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QS Edizioni - martedì 7 luglio 2020

Studi e Analisi

Quanta confusione sul valore Rt e R0. Sono la stessa cosa ma le Regioni vogliono utilizzarne uno anziché l’altro. Gimbe: “Comunque non va utilizzato per valutare aperture o chiusure”

immagine 25 maggio - Il tema è molto discusso negli ultimi giorni anche dopo una richiesta delle Regioni di sostituire Rt con R0 tra gli indicatori previsti per il monitoraggio della Fase 2. Una cosa senza senso, come ribadisce anche la Fondazione Gimbe, trattandosi dello stesso indice. Perché la differenza sta solo nel periodo di rilevazione, allo scoppiare di un'epidemia da virus sconosciuto (si chiama R0) e dopo l’avvio di misure di contenimento (quando prende il nome di Rt)
Sulla natura degli indici Rt e R0 si sta aprendo un insolito dibattito che di scientifico ha molto poco. Ma andiamo con ordine.
 
L’indice R0, citiamo l’Iss, “è il numero di riproduzione di base che rappresenta il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile cioè mai venuta a contatto con il nuovo patogeno emergente. Questo parametro misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva”.
 
L’indice Rt, invece, è lo stesso indicatore di trasmissibilità ma (citiamo il ministero della Salute) “rappresenta il numero medio delle infezioni prodotte da ciascun individuo infetto dopo l’applicazione delle misure di contenimento dell’epidemia stessa”.
 
Insomma R0 si usa allo scoppiare di un’epidemia provocata da un virus inedito di cui non si conosce la capacità infettiva e Rt si usa dopo che, a seguito dell’epidemia provocata da “quello stesso virus”, si sono adottate misure di contenimento: la stessa cosa ma con due nomi diversi a seconda del periodo di rilevazione.
 
In ogni modo, di là della spiegazione un po’ improvvisata (ma che eviterei di drammatizzare più di tanto) che ne ha dato l’assessore alla sanità lombardo alcuni giorni fa quando, per spiegare cosa significasse avere un indice di contagio di 0,51 ha detto che servivano due persone per infettarne una, la cosa che lascia realmente perplessi è le proposte avanzate venerdì scorso dalle Regioni e formulata come emendamento al decreto Rilancio, con la quale si chiede di sostituire l’indice Rt con quello R0 tra quelli compresi tra i 21 indicatori del ministero della Salute usati per monitorare la fase 2.
 
Una richiesta che, seppur apprendiamo essere ancora non vagliata definitivamente dalle stesse Regioni, ci aveva lasciato subito molto perplessi e sulla quale abbiamo rilevato off record diversi dubbi dagli esperti da noi consultati, che ci hanno ribadito come in realtà i due indici siano appunto la stessa cosa…Misteri della politica, verrebbe da dire anche se un po’ più di chiarezza non guasterebbe.
 
Sul tema torna oggi anche la Fondazione Gimbe che in una nota sottolinea come “i valori di Rt siano diventati oggetto di dibattito pubblico con inopportune classifiche tra le Regioni che, in relazione alle variazioni settimanali, lo trasformano da vessillo da sbandierare a pomo della discordia, e viceversa arrivando anche a ventilare l’ipotesi, subito archiviata dal Presidente dell’ISS, di utilizzare il valore di Rt per la mobilità interregionale”.
 
Ma, osserva ancora il presidente di Gimbe Nino Cartabellotta, “se la richiesta delle Regioni di abbandonare l’utilizzo dell’indice Rt ha un senso risulta assolutamente incomprensibile quella di sostituirlo con il valore di R0, visto che si tratta dello stesso indice in fasi diverse dell’epidemia, a dimostrazione che sul monitoraggio del contagio la confusione regna ancora sovrana”.
 
“Il valore di Rt – aggiunge ancora Gimbe - inserito tra gli indicatori del Ministero della Salute per il monitoraggio della fase 2, di fatto è stato trasformato in un numero magico su cui fare classifiche, previsioni e addirittura prendere decisioni politiche regionali senza considerarne i limiti intrinseci e le criticità che ne influenzano il calcolo nel nostro contesto nazionale, dove continua a mancare un’adeguata base di dati”.
 
E a riprova della aleatorietà di questo indicatore per fini che non siano quelli della ricerca epidemiologica agli inizi di un’epidemia Gimbe sottolinea che questo parametro:
• Viene stimato con modelli matematici basati su dati reali, per cui il suo valore dipende sia dal modello utilizzato che dalla qualità dei dati.
• Viene calcolato sulla data d’insorgenza dei sintomi della malattia, o in alternativa su quella di accertamento virologico dell’infezione, che in Italia spesso viene notificata con molti giorni di ritardo e in misura variabile tra le Regioni. Peraltro, nei casi asintomatici la data di insorgenza dei sintomi non può essere rilevata per definizione.
• È inversamente proporzionale al tasso dei “casi chiusi”, ovvero persone non più infette a seguito di decesso o guarigione, dati non molto affidabili viste le evidenze sulla sottostima dei decessi e sulla sovrastima delle guarigioni in Italia.
• Presuppone che nella popolazione generale tutti abbiano la stessa probabilità di contrarre l’infezione, non distinguendo quindi i focolai circoscritti dalle situazioni di contagio diffuso.
 
Inoltre - ricorda ancora la Fondazione - secondo quanto riporta il bollettino dell’ISS del 20 maggio:
• Il valore di Rt può essere stimato correttamente solo con un ritardo di 15 giorni.
• La stima può essere poco accurata in conseguenza di cambiamenti nei criteri di esecuzione dei tamponi.
• I valori di Rt sono calcolati solo sul 30% dei casi riportati alla Protezione Civile per la necessità di allinearsi alle Regioni con la percentuale più bassa di dati disponibili.
• L’ultima stima di Rt è stata calcolata alla data del 19 maggio e, sottratti i 15 giorni necessari per il consolidamento dei dati, è riferibile quindi al 3 maggio.
 
“Le nostre valutazioni indipendenti – commenta Cartabellotta – confermano che il dibattito politico e scientifico si sta concentrando su un indice molto variabile, condizionato dalla qualità dei dati, non tempestivo (l’ultima stima riflette ancora la fase di lockdown), calcolato su meno di un terzo dei casi confermati dalla Protezione Civile e influenzato dalle notevoli differenze regionali nell’esecuzione di tamponi diagnostici”.
 
“Se il valore di R0 rimane una pietra miliare dell’epidemiologia per stimare il grado di contagiosità del virus all’inizio di una epidemia”, per la Fondazione Gimbe, “l’indice Rt è poco affidabile nella fase di monitoraggio post lockdown. Il suo ruolo dovrebbe essere ridimensionato, evitando di utilizzarlo come parametro univoco e soprattutto per elaborare classifiche regionali”.
 
C.F.
25 maggio 2020
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