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Coronavirus. Bebber (Aris): “Senza le protezioni i nostri Istituti possono diventare focolai d’infezione”


Gli istituti sanitari religiosi da giorni lamentano di non aver mai ricevuto un Dpi dalla Protezione Civile: “Ci è anche impossibile acquistarne in proprio perché, ci rispondono, che è tutto riservato. Dove finiscono? Perché al comparto privato del Ssn non vengono distribuite?”. L'invito a Borrelli: “Nello smistamento risorse vengano incluse anche le strutture della sanità privata”

27 MAR - “Come pensiamo di sconfiggere il coronavirus se si continua ad alimentare la nascita di sempre nuovi focolai? Perché tali sono diventate tante RSA sparse sul territorio del Paese ed anche Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, come l’Oasi di Troina in Sicilia: non hanno mezzi per proteggersi e vivono in tanti in comunità, con spazi molto limitati per poter rispettare le distanze indicate. E si infettano praticamente tutti, ospiti e assistenti. E poi si snocciola la lamentala dei numeri di infettati dal virus e dei morti”.

È l’ennesimo grido d’allarme a distanza di pochi giorni dal primo, rilanciato oggi da Padre Virginio Bebber, Presidente dell’Aris, associazione che riunisce gli istituti socio sanitari gestiti da enti religiosi, che da giorni lamentano di non aver mai ricevuto un Dpi dalla Protezione Civile, nonostante abbiano messo a disposizione Istituti sanitari con interi reparti dedicati, alberghi e personale sanitario.
 
“Ci è anche impossibile acquistarne in proprio perché, ci rispondono, che è tutto riservato. Allora è inutile – prosegue Bebber - che continuino a dirci che arrivano milioni e milioni di mascherine: dove finiscono? Perché al comparto privato del Ssn non vengono distribuite?”.


Quesito che Bebber ha rivolto direttamente al Presidente del Consiglio dei ministri e allo stesso Capo del Dipartimento della Protezione Civile, Angelo Borrelli. “Molte strutture – si legge nella lettera inviata - ci fanno presente l’enorme difficoltà incontrata nel reperire Dpi. Una difficoltà che sappiamo condividere con gli ospedali pubblici i quali tuttavia si vedono distribuire comunque un certo numero di presidi, tipo mascherine e guanti, dalla Protezione Civile, cosa che invece non accade per diverse strutture private, nonostante continue richieste. E alcuni Istituti ci fanno sapere che quantitativi che riescono a reperire sul mercato vengono fermati e acquisiti dalla Protezione Civile per essere poi ridistribuiti negli ospedali”.
 
Ora “va bene la priorità che spetta alle emergenze in atto – si legge ancora nella lettera di Bebber - però sarebbe opportuno che in questa necessaria opera di smistamento delle risorse vengano incluse anche le strutture della sanità privata, soprattutto in quelle che si preparano a far fronte alla verosimile prossima diffusione del virus nelle regioni meridionali. In numerose Istituzioni associate già sono ricoverati pazienti affetti da coronavirus e senza Dpi a disposizione il pericolo di un’ulteriore diffusione del virus a partire dai luoghi di cura, è reale. Maggiori disagi in questo senso ci vengono segnalati dalla Regione Lazio, dalla Puglia e dalla Sicilia, ma siamo certi che, se non si pone riparo, l’emergenza si allargherà anche ad altre regioni”.
 
Costringere la popolazione a stare in casa e poi alimentare focolai nelle istituzioni “che dovrebbero servire a curare e guarire è certamente una pericolosa contraddizione”. Sono diversi giorni che l’Aris rilancia questo allarme, ma se ne sente parlare molto poco e soprattutto si fa molto poco, come se non fosse presa in considerazione la pericolosità della realtà che si sta segnalando. “Solo i nostri Vescovi ci stanno aiutando - conclude Bebber - ma non è certo con la sola loro buona volontà che possiamo salvare la gente malata di Covid-19 che accogliamo quotidianamente. Io spero tanto che chi di dovere capisca l’urgenza di aiutarci a mettere in sicurezza queste nostre istituzioni prima che sia troppo tardi. Non sappiamo più come farci ascoltare”.

27 marzo 2020
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