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Spending review e riforme mancate. La sanità sul Titanic 

La spending review sanitaria è sbagliata. Ma non è questo il punto. Occorre mettere a punto una visione strategica della politica della salute per affrontare le enormi sfide che ci attendono e con esse dobbiamo confrontarci, governandole a partire dall’invecchiamento della popolazione e dalla cronicità delle malattie

27 LUG - La spending review sta arrivando in porto al Senato. Salvo qualche modifica su farmacie e imprese produttrici di farmaci, l’impianto rimane quello che conosciamo e comunque anche le eventuali modifiche saranno a saldi invariati. Abbiamo già detto tutto ed in molti, sul perché non funziona e non funzionerà per la sanità italiana.

Ha ragione Errani, quale Patto si può costruire per i prossimi 3 anni se nel metodo e nel merito le Regioni italiane , legittimate dal nuovo titolo V della Costituzione ad essere le titolari dell’organizzazione e dell’attuazione dei LEA su tutto il territorio nazionale, si sono trovate di fronte ad un atto, che d’imperio le obbliga a corrispondere a ridimensionamenti e tagli, in assenza di risorse non solo rispetto ai fabbisogni, ma addirittura ridotte di oltre 8 miliardi di euro a valere dal 2013/14?

Siamo al limite dell’incostituzionalità di alcune disposizioni e certamente di fronte all’apertura di una stagione di contenziosi che mal si sposano, dentro la crisi acutissima, con un bisogno di stabilità e di concertazione di una linea certo di rigore e lotta agli sprechi, ma anche di efficentizzazione di un sistema che presuppone rimodulazioni di processi organizzativi, linee guida condivise e scientificamente appropriate per la valutazione dei processi e dei risultati, health tecnology assessment capaci di programmare e governare, per esempio quell’eccesso di tecnologie radiodiagnostiche che ci vedono con un tasso del 22% in più a livello mondiale, secondo gli OECD data; di fare dell’assistenza primaria il vero fulcro della riappropriazione della centralità della persona, nel processo di cura e di continuità assistenziale, cosicchè sarà possibile fare dell’ospedale l’eccellenza della acuzie della malattia.


Chi decide del presente e del futuro della sanità italiana? Non certamente chi paga le tasse per il SSN, lavoratori dipendenti e pensionati, i veri azionisti, che però stanno vivendo il tradimento dell’universalità d’accesso, ma che pagano lo scotto terribile delle liste d’attesa , dei supertickets e dei rischi clinici sempre più in agguato con la carenza di personale, di personale stressato, di tecnologie obsolete, quandanche di processi di deresponsabilizzazione, furberie, fino a fatti corruttivi che lasciano attoniti 2 volte quando accadono in sanità. Le cronache di questi giorni, se mai ce ne fosse stato bisogno, dicono di quanto vero e appropriato sia stato il monito della Corte dei Conti a non abbassare la quardia sulla corruzione in sanità, sullo scambio politico, sui favori, sulle nomine e potrei continuare.

Centralismo e consenso. Due nodi da sciogliere
Si incrociano 2 questioni dure a morire: la visione centralistica dello stato che ancora permane e l’idea di un consenso da catturare con la compiacenza dei poteri forti e non facendo le cose per bene per tutti i cittadini sulle quali essere giudicati alla fine di ogni mandato di responsabilità pubblica.
Si può essere anche terribilmente realistici e crudi, chiedendo sacrifici, ma facendo vedere nei fatti che in fondo al tunnel c’è uno spiraglio di luce, sennò i patti diventano leonini e alla fine controproducenti.

Per questo condivido pienamente lo scatto d’orgoglio delle Regioni che si accingono con l’AGENAS a scrivere in tempi e metodi il piano del prossimo Patto della Salute 2013-2015. Bisogna farlo preciso con il crono programma per l’attivazione del percorso di assistenza primaria multidisciplinare, con l’attivazione della libera professione dentro le mura, con i piccoli ospedali , quelli al di sotto dei 120 letti, attrezzati in centri di cura di comunità , con day surgeri e day hospital in cui almeno riconvertire i 108 DRG medici e chirurgici inappropriati che già dovevano essere riconvertiti dallo scorso patto della salute. Un piano serio di accreditamento delle strutture e dei professionisti, anzi con una strategia condivisa di un rinnovato rapporto pubblico-privato in funzione della qualità e dell’efficacia dell’intero sistema, a cui ancorare un piano d’investimenti per la crescita e lo sviluppo dell’intero sistema , dell’occupazione nei servizi alla persona, nella ricerca traslazionale, nella completa informatizzazione del sistema, nella messa in sicurezza dei presidi ospedalieri con adeguamento antisismico, riconversione energetica e sviluppo delle più moderne tecnologie.

Non servono nuove leggi, ma una nuova visione strategica
Un libro dei sogni? No, perché anche in tempi di risorse scarse si può realizzare tutto questo,. Certamente a condizione che ciò che si ricava dall’efficientizzazione e dalla lotta agli sprechi lo si immette nella qualità, e se c’è una vision per cui i famosi project bond non sono solo infrastrutture, trasporti, ma anche sanità e se le risorse umane si valorizzano per merito e competenze nel conseguimento degli obiettivi e non per compiacenza o mera esecuzione di dettami a volte inutili e dannosi. Sono convinta che è inutile fare ancora leggi, dalla medicina di base alla libera professione e quant’altro.
Occorre mettere a punto una visione strategica della politica della salute per questo difficile 21mo secolo, in cui le sfide sono enormi e con esse dobbiamo confrontarci, governandole a partire dall’invecchiamento della popolazione e dalla cronicità delle malattie.

Non occorre agitare spettri del passato, né chimere illusorie di gratuità, ma chiamare a raccolta le forze migliori della società per riscrivere un rinnovato Patto della Salute che contenga le basi serie dell’equità, con un rinnovato ed equo ISEE capace di individuare la reale base esentiva, a cui non chiedere nemmeno un centesimo di euro e forme di compartecipazione eque secondo la propria capacità di produzione del redditoe, del proprio patrimonio, avuto riguardo ai carichi familiari, informando realisticamente sui costi del sistema dopo le efficentizzazioni e la lotta agli sprechi; la domanda e l’ offerta devono sapere che farmaci innovativi e tecnologie avanzate costano e costeranno, che abbiamo bisogno di conoscere che la nostra longevità porta con se un bisogno di assistenza e di cura di cui il sistema si può far carico a patto che anche noi cominciamo ad introiettare una cultura del rischio non autosufficienza sul quale investire i nostri risparmi per condurre una serena vecchiaia, integrando ciò che il sistema pubblico puo darci di base e a cui chiedere di essere garante della qualità professionale e dei percorsi di cura e assistenza.

Guardiamo a cosa accade in Europa
Si lo so, penserete è quella della “fissa” sui fondi sanitari integrativi; non è una “ fissa”.
E non è nemmeno una visione pessimistica della crisi che mi induce da tempo a fare questi ragionamenti. Guardo a cosa succede in Europa e vedo che gli stati previdenti hanno costruito sistemi obbligatori per le cure di lunga durata, Germania, o chiedono come in Svezia,a chi può la cessione della nuda proprietà della casa per i costi delle RSA, o come si sta discutendo adesso in Inghilterra, che i comuni paghino il costo delle rette o un assegno dignitoso al caregiver domiciliare, ma sottoscrivono un contratto o direttamente con l’anziano o con i suoi familiari che alla morte del soggetto in questione, se vi è un’eredità, gli eredi soddisfino con quel poco o quel tanto di eredità i costi anticipati dai comuni.

E’ la consapevolezza che dentro questa crisi in cui tutti dobbiamo lavorare per uscirne riducendo il nostro spaventoso debito pubblico, tutelare al massimo la povertà e le fragilità, recuperare l’evasione e destinarne almeno una grossa fetta allo sviluppo del sistema paese e all’occupazione dei nostri giovani, puntellando il nostro sistema di Welfare, sgravando il costo del lavoro, riducendo la pressione fiscale sulle famiglie e sulle imprese, non basterà, se non agiamo da oggi con le Regioni e le autonomie locali, per costruire equamente un nuovo welfare di comunità, nel quale si scrivono le regole con cui tutti gli attori partecipano con diverse formule a sostanziare i diritti, integrando pubblico, privato, privato sociale con tutte le risorse disponibili perché viviamo più a lungo e gli ultimi anni non sempre in buona salute e sempre più spesso soli.

Potremmo costruire veri e propri pacchetti di cure e di assistenza personalizzati che vadano al di la delle attuali 22 ore di ADI e delle 8 domiciliari, favorendo l’anziano al proprio domicilio non affidato ad una badante in nero, ma a veri e propri centri di service o di cura specializzati, regolati per standard e qualità dal pubblico garante dei diritti, a cui con forme modulari di assistenza integrativa il cittadino può rivolgersi a seconda delle necessità per avere risposte ai propri problemi. Perché non si vuole guardare dentro esperienze che nel nostro paese già si compiono con la mutualità di territorio, penso a “Pronto Serenità” alla fondazione Easy care, al progetto del Trentino alto Adige di fondo sanitario integrativo. Che cosa ci fa’ paura? Parlare chiaramente ai cittadini? Regolare con i fondi già esistenti la materia? Dire con chiarezza ciò che possiamo con le risorse pubbliche fornire bene e ciò di cui abbiamo bisogno per integrare ed offrire così a tutti con regole e qualità ciò di cui possiamo aver bisogno ora e a maggior ragione nel futuro più prossimo, sapendo che ci sono diritti costituzionalmente protetti e doveri individuali e collettivi che possono dentro regole condivise concorrere ad esigerne la piena e soddisfacente esigibilità.

Il tempo del cambiamento è adesso
Il tempo è adesso, mentre riorganizziamo, efficientiamo, costruiamo percorsi istituzionali limpidi di cui si risponderà nei confronti e nei programmi con gli elettori , che sanno benissimo che il tempo della vecchia politica o delle promesse senza basi reali è scaduto e mai come oggi è meglio affrontare la realtà sforzandosi di trovare soluzioni adeguate e credibili, che illudere che ci sia un PUBBLICO UBER ALLES, perché quel pubblico siamo noi con le nostre tasse, con il nostro debito, con la nostra pressione fiscale solo che ciò che fa la differenza è che noi, o almeno io credo profondamentem, che il nostro sistema pubblico rinnovato ed integrato in un vero e proprio sistema di protezione a tutto campo possa essere davvero equo, solidale e di eccellenza se sapremo qui ed ora chiamare anche altri soggetti di quel mercato che non è solo finanziario o industriale ma è anche sociale, in cui motivazioni energie creatività non mancano e occorre indirizzarle tutte verso il soddisfacimento di grandi beni collettivi. La salute è uno di questi.

Grazia Labate 

27 luglio 2012
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