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La violenza psichiatrica non è prevedibile, ma si può limitare 

di Andrea Angelozzi

29 SET -

Gentile Direttore,
abbiamo avuto modo in passato di occuparci su Quotidiano Sanità degli aspetti connessi alle aggressioni da parte di pazienti nei confronti del personale psichiatrico. In ogni occasione abbiamo cercato di sottolineare come il problema non potesse esaurirsi nell’episodio in sé e indicando come unica causa le sventure mentali del suo autore, ma occorresse ampliare l’orizzonte a quanto i servizi sono in grado di fare per prevenire questi eventi, con la conseguente necessità di poter disporre di risorse adeguate per una capillare e costante attenzione e cura per le situazioni a rischio.

La violenza psichiatrica non è prevedibile ma questo non esonera dal mettere in campo tutto ciò che si conosce per poterla limitare. Penso che il discorso sia del tutto analogo nel caso che la vittima in una vicenda psichiatrica sia il paziente, come purtroppo avvenuto recentemente presso il SPDC di Venezia, dove un degente ha riportato gravi lesioni che ben presto si sono rivelate fatali, e dove il magistrato ritiene che vada in primo luogo indagato l’operato di due infermieri della psichiatria.

Di chiarire la vicenda si occuperà il Magistrato.

Nel caso di aggressioni al personale troviamo la immediata condanna dell’episodio e la solidarietà delle istituzioni, talvolta dimentiche che a loro competeva la sicurezza sul luogo di lavoro ed il fornire risorse ed organizzazione per prevenire gli episodi. In questo caso la ASL si propone di costituirsi parte civile, rassicurandoci che il personale era preparato a gestire la aggressività, che sostanzialmente tutto ciò che competeva è stato fatto e la responsabilità è, se appurata, nel comportamento sconsiderato di singoli operatori.

Si tratta di una rassicurazione importante, per la quale non nutriamo dubbi, che però non estingue altri legittimi interrogativi.

Chi, come me ha fatto per tanti anni lo psichiatra, non può non domandarsi infatti, in questa vicenda Veneziana, quanto sia riuscito a fare il servizio, con le risorse ed il personale di cui disponeva, per ricomporre o comunque gestire a livello territoriale la acuzie che ha portato poi al ricovero e se le dotazioni del reparto erano adeguate per la situazione che si era creata.

La domanda sorge tenendo conto che il Veneto si colloca al terzultimo posto in Italia per quanto riguarda il personale e la spesa per la salute mentale, ed è in grado di erogare la metà degli interventi terapeutici rispetto alla media italiana (offrendo in compenso il doppio degli interventi riabilitativi senza avere il doppio di situazioni da riabilitare).

E’ lecito poi domandarsi se i protocolli sulla gestione delle aggressioni aiutino realmente il personale, tenendo presente che taluni protocolli si appoggiano, più che su logiche di risorse ed organizzazione, su tecniche di deescalation mai comprovate nella loro efficacia; e quanto siano effettivamente attuabili protocolli di contenzione, cito quello del Veneto. che definiscono la necessità di almeno cinque operatori “ognuno trattiene un arto e uno (di solito il leader) protegge la testa”, quando al massimo la notte gli operatori in SPDC sono tre…

Sono solo alcune delle tante le domande che questa vicenda pone.

Credo che ogni morte in psichiatria meriti dolore, attenzione e rispetto, e chieda che non ci fermi alla prima risposta additando il presunto autore materiale, ma chieda di capire in quali condizioni è maturata la tragedia.

Andrea Angelozzi
Psichiatra



29 settembre 2023
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