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Osteopati. No al compromesso della formazione triennale

14 MAR - Gentile direttore,
in qualità di vice-presidente dimissionario dell’Associazione professionale degli osteopati, constato nella recente comunicazione della Federazione degli ordini dei Tsrm e delle Professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione alle scuole di osteopatia quanto il tema della legalità pedagogica delle nuove professioni sanitarie rappresenti aspetto fondamentale per la selezione dei nuovi professionisti. Verifico, cioè, la correttezza di quanto più volte sostenuto dagli osteopati più responsabili a sostegno dei corsi quinquennali legalmente autorizzati in Italia e all’estero come unico criterio per l’equivalenza formativa e per l’equipollenza del titolo.
 
Al contrario, temo che le rappresentanze private degli osteopati italiani, a differenza dei chiropratici, abbiano accettato il discutibile compromesso della formazione triennale con la vana speranza di vedere abilitati i soci che non disporrebbero di requisiti culturali conformi alle indicazioni internazionali (O.M.S. e C.E.N.). Avendo ritenuto che le stesse associazioni durante le loro relazioni istituzionali abbiano sacrificato la dignità pedagogica e i requisiti essenziali della competenza professionale, nei mesi scorsi ho rassegnato le mie dimissioni dal ruolo di rappresentanza per cui fui eletto.

 
Inoltre, dalla lettera alle scuole private di osteopatia parrebbe che le competenze autoreferenziali degli osteopati associati non siano neppure sufficienti per un’equivalenza pedagogica triennale qualora sussistesse indisponibilità individuale di una laurea equipollente internazionale. Ne conseguirebbe il risultato paradossale per cui, malgrado l’accettazione del declassamento delle competenze pedagogiche e assistenziali degli osteopati, la maggior parte di questi non potrebbe comunque iscriversi all’Ordine professionale di competenza. Detto altrimenti, trattasi di un grave errore che potrebbe compromettere il ruolo futuro degli osteopati italiani in difformità rispetto a tutti gli altri riconoscimenti internazionali e senza comportare neanche un vantaggio immediato per gli stessi operatori.
 
Auspico che presto un nuovo soggetto rappresentativo possa riprendere le redini della trattativa e difendere degnamente la professione di osteopata riaffermandone il livello formativo già accettato dalla comunità internazionale. Lo stesso livello europeo EQF7 in Italia potrebbe quanto meno corrispondere a un corso di laurea 3 + 2. E, come più volte dichiarato a sostegno del valore dell’Osteopatia italiana e nello spirito della legge 3/2018, è da condividersi l’abilitazione iniziale dei professionisti con frequenza legalmente tracciabile e titolo quinquennale equipollente. Mentre, successivamente a formazione integrativa, potrebbero iscriversi all’Ordine professionale anche gli altri osteopati attualmente privi di attestazioni di frequenza e titoli di studio legalmente compatibili.
 
In tal modo si consentirebbe anche il graduale accesso dei neo-professionisti nel SSN attraverso una selezione qualitativa anziché una sanatoria che non distingua i laureati magistrali dagli operatori sedicenti, cioè privi di qualsivoglia legalità pedagogica a beneficio fondamentale della sicurezza degli utenti.
 
Federico Franscini
Osteopata D.O. / già vicepresidente APO 


14 marzo 2019
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