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Un saluto al direttore Antonio Gelardi e alla sua idea del carcere come “casa di vetro”

di Mario Iannucci

05 DIC -

Gentile Direttore,
apprendo oggi, da Ristretti Orizzonti, che Antonio Gelardi, Direttore della Casa Circondariale di Piazza Armerina, è andato in pensione per limiti di età. La circostanza mi fa piacere e, insieme, mi dispiace. Mi fa piacere perché spero che Antonio Gelardi, da pensionato, possa trovare ancora più tempo e più energie per quel carcere al quale ha dedicato tanta parte della sua vita professionale e della sua pacata riflessione. Mi dispiace perché, poiché il carcere continua a essere una istituzione verticistica, uno degli istituti di pena italiani perde un vertice che aveva senz’altro una luce, anzi una bella luce.

Ho conosciuto Antonio Gilardi ai tempi in cui era uno dei vicedirettori del carcere di Sollicciano in Firenze, dove io lavoravo come consulente psichiatra e responsabile del servizio di psichiatria. Io e Antonio, durante quel non lungo periodo di convivenza professionale carceraria, non abbiamo sempre avuto idee convergenti. Ma il nostro confronto è sempre stato aperto, franco, civile e rispettoso, cosa che accade raramente in un ambito penitenziario nel quale gli squilibri di potere spianano facilmente la strada agli abusi. Ho sempre seguito e apprezzato la sua traiettoria professionale anche dopo che è tornato nella sua Sicilia e specialmente quando si è dedicato alla direzione del carcere di Augusta. L’ho apprezzato anche quando ha avuto il coraggio, dall’interno del sistema, di aprire un fronte giudiziario contro la regola assurda che impedisce a un funzionario di rimanere più di dieci anni alla direzione di un carcere. Una regola “anticorruzione”: come se la corruzione si combattesse in quel modo! L’ho apprezzato per molte altre iniziative da lui intraprese come dirigente degli istituti di pena. Qualche volta -purtroppo raramente- gli ho segnalato il mio apprezzamento.

Ma non voglio tessere qui le sue lodi per quello che ha fatto come direttore penitenziario, anche se mi piacerebbe farlo: nell’episodio del film Germania in autunno diretto da Fassbinder, una anziana rivoluzionaria dei tempi di Rosa Luxemburg, sorridendo ironicamente, disse che un “monarca illuminato” gli sembrava essere la soluzione politica migliore per il suo Paese in preda allo scompiglio provocato dal terrorismo della Rote Armee Fraktion e dal suicidio collettivo, all’interno del carcere, di Andreas Baader e di altri terroristi.

Voglio qui, piuttosto, complimentarmi con Antonio Gelardi per lo stile, pacato e riflessivo, col quale si è congedato dall’amministrazione penitenziaria e per talune delle poche indicazioni con le quali il suo congedo è avvenuto.

Una prima indicazione di Antonio Gelardi: il carcere come “casa di vetro”. Forse, come non pochi auspicano, del carcere (in specie dell’attuale carcere italiano) si potrebbe, e forse si dovrebbe, fare a meno. Difficile pensare, comunque, che si possa rinunciare a un sistema di sanzioni e di pene, protettivo del “bene comune”. Ma per rendere utile il sistema della pena (un sistema diverso da quello meramente punitivo), occorrerebbe che questo sistema diventasse trasparente e fosse costantemente attraversato dallo sguardo attento, competente e persino affettuoso della società civile. Ecco perché, nella cronica carenza di una attenzione partecipe delle istituzioni pubbliche per ciò che avviene nell’universo penitenziario, l’ingresso del volontariato in carcere rimane uno dei pochi strumenti per tentare di rendere quel sistema un po’ più trasparente, controllato, garantito e partecipato. Antonio Gelardi, nella sua attività di direttore, ha sempre cercato la collaborazione delle istituzioni civili e del volontariato, sapendo di non poterne fare a meno.

Una seconda indicazione di Antonio Gelardi: l’attuale e palese insufficienza del sistema sanitario all’interno dei penitenziari. Una insufficienza che farebbe per certi versi rimpiangere il “vecchio” sistema sanitario penitenziario, centralizzato e sganciato dai Sistemi Sanitari Regionali. So bene che Antonio Gelardi ha apprezzato l’opera di quel grande giudice che è stato Alessandro Margara. So bene che Antonio non era e non è in disaccordo con la norma, varata su proposta di Alessandro Margara che era allora direttore generale del DAP, che ha stabilito il passaggio ai Sistemi Sanitari Regionali dell’assistenza di salute all’interno delle carceri. Eppure, per una popolazione penitenziaria nella quale è innegabile che i problemi di salute siano quelli assolutamente prevalenti e straripanti, l’impegno quantitativo e qualitativo delle risorse del sistema sanitario pubblico appare del tutto insufficiente. Persino nella scheda di Antigone che riguarda il carcere di Augusta (che Antonio Gilardi ha diretto per anni) viene ad esempio segnalato il preoccupante dilagare dei problemi psichiatrici fra i detenuti. Il numero impressionante dei suicidi delle persone carcerate avvenuti in Italia nel 2022, ne è un chiaro segno, più o meno diretto.

Ci sono molti modi per affrontare il profondo disagio sociale che attraversa attualmente le società, quelle apparentemente più civili e quelle apparentemente meno civili. Un disagio sociale che trascina inevitabilmente con sé, nelle singole persone, un disagio psichico che prende talora preoccupanti forme trasgressive. E’ possibile che qualcuno ritenga che soluzioni costrittive possano utilmente arginare il dilagare di questo disagio. Dalla mia esperienza di terapeuta, specie di terapeuta penitenziario che ha sempre ricercato percorsi funambolici per coniugare pena e cura, non ritengo che questo carcere italiano possa costituire una utile strategia curativa. Però, se una persona che conosco finisse in carcere, specie se quella persona fosse in preda a un disagio psichico, in questo sistema penitenziario disastrato io auspicherei che quel mio conoscente facesse ingresso in un carcere diretto da una persona come Antonio Gelardi.

Dr. Mario Iannucci

Psichiatra psicoanalista
Esperto di Salute Mentale applicata al Diritto



05 dicembre 2022
© Riproduzione riservata

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