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La nuova leva della medicina generale: quali prospettive?

02 MAG -

Gentile Direttore,
in occasione dell'incontro promosso dalla FNOMCEO sulla ‘Questione medica’ è stato mostrato un sondaggio (a mio avviso allarmante) secondo il quale molti medici anche in giovane età avrebbero espresso il desiderio di abbandonare la professione. Infatti, sempre secondo tale sondaggio, il 25% dei miei colleghi tra i 25 e 34 anni (proprio la fascia nella quale rientro) se ne avesse la possibilità, ‘diserterebbe’.

Frequento ancora il Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale, ma ho avuto la grande possibilità di assumere già la titolarità di un incarico di Assistenza Primaria. La mia posizione infatti è privilegiata: se da un lato vivo sul campo quotidianamente i problemi del mio ambulatorio, dall'altro v'è un confronto costante con i miei giovani colleghi dal quale traspaiono grandi timori circa il nostro futuro.

Non posso che constatare infatti quanto sia delicato svolgere la professione di Medico di Medicina Generale, specialmente per chi - come me - ha iniziato a lavorare durante il periodo della pandemia. Tempi burrascosi e di grandi cambiamenti, certamente, ma l’impegno da parte nostra resta sempre elevato; del resto in gioco c’è il patto di alleanza con i pazienti e il loro diritto alla salute. Abbiamo una grande responsabilità verso i nostri assistiti e importanti scelte da mettere in atto nei loro confronti.

La nostra professione viene inoltre lentamente insidiata dal crescente carico burocratico senza precedenti (piani terapeutici, vari tipi di certificati, tamponi, provvedimenti contumaciali in pandemia) che impedisce a volte di svolgere al meglio la propria attività clinica ambulatoriale: attività che costituisce il nerbo della nostra professione e che viene oggi però sempre più sacrificata.

Sarebbe necessario che tutti - indistintamente - avessero un personale di supporto, volto ad alleggerire la parte amministrativa del nostro lavoro; ma anche qui non si può non notare la disparità fra chi riceve il rimborso per tali spese (medicine di gruppo) e chi si deve far carico di tutti gli oneri (MMG singoli).

Il servizio da noi offerto risulta talvolta scadente agli occhi dei pazienti e gli articoli di alcuni media (che dipingono la nostra categoria come fannulloni milionari) contribuiscono ad aumentare il malcontento nei pazienti fino a sfociare in episodi di aggressioni verbali e fisiche. A fronte delle tre ore (minime e non massime) di ambulatorio, in realtà ad esso ne si dedicano un numero maggiore, tanto da arrivare ad intaccare anche la vita privata di ciascuno di noi. Ho ascoltato a tal riguardo storie di colleghi anziani che proprio per dedicare un tempo sempre maggiore ai pazienti sono finiti in burn out.

Carico di burocrazia, attacchi denigratori o aggressioni fisiche, insoddisfazione dei pazienti, rapporto vita-lavoro sproporzionato: tutto ciò rappresenta una fonte di grande paura per i giovani medici che quindi si interrogano se sia conveniente intraprendere una carriera del genere.

Ad esempio nella mia Regione (Veneto) i bandi per le zone territoriali carenti (sempre più carenti per l’emorragia di pensionamenti che si sta verificando) vanno quasi deserti: e con uno scenario come sopra descritto ci si domanda perché? Soluzioni poi come un aumento degli investimenti per il reclutamento del personale sanitario potrebbero non ovviare al problema. Mettiamoci in testa che il vero problema non è solo il numero dei futuri MMG, ma soprattutto la qualità del lavoro che viene prospettato ai giovani colleghi, una parte dei quali non intende accettare la Convenzione e tutto ciò che essa comporta.

Bisognerebbe invece rendere la nostra professione più attrattiva. Ma come fare?

In primo luogo io credo che un maggiore snellimento burocratico consentirebbe di tornare a privilegiare l'attività clinica e in secondo luogo guardando agli esempi positivi delle attività pluriennali dei colleghi più anziani: le loro testimonianze possono aiutare i giovani colleghi ad acquisire quella esperienza necessaria per credere maggiormente in se stessi e la consapevolezza legata alla missione del proprio ruolo.

Infine vorrei dare il mio contributo personale.

Già da subito ho iniziato a percepire le grandi soddisfazioni che può riservare questa professione. In particolare mi piace accostare la mia figura a quella del 'Gubernator', ossia il timoniere, della salute dei miei assistiti. Un concetto di salute olistico, che permea tanto gli aspetti biologici quanto quelli sociali. Mi piace pensare che rappresento il punto di riferimento per i miei pazienti e che i rapporti con essi saranno destinati a durare anche decenni; è gratificante sapere che vengo considerato un volto familiare per loro e spesso il primo punto di contatto per ogni tipologia di situazione.

La figura clinica che meglio conosce il paziente e che lo accompagna nel suo percorso. So che ce la farò: la passione, la buona volontà, le soddisfazioni, il sostegno reciproco fra colleghi, il confronto professionale sicuramente saranno di grande aiuto oltre che di conforto nella lunga marcia che mi attende, perché oltre a seguire il paziente crescerò di pari passo anche io con tutti i contributi di vita che loro mi sapranno regalare.

Dr. Amir Roberti

Medico di Assistenza Primaria presso Santa Maria di Sala (VE)
Medico del Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale - Regione Veneto

 



02 maggio 2022
© Riproduzione riservata

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