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Per la sanità serve un vero cambiamento

di Ivan Cavicchi

Ecco perché, ancora una volta, dico no alle ricette di Spandonaro. Chi ha vinto le elezioni ha votato contro un sacco di cose compreso l’economicismo di quelle politiche della privazione sganciate da qualsiasi strategia di equità di rigore e di sviluppo ma soprattutto di cambiamento

18 MAR - Continua a non convincermi la lettura economicistica dei problemi della sanità da parte di Spandonaro. Oggi mi convince ancor meno di ieri perché questo genere di lettura è stata radicalmente disconfermata dal risultato elettorale. Chi ha vinto le elezioni ha votato contro un sacco di cose compreso l’economicismo di quelle politiche della privazione sganciate da qualsiasi strategia di equità di rigore e di sviluppo ma soprattutto di cambiamento.
 
Ma riassumiamo il ragionamento di Spandonaro:
* la sostenibilità è un “non problema” quindi i soldi che si spendono per la sanità non sono tanti pur tuttavia non bastano quindi il problema è la loro insufficienza,
* è necessario che il finanziamento disponibile sia compatibile con gli obiettivi di assistenza
* che la spesa sia agganciata al Pil, e cofinanziata dai cittadini .
Trovo complicato:
* agganciare la spesa ad un pil che cala
* rifinanziare la sanità in recessione
* iniquo tassare ancora i cittadini.

 
Se in-sufficienza finanziaria la traduciamo con in-sostenibilità nel senso che per la sanità invariante è impossibile erogare servizi senza andare in disavanzo, arriviamo ad una curiosa teoria della compatibilità: rendere “sostenibile l’ insostenibile”. Cioè se non è zuppa è pan bagnato. Altri rilievi:
* rendere compatibile la sanità ai limiti finanziari è esattamente quello che abbiamo tentato di fare dagli anni ‘80 ad oggi: abbiamo cominciato con le misure urgenti in tema di spesa, poi ci siamo inventati le aziende, quindi il copayment, la razionalizzazione della spesa, tagli lineari ecc. Trent’anni di compatibilità non ci hanno risolto il problema della spesa e hanno prodotto effetti paradossali ad esempio sulle professioni e il mercato del lavoro e sui costi reali del sistema perché gli effetti delle “incompatibilità delle politiche di compatibilità” sono costosi in tutti i sensi
* quanto ad agganciare la spesa al pil sono decenni che cerchiamo una bitta alla quale ancorare la nave della sanità, (ci abbiamo provato persino con la prevenzione), ma si dimentica che il meccanismo originario di finanziamento regionale prima dei “patti per la salute”, era basato proprio sull’adeguamento della spesa alla crescita del pil, dell’inflazione e dei costi del sistema, e che questo meccanismo era ed è semplicemente irrealistico, perché lineare ed incrementale, fino ad essere sostituito con le intese governo-regioni , che a loro volta sono state superate dai tagli lineari ecc. Ma a parte ciò è concettualmente sbagliato rapportare la spesa sanitaria al pil e non alla ricchezza, dal momento che ricchezza e pil non sono la stessa cosa. La salute di un paese è una risorsa per la sua ricchezza, il pil è un valore economico che quando cresce fa parte della ricchezza, quando non cresce sono guai.
* Sono 30 anni che il problema della insufficienza delle risorse si riduce a questione finanziaria. Forse è arrivato il momento di vedere il problema in modo diverso cioè come quello “dei mezzi necessari a…fare salute”, vale a dire: soldi, servizi organizzati, operatori, i cittadini, conoscenze, modi di agire che se adeguatamente ripensati possono produrre dai mezzi che ci sono altre risorse quindi altri mezzi. Pare che si possono moltiplicare i pani ed i pesci, senza tassare i cittadini e meno che mai ridiscutere l’art 32.
 
Non la faccio lunga mi limito a dire che:
* l’invarianza del pensiero economicistico stona con tutto quello che è accaduto nel paese
* i repechage di soluzioni che non hanno funzionato, non mi sembrano una grande idea.
 
A questo punto dovrei avanzare delle controproposte, ma di controproposte ne ho già avanzate tante. E naturalmente continuerò a farlo. Il punto è che non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare le proposte degli altri. L’altra volta discutendo sempre con Spandonaro chiudevo il mio articolo dicendo “affrontiamo i limiti degli economisti e probabilmente risolveremo i problemi del limite in sanità” (vedi carteggio Cavicchi-Spandonaro). Che è come dire che per risolvere i problemi della sanità è necessario risolvere quelli dell’economicismo quindi delle politiche invarianti e quindi quelle del “riformista che non c’è”. Con ciò dico che una qualsiasi proposta di cambiamento per agire deve avere le condizioni politiche adatte. La condizione è quella cosa senza la quale la causa non produce effetti. E’ difficile sostenere che nei confronti dell’economicismo e della relativa politica della manutenzione, una strategia “altra” sia sbagliata, tuttavia è vero che il “riformista che non c’è” la considera tale ma solo perché egli non la giudica appropriata al suo modo di pensare.
 
Oggi , con un papa gesuita e francescano, con una politica che dalla sua decadenza ha partorito la più feroce critica a se stessa, in sanità, come altrove, il “riformista che non c’è” è davvero una grossa questione. Il problema resta certamente la proposta sulla quale trovare un accordo, ma che si fa con chi a dispetto di papi e di sconvolgimenti elettorali, per problemi suoi, di cambiare non vuole saperne?
 
Ivan Cavicchi

 

18 marzo 2013
© Riproduzione riservata


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