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Giovedì 04 MAGGIO 2023
Colpa medica e sistemi penali. Esperienze e inesperienze



Gentile Direttore,
alcuni giorni or sono, su Quotidiano Sanità, è stato pubblicato un mio articolo sulla colpa penale medica, nel quale invitavo a guardare con molta cautela la prospettiva di una depenalizzazione della grave colpa medica. Subito dopo mi hanno risposto, sempre su QS, alcuni Colleghi (Angelozzi, Pellegrini e Panti, fra quelli che mi risultano) contestando il mio punto di vista.

I primi due, psichiatri, mi hanno fra l’altro criticato anche perché, secondo loro, la grave malpractice psichiatrica non dovrebbe essere perseguita penalmente perché a loro avviso gli psichiatri, “non avendo la sfera di cristallo”, non possono prevedere e prevenire i comportamenti dei loro pazienti affetti da gravi patologie mentali, anche quando tali comportamenti rappresentano gli sviluppi prognostici scientificamente prevedibili delle loro malattie.

Non si capisce, allora, perché entrambi questi specialisti - uno dei quali si è più volte schiarato a fianco di coloro che intendono eliminare dal codice penale gli articoli relativi al “vizio totale o parziale di mente degli autori di reati”- abbiano subito preso la parola per indicare i guasti e le responsabilità rinvenibili a monte della uccisione della psichiatra pisana Barbara Capovani. Seguendo infatti le loro tesi, nessuno psichiatra, poiché “non ha la sfera di cristallo”, sarebbe stato in grado di prevedere e di prevenire quell’aggressione mortale, compiuta da un soggetto il cui pericoloso e profondo disagio psichico si era già manifestato con largo anticipo.

Ma chi aveva valutato, anche da un punto di vista psichiatrico forense, quel disagio e la sua potenziale pericolosità? Forse qualche psichiatra che aveva avuto accanto a sé, come relatore, quel futuro omicida che professava normalmente “tesi” antipsichiatriche condivise sotto traccia dallo psichiatra stesso? E, magari, la situazione psichica di quel soggetto, ora indagato per omicidio, era forse stata segnalata a un magistrato che, condividendo le tesi suddette sempre sotto traccia, era seduto come relatore allo stesso tavolo congressuale? C’è qualcuno che vuole davvero chiedersi, senza timore di essere messo all’indice, perché un terzo degli operatori sanitari aggrediti lavori nell’ambito della salute mentale? C’è qualcuno che vuole chiedersi perché più di un terzo degli aggressori del personale sanitario abbia rilevanti o rilevantissimi problemi psichici?

Taluni mi hanno accusato di non saperne niente della medicina difensiva per non avere lavorato in ospedale. In ospedale, nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura e in Ospedale Psichiatrico Giudiziario, ho lavorato per decenni. Come per decenni ho lavorato in quell’ospedale misconosciuto che si chiama carcere.

Insieme a Gemma Brandi sono stato l’artefice della prima struttura psichiatrica residenziale non detentiva per pazienti psichiatrici autori di reato, struttura che ho diretto per quasi diciotto anni senza mai avere alcun inconveniente professionale. E non mi è mai passato per la mente di ricorrere a inutili indagini diagnostiche nel timore di dovermi difendere un domani da accuse penali per malpractice.

Certo: mi sono sempre sforzato di effettuare il mio lavoro con competenza, vale a dire con prudenza, con diligenza e con perizia, come penso che debba fare ogni operatore sanitario che si occupa della salute e della vita dei suoi pazienti; nel caso di uno psichiatra anche della salute e della vita di terzi. Mi sono sforzato di farlo resistendo spesso alle inopportune e pericolose pressioni di colleghi sovraordinati assolutamente incompetenti, che però pretendevano, autorizzati a farlo dal ruolo rivestito, di essere loro a dare un indirizzo all’attività professionale mia e dei miei collaboratori. So bene quanto sia difficile resistere a queste pressioni, ma ho sempre tenuto in mente i luminosi esempi di Matteotti, di Ginzburg, di Dostoevskij o di Sol┼żenicyn (senza pretendere di raggiungere tali vette).

La competenza, dunque, come stella polare. Una competenza (e una perizia) che ho constato non essere presente (almeno nel mio settore) in taluni di coloro che le Procure e i Tribunali chiamano come consulenti tecnici. Una competenza che manca a quelli che pretendono di affrontare il tema della responsabilità penale per colpa medica (e non per dolo!) dicendo che l’Italia è uno dei pochi paesi (“insieme alla Polonia e al Messico”) a mantenere questo profilo di responsabilità, senza sapere che invece tale profilo continua ad essere presente in moltissime altre legislazioni, in quella spagnola per fare un esempio vicino a noi. Anche nei paesi di common law, peraltro, la malpractice medica, che viene regolata prevalentemente nell’ambito civile dei torts, può essere perseguita penalmente quando dipende da gross neglicence. Ma gli incompetenti continuano ad equiparare l’Italia solo alla Polonia e al Messico!

Il fatto che in Italia, assai più che in altri paesi di civil law, vi sia uno sfrenato ricorso (peraltro molto spettacolizzato dai media) alle denunce penali (che per fortuna esitano assai più raramente in condanne) per colpa medica, deve necessariamente indurre il legislatore a trovare modalità sensate per arginare questo malcostume, che mi sono permesso di attribuire anche alla incredibile pletora avvocatizia del nostro paese (“ci sono più avvocati nella provincia di Roma che in tutta la Francia”).

Qualcuno ha giudicato inconferente, a proposito del rilievo penale della colpa medica, il mio richiamo al caso Tarasoff, vale a dire al dovere che la legge stabilisce in capo a uno psichiatra (negli USA ma non solo) di informare tempestivamente e di proteggere le vittime potenziali di un paziente pericoloso (che magari delira di persecuzione). Ritengo che il mio riferimento al caso Tarasoff sia conferente e pertinente relativamente alla questione che trattiamo.

Non so se lo sia, ad esempio, a proposito della recente aggressione omicida della psichiatra pisana. Di una cosa sono sicuro: in casi analoghi mi farebbe molto piacere che, qualora la magistrature ritenesse di avere bisogno di una consulenza tecnica specifica, questa fosse effettuata da colleghi misurati e competenti, che non valutassero ad esempio la situazione attraverso una “sfera di cristallo” e non ritenessero che, qualora quattro tecnici in psichiatria fossero chiamati a effettuare una perizia, da loro si otterrebbero “cinque diversi pareri”, che in altre parole non la buttassero in ridere. No: sono fermamente convinto che in medicina (e la psichiatria è una branca della medicina) sia assolutamente possibile, e che sia quindi debito, formulare indicazioni diagnostiche, terapeutiche e prognostiche piuttosto precise (anche in termini di pericolosità sociale, per quanto concerne la prognosi psichiatrica).

Un ultimo codicillo per Antonio Panti. E’ sicuramente possibile che il Ministro Nordio, quando ha sostenuto che “la completa depenalizzazione della colpa professionale è impossibile nel contesto giuridico italiano”, “non avesse ancora calcolato le forze in campo”.

Può darsi che sia così. Intanto io mi rallegro per il fatto che il mio modesto parere sia stato suffragato da una personalità tanto esperta e competente, che reputo rivesta quel ruolo con cognizione di causa (è proprio il caso di affermarlo). Peccato che non si possa dire lo stesso per ministri che, nel passato anche recente, hanno rivestito lo stesso ruolo in altri settori.

L’auspicio è che, a partire dalle loro indubbie competenze, i massimi responsabili governativi italiani di settori tanto compromessi come la giustizia e la salute, sappiano adottare idonee misure “terapeutiche”. Mirando al bene della collettività e senza necessariamente curarsi troppo delle “forze in campo”. Anche nella composizione dei tavoli ministeriali (specie sulla Salute Mentale) è bene non tenere troppo in conto di tutte le “forze in campo”, ma è al contempo indispensabile basarsi sulle competenze dimostrate sul campo. Non si escludano insomma i Leone Ginzburg, per favore!

Dr. Mario Iannucci
Psichiatra psicoanalista

Esperto di Salute Mentale applicata al Diritto

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