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QS Edizioni - martedì 19 giugno 2018

Lavoro e Professioni

Specializzazioni mediche: le Regioni rilanciano gli “ospedali di insegnamento” dove formare tutti gli specializzandi in più rispetto a quelli finanziati dal Governo. In tutto  2.369 posti 

immagine 9 giugno - Posti a bando per le specialità: il piatto piange di oltre 2.300 posti tra l'offerta del Governo e le richieste delle Regioni. La soluzione allora secondo i governatori è una: dare l'opportunità ai laureati in medicina e chirurgia di accedere al servizio sanitario pubblico seguendo un percorso formativo per le specialità presso le aziende sanitarie e ospedaliere del Ssn. La proposta inviata il 5 giugno scorso al nuovo Governo si discuterà il prossimo 18 giugnoLA BOZZA DI DOCUMENTO.
Alle Regioni non bastano i 6.200 contratti di formazioni che il Governo ha deciso di finanziare per l'anno accademico 2017-2018, ne vogliono almeno 8.569 per far fronte al reale fabbisogno. 
Ma di tasca loro più di qualche centinaio aggiuntivo rispetto ai 2.369 che mancano all'appello non ce la fanno a finanziarli.
 
La soluzione allora secondo i governatori è una (e la propongono in un documento inviato al Governo per un possibile accordo in Stato-Regioni): dare l'opportunità ai laureati in medicina e chirurgia di accedere al servizio sanitario pubblico seguendo un percorso formativo finalizzato all'acquisizione della specialità presso le aziende sanitarie stesse. Gli "ospedali di insegnamento" insomma, ipotizzati anche nel Patto per la Salute e chiesti da tempo da numerosi sindacati medici proprio per risolvere il problema dell'imbuto delle scuole di specializzazione. 
 
D'altra parte che di scuole di specializzazione ce ne volessero ben di più di quelle finanziate attualmente dal Governo le Regioni lo avevano ben detto nella bozza di accordo approdata in Stato-Regioni il 10 maggio, ma su cui è stato chiesto il rinvio e dopo pochi giorni è arrivata la firma del decreto sui 6.200 posti a bando.
 
Ora rilanciano. E la loro richiesta, formalizzata nella nuova proposta inviata il 5 giugno al Governo e che si discuterà in una riunione tecnica il prossimo 18 giugno, si basa sul fatto che da anni oramai si registra uno scostamento negativo tra il numero annuale di laureati in medicina e chirurgia e il numero annuale di contratti di formazione specialistica finanziati con risorse statali.
 
L'effetto è di produrre un elevato contingente di giovani medici che ogni anno non riesce ad accedere alla formazione post lauream e una carenza di specialisti necessari al Servizio sanitario nazionale.
 
Secondo le Regioni infatti con sempre maggior frequenza i concorsi indetti per la copertura di posti di dirigenti medici presso il Servizio sanitario regionale/provinciale, in particolare nelle specialità di Anestesia, rianimazione e terapia intensiva e del dolore, di Radioterapia, di Ginecologia e ostetricia, di Pediatria e di Medicina di emergenza e urgenza, registrano un numero di candidati troppo basso, "tale da non consentire la copertura dei posti vacanti. Tale situazione - ammoniscono i governatori - nel volgere di poco tempo potrebbe compromette seriamente la garanzia di erogazione delle dovute prestazioni assistenziali ai cittadini".
 
In più, il nuovo sistema di accreditamento delle scuole di specializzazione garantisce maggiore equità e qualità formativa, ma può ridurre ulteriormente il numero di posti disponibili e come se non bastasse c'è anche il fatto che la distribuzione dei posti agli Atenei non avviene sempre tenendo conto delle priorità segnalate dalle Regioni.
 
Da qui la proposta. Che, sottolineano gli stessi governatori, non è nuova perché le Regioni l'avevano già presentata nel 2014, quando era stata bocciata dal Governo, ma che ora appare come l'unica soluzione possibile.
 
Le Regioni e le Province autonome sottolineano come all'articolo 22 del Patto per la Salute 2014-2017 sia stata introdotta la possibilità di contemplare "un innovativo accesso al Ssn da parte delle professioni sanitarie". 
 
In questo senso ricordano, appunto, la loro proposta del 2014, che offriva l'opportunità ai laureati in medicina e chirurgia di accedere al servizio sanitario pubblico, e configurava a latere la possibilità per questi dipendenti "di intraprendere un percorso formativo ad hoc finalizzato all'acquisizione della specialità presso le aziende sanitarie stesse. Tale proposta non è stata accolta, tuttavia le Regioni e le Province autonome ribadiscono come tale ipotesi rappresenti una concreta ed attuabile soluzione alle problematiche attuali".
 
Quindi, nella bozza di decreto proposta dalle Regioni, oltre ad "aprire" all'insegnamento anche le porte degli ospedali, il fabbisogno resta quello già indicato nell'ipotesi sospesa a inizio maggio.
 
La distribuzione dei contratti dovrà seguire precisi criteri elencati:
 
- il riparto dei contratti di formazione specialistica deve essere oggetto di confronto congiunto tra Regioni, Province autonome, ministero della Salute e ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca;
 
- la distribuzione dei contratti di formazione specialistica, che risultano essere complessivamente in numero inferiore rispetto alle esigenze espresse dalle singole Regioni e Province autonome, deve almeno rispettare proporzionalmente il fabbisogno stesso, prioritariamente con riferimento alle Scuole di specializzazione degli Atenei insistenti nel territorio regionale stesso o con i quali vi sono in essere rapporti convenzionali (fermo restando il limite dettato dalla capacità formativa delle scuole stessa); 
 
- per le specialità di Anestesia, rianimazione e terapia intensiva e del dolore - Radioterapia - Ginecologia e ostetricia - Pediatria - Medicina di emergenza e urgenza, per le quali si registra una difficoltà di reperimento per il SSN, il fabbisogno espresso dalle Regioni/Province deve essere pienamente soddisfatto (fermo restando il limite dettato dalla capacità formativa delle scuole interessate).
9 giugno 2018
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