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Tutte quelle star di Hollywood, e non solo, contro la scienza ufficiale

Da Trump a Jim Carrey e Tom Cruise fino ai "nostri" Celentano e Povia. E' molto lungo l'elenco delle celebrità che negli ultimi anni sono diventati testimoni di quella variegata corrente anti scienza ufficiale che si è fatta sentire con forza anche in Italia in occasione del decreto vaccini approvato ieri dal Senato e ora all'esame della Camera. Ma la colpa per Walter Ricciardi è anche degli scienziati “che si tengono alla larga dai social e usano un linguaggio incomprensibile ai più”

21 LUG - Sembrano passati secoli da quando Elvis Presley si spendeva da un capo all’altro degli States a favore del vaccino contro la polio. Ma da allora la fede del mondo occidentale nella scienza vacilla sempre più. A cominciare dalla comprovata efficacia dei vaccini. Negata da celebrità e politici, che finiscono per influenzare non poco l’opinione pubblica.
 
Riascoltare Donald Trump dai microfoni di Fox News nel 2012 per credere.  “Quando portate un piccino che pesa cinque chili dal dottore e gli iniettano tanti, tanti vaccini contemporaneamente…io sono a favore delle vaccinazioni, ma credo che quando metti tutte quelle vaccinazioni insieme, due mesi dopo il bambino è molto diverso…e conosco dei casi”.
 
Il riferimento del futuro Presidente Usa è all’autismo causato dal vaccino contro morbillo, parotite e rosolia. Teoria propagata dal ricercatore britannico Andrew Wakefield e così anti scientifica da costargli la radiazione dall’Ordine dei medici nel 2010. Fatto che non è bastato a fargli conquistare proseliti, soprattutto nel mondo dei vip. Troppe volte cattivi maestri quando si parla di vaccini e medicina in genere.

 
“Noi mamme non curiamo l’autismo ma la patologia da vaccino”, sentenzia la poliedrica attrice e modella Jenni Mc Carthy. E il suo ex, la star del cinema Jim Carrey, non è da meno quando su twitter si scaglia contro il Governatore della California, “colpevole”  “di aver detto si all’avvelenamento dei bambini con il mercurio contenuto nel vaccino obbligatorio contro il morbillo”.
 
Che poi di mercurio ce ne sia meno di quello che galleggia in un bicchier d’acqua e che quella decisione abbia fatto aumentare di 5 punti percentuali la copertura vaccinale sembra interessare poco chi è preso più a cercare prove immaginarie a sostegno dei propri pregiudizi che a comprendere la realtà scientifica delle cose.
 
“Ci sono statistiche molto spaventose  su quello che si trova nei vaccini e quello che provocano”, pontifica a sua volta la star dei reality a stelle e strisce, Kristin Cavallari.
 
E non è che le fake news siano un’esclusiva dei vaccini. Basta ricordare Kim Kardashian che incinta raccomanda su Instagram un preparato anti nausee, dimenticando di menzionarne gli effetti collaterali.  O la top model Gisele Bundchen che si scaglia contro le creme solari protettive. O ancora Tom Cruise che le spara grosse contro gli antidepresivi post-partum, solo per fare qualche esempio.
 
Da Celentano a Povia: le fake made in Italy
Ma anche in Italia l’anti scienza dilaga tra personaggi più o meno famosi. Iniziò il molleggiato nazionale, Adriano Celentano, spendendosi a favore di Stamina. Hanno proseguito Red Ronnie (“è demenziale vaccinare i bambini”),  Eleonora Brigiadori  ( “Non hanno affatto debellato le malattie ma prodotto effetti collaterali”) e il cantante Giuseppe Povia, che dopo aver sostenuto in più occasione il connubio con l’autismo, si è detto “razzisticamente e populisticamente” a favore dei vaccini. Non crediate per fede nella scienza, ma per “ le migliaia di migranti e l’invasione di cibi scadenti che portano spesso virus e malattie”.
 
L’elenco potrebbe proseguire all’infinito, con le prese di posizione poi abiurate dai 5 Stelle o andando a scartabellare tra gli atti degli interventi al Senato sul decreto vaccini affermazioni che non passerebbero nemmeno il vaglio di un esame da terza media.
 
Quanti danni facciano le fake news lanciate dalle celebrità lo rivela un’indagine della rivista “Pediatrics”: un quarto della popolazione dichiara di fidarsi dei “consigli” dei vip sulla sicurezza dei vaccini. E se è così non c’è da stare allegri.
 
Il Dottor Stranamore è ancora con noi
Cinquant’anni fa il delirante generale Ripper, nel film “Il dottor Stranamore”, tentava di scatenare una guerra nucleare elaborando la teoria del complotto russo, teso a scatenare un’epidemia aggiungendo fluoro nell’acqua.
 
“Oggi molte persone apparentemente sane di mente sono in preda a un terrore molto simile causa vaccini”, scrive nel suo saggio su “La fine del dibattito pubblico”, Mark Thompson, già direttore generale della Bbc e ora amministratore delegato del New York Times. Che una sua teoria sul  corto circuito tra scienza e società civile ce l’ha ed è quella del deterioramento del linguaggio, tanto della politica che della società civile.
 
“L’argomentazione scientifica cerca di esporre la sua tesi non solo il più chiaramente ma anche il più debolmente possibile: nel senso che ogni obiezione, qualsiasi dubbio deve essere sbandierato”. Perché la scienza i suoi passi in avanti li ha fatti sempre mettendo in discussione se stessa. 
 
“La faziosità fa l’opposto”, sostiene Thompson, “preferisce ignorare i propri punti deboli concentrandosi invece su quelli dell’avversario”. Insomma, a causa anche del linguaggio dei social, poco rispettoso delle opinioni altrui,  oramai “tendiamo a guardare la scienza attraverso la lente dei nostri convincimenti e pregiudizi”.
 
Un’analisi alla quale il Presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi, ne aggiunge un’altra, calata sulla realtà italiana . “Gli scettici su scienza e vaccini sono non più del 20-30% ma è una minoranza rumorosa. Il problema – afferma - è che nell’Occidente siamo il Paese a più bassa alfabetizzazione scientifica, anche tra i laureati”.
 
“E questo anche per colpa degli scienziati, che si tengono alla larga dai social e usano un linguaggio incomprensibile ai più”. La soluzione? “Fare ciascuno un passo avanti, la scienza nel farsi capire, la gente comune nel rifuggire dai pregiudizi”.
 
Paolo Russo
Per accordi editoriali questo articolo è pubblicato in contemporanea con La Stampa.it

21 luglio 2017
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