stai pagando per un prodotto, allora il prodotto sei tu.
 
Enzo Bozza
Medico di base a Vodo di Cadore

16 dicembre 2021
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