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Ripartire dalle Case della Salute. Proposta della Casa della Carità e della Fond. Santa Clelia Barbieri 


Nella proposta/appello si evidenzia come, nel corso dell'epidemia coronavirus, “il sistema sanitario ha rischiato seriamente di essere travolto” e “il rischio di collasso del sistema di cura non è dipeso solo dalla diminuzione di posti letto in TI o dalla mancanza di ulteriori strutture specializzate di ricovero, ma soprattutto dal fatto che in questo Paese c’è un’insufficiente organizzazione dell’assistenza territoriale e domiciliare”. Per questo la Casa della Salute deve essere ripensata per riunire i servizi sociali e sanitari in un’unica gestione dei servizi integrati alla comunità.

18 MAG - Una Casa della Salute/Casa della Comunità, che, uscendo da una logica di sanità con al centro solo l’ospedale, riunisca i servizi sociali e sanitari in un’unica gestione dei servizi integrati relativi ad una comunità presente su un determinato territorio omogeneo. È la proposta promossa dalla Casa della Carità di Milano, diretta da don Virginio Colmegna e dalla Fondazione Santa Clelia Barbieri di Alto Reno Terme (BO) fatta propria da diverse decine di fondazioni, associazioni di volontariato, onlus presenti su tutto il territorio nazionale, oltre che dalla Cisl Lombardia e della Provincia di Monza Brianza, da Cittadinanzattiva, e che vede tra i primi firmatari, assieme a numerosi operatori sanitari e sociali: Silvio Garattini, Presidente Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri Irccs, Rosy Bindi, Presidente Onorario Associazione “Salute Diritto Fondamentale”; Renato Balduzzi, Università Cattolica Del Sacro Cuore; Marco Frey, Scuola Superiore Sant’Anna Di Pisa; Francesco Longo, Università Bocconi, Mauro Ceruti, IULM, Graziano Del Rio, Capogruppo PD alla Camera dei Deputati, e altri rappresentanti del mondo della cultura, dell’imprenditoria, del sindacato oltre a numerosi cittadini.


L’appello è stato inviato al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al Ministro della Salute, Roberto Speranza, al Presidente dell’ANCI, Antonio De Caro e al Presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini.

Nella proposta
, “che - spiegano i promotori in una nota - trova conferma anche nelle buone pratiche evidenziate da una ricerca in corso dell’Università Bocconi e della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, su una idea del Movimento Prima la Comunità”, si sostiene che: “Il sistema sanitario ha rischiato seriamente di essere travolto dall’emergenza pandemia che è un evento di portata gravissima. Il rischio di collasso del sistema di cura non è dipeso solo dalla diminuzione di posti letto in terapia intensiva o dalla mancanza di ulteriori strutture specializzate di ricovero, ma soprattutto dal fatto che in questo Paese c’è un’insufficiente organizzazione dell’assistenza territoriale e domiciliare”.

Per questo, rivendicano i firmatari: “L’aumento dei fondi per la sanità pubblica deve essere finalizzato prevalentemente ad interventi preventivi, di cura e sociali nel territorio”.
    
“L’emergenza pandemia – continua l’appello - ribadisce con evidenza disarmante quanto la salute non sia un fatto individuale ma un efficace e potente indicatore di sviluppo sostenibile e di successo di una comunità. È significativo il richiamo che si sta facendo con forza alle responsabilità e ai comportamenti individuali per il raggiungimento di un fine comune. Senza un reale coinvolgimento della comunità nella definizione e nella conduzione di un piano strategico per la costruzione sociale della salute, alla prossima pandemia la debacle del sistema sanitario sarà peggiore di quella recente”.

“Alla crisi sanitaria in corso - evidenziano ancora i promotori -  si aggiunge l’aumento di coloro che non trovano nell’attuale sistema di welfare garanzie di dignità e di equità. Incidono, a vario titolo, in questo fenomeno molti determinanti sociali di salute ormai noti: la povertà economica, l’età, l’istruzione, il lavoro, il contesto abitativo, la solitudine, la provenienza geografica (anche per quanto concerne le differenze nord-sud nell’ambito di uno stesso paese). Inoltre si sta portando un ulteriore duro colpo alla condizione di disabili, malati mentali, carcerati, immigrati indigenti, soggetti che vivono ai limiti della povertà assoluta o relativa, senza contare le drammatiche vicende che hanno coinvolto tutto il sistema dei servizi per gli anziani”.

Secondo la Casa della Carità di Milano e la Fondazione Santa Clelia Barbieri di Alto Reno Terme, dunque, “per uscire da una logica di sanità che mette al centro solo l’ospedale, a sua volta impoverito di operatori e risorse, occorrono proposte concrete di comunità che rendano visibile e operativa sul territorio un’attenzione alla salute pubblica differenziata secondo i bisogni e partecipata dai cittadini nelle responsabilità e nelle scelte. La soluzione concreta, già presente nel nostro ordinamento, sta nella Casa della Salute luogo di incontro tra tutte le risorse (formali e informali) che contribuiscono alla salute della comunità stessa, a partire dal volontariato non semplicemente supplente ma coprotagonista delle scelte di salute per quel territorio e quella comunità”.

“Bisogni e risorse della comunità  - concludono i promotori - si incontrano nella Casa della Salute/Casa della Comunità: luogo nel quale tutti i livelli di responsabilità presenti nel territorio (Ente Locale, Azienda Sanitaria, Scuola, Lavoro, Ambiente, Volontariato) si ritrovano a decidere con la Comunità un progetto di salute condiviso, alla cui base c’è l’incontro tra diritti e doveri, in una costante pratica della reciprocità e della solidarietà con una attenzione speciale per i più fragili.  Perché la salute, come esperienza di benessere individuale e collettivo, richiede l’impegno e il contributo di tutta la comunità e di tutti i suoi protagonisti”.

18 maggio 2020
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