toggle menu
QS Edizioni - giovedì 8 dicembre 2022

Lettere al Direttore

Una prece per il caro estinto... il medico di base

di Enzo Bozza
immagine 21 novembre - Gentile Direttore,
una narrazione semplice e concreta perché le persone poco informate sappiano cos’è il lavoro del loro medico di famiglia, prima dell’estinzione. Prima che l’orsetto Panda, la foca monaca e il medico di famiglia cedano alla drammatica evoluzione della specie. Se non altro, perché poi nessuno si sorprenda e cada dalle nuvole, perché tale è la disinformazione e drammatico è il disinteresse generale per una figura professionale talmente importante nel sistema delle cure pubbliche che da decenni non se ne cura nessuno, come è tipico della politica governativa italiana, per poi gridare all’emergenza.

Il medico di famiglia è il primo sanitario ad essere chiamato in causa nella medicina del territorio. Per qualsiasi problema di salute del cittadino, dovrebbe essere il primo ad intervenire con un ambulatorio e orari a portata di mano. Il primo interlocutore che può fornire tante risposte ad altrettante domande di salute. Di ogni genere. Ovviamente, dispone e apre tutte le risorse del servizio sanitario pubblico: esami, ricoveri, consulenza specialistica, screening, certificazioni e ogni informazione inerente allo stato di salute del cittadino. Ma lavora da solo, non è un dipendente pubblico ma solo un libero professionista che lavora per lo Stato con un contratto di Convenzione, con un compenso di scarsi 3 euro per assistito al mese e con tutte le spese a suo carico: dal telefono, al computer, alla carta igienica. Essendo un libero professionista con partita Iva, le ferie, la malattia sono a suo carico: se deve assentarsi per qualsiasi ragione, deve pagare un medico sostituto.

Il suo compenso dipende dal numero di assistiti, che non può superare 1500 scelte, per un totale di euro 5.000 mensili, da cui detrarre: affitto, riscaldamento, acqua, luce, telefono, auto, pulizie, strumentazione medica, assicurazioni e tasse con un taglio fiscale del 43% IRPEF su reddito lordo percepito. Se non ci saranno imprevisti, il medico di famiglia porterà a casa circa 2.700 euro netti per un orario di lavoro che, ben lungi da essere quello solamente ambulatoriale, si aggira tra le otto, dieci ore al giorno, dove un buon 60% è lavoro burocratico: ricette ripetitive, impegnative, certificati, richieste di presidi, Svama, invalidità, Inail, Inps, cartelle cliniche e lotta quotidiana con il software gestionale per gli aggiornamenti e i mille intoppi informatici di ogni giorno. E poi c’è il telefono che squilla duecento volte al giorno e che interrompe una visita medica in media ogni 7 minuti.

Questa è la normale routine del medico di famiglia che cerca di rispondere con i mezzi e il tempo che ha ad ogni esigenza di ben 1500 assistiti. Da solo. Sarebbe lecito chiedersi perché non si faccia aiutare da una segretaria e una infermiera: presto detto, con cosa le paga, con i 2.700 euro mensili di stipendio? Dovrebbe intervenire lo Stato, con un aiuto concreto e fare di questa figura ormai arcaica e anacronistica, un vero protagonista dell’assistenza sanitaria pubblica. Mai fatto. Nemmeno nelle intenzioni.

Il medico di famiglia è il vero assente da ogni progetto di assistenza pubblica. Nessuna riforma autentica, nessuna revisione degli stipendi, nessuna formazione universitaria riconosciuta, nessuna dipendenza statale e nessuna gratificazione o possibilità di carriera. Allora, perché un giovane medico dovrebbe scegliere di fare il medico di famiglia, pura e semplice crisi vocazionale o abbandono da parte di tutti? E perché tanti medici di famiglia scappano in pensione non appena intravedono uno spiraglio di salvezza? Ingratitudine? Mancanza di coraggio? Scarso attaccamento alla Missione? Perchè i cittadini non rivolgono queste domande allo Stato? Partendo dalla semplice considerazione che la salute pubblica è un diritto sancito dalla Costituzione?

Enzo Bozza
Medico di base a Vodo e Borca di Cadore (BL)
21 novembre 2022
© QS Edizioni - Riproduzione riservata