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I Pronto Soccorso non debbono essere “vicini”, debbono essere accessibili in tempi utili, sicuri e attrattivi

di Claudio Maria Maffei

27 FEB -

Gentile direttore,
ieri Qs ha dato giustamente spazio ai dati di una analisi dell’ISTAT che documenta come molte famiglie abbiano difficoltà a raggiungere il Pronto Soccorso e di come questo disagio sia in aumento e sia maggiore al Sud e nei piccoli Comuni. I dati sintetizzati da Qs sono questi: “Ha difficoltà a raggiungere il Pronto Soccorso il 50,8% delle famiglie, in aumento di 1,6 punti percentuali rispetto al 2022; le percentuali più elevate si evidenziano al Sud (circa sette punti percentuali più della media nazionale), seguito dalle Isole e dal Centro (rispettivamente, 52,7% e 52,4%).

La dimensione dei Comuni di residenza influenza fortemente il livello di difficoltà delle famiglie, poiché si lega alla dislocazione dei punti di Pronto Soccorso sul territorio: nei Comuni Centro dell’area metropolitana la percentuale è pari al 43,8% mentre nei Comuni piccolissimi (al di sotto dei 2.000 abitanti) sale al 68,6%.” Nella stessa giornata di ieri ancora una volta Milena Gabanelli nel suo Dataroom ha evidenziato la enorme difficoltà di reclutamento dei medici nei servizi di emergenza, difficoltà che si accentua nelle strutture periferiche.

Sui tempi di attesa nei Pronto Soccorso e tutti i fenomeni collegati (comprese le barelle nei corridoi) si parla spesso qui su Qs e assieme ai tempi di attesa per le prestazioni specialistiche essi costituiscono uno dei due problemi che i cittadini sentono come più urgente e grave. Ho scoperto l’altro giorno (molto tardivamente me ne rendo conto ) l’esistenza della piramide dei bisogni di Maslow che spiega molto bene perché i cittadini percepiscano questi due problemi come i più gravi che affliggono il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn). Essi infatti attengono ai bisogni nella sfera della sicurezza che sono alla base della scala subito dopo quelli fisiologici che hanno a che fare con la sopravvivenza. E per questo i cittadini si aspettano che il Ssn metta loro a disposizione un Pronto Soccorso “il più vicino possibile”. E’ però sempre più difficile dare una risposta a questa esigenza “percepita” in condizioni di sicurezza per i cittadini e gli operatori e quindi con un Pronto Soccorso con un ospedale vero dietro e con il personale specializzato che serve. Il tentativo di rendere i più distribuiti possibile i Pronto Soccorso ha portato al sempre più massiccio ricorso ai medici non specializzati delle Cooperative con tutte le conseguenze che ne derivano.

La crisi dei Pronto Soccorso è dunque al centro di un lungo elenco di problemi che includono solo per fare alcuni esempi la attrattività della specializzazione in medicina d’urgenza, la adozione di modalità nuove di acquisizione del personale che evitino il ricorso alle cooperative (vedi il modello Bertolaso), la ridefinizione del fabbisogno di posti letto di area medica e la ridefinizione dell’approccio alla gestione dei codici minori attraverso il coinvolgimento del Medico di Medicina Generale e delle Case della Comunità.


Il punto che vorrei proporre alla attenzione è quello ulteriore della necessità di una ridefinizione della rete ospedaliera dell’emergenza alla luce del DM 70. Questo DM “contingenta” il numero di ospedali dotati di Pronto Soccorso in base alla popolazione e alle caratteristiche dell’ospedale, che può avere un Pronto Soccorso “di base” o interno a un DEA di primo o secondo livello. Per le realtà periferiche che nella rilevazione dell’ISTAT da cui siamo partiti risultano penalizzate è prevista la possibilità di una funzione di Pronto Soccorso afferente al DEA di competenza negli ospedali cosiddetti di area disagiata collocati nelle aree distanti più di 60 minuti dal Pronto Soccorso “vero” più vicino.

A distanza di quasi 10 anni dalla sua approvazione non si sa più se il DM 70 valga ancora, rimasto com’è nel porto delle nebbie della Commissione che doveva rivederne i contenuti assieme a quelli del DM 77. Nel frattempo la situazione degli ospedali si è aggravata e quella dei Pronto Soccorso si è aggravata sempre di più per le carenze di finanziamento e personale, ma anche perché in assenza di un controllo centrale in molte Regioni si tenta a tutti i costi di tenere in piedi una rete ospedaliera con troppi Pronto Soccorso e troppi DEA o semiDEA.

La piramide di Maslow la politica la conosce bene senza sapere nemmeno che esiste. I bisogni più sentiti sono quelli che portano più voti e quindi ci sono realtà come le Marche in cui non solo i Pronto Soccorso non si riducono per un processo di razionalizzazione della rete ospedaliera, ma addirittura aumentano. Si intende infatti aprirne tre in base alle indicazioni del DM 70 per i tre ospedali di area disagiata che oggi dispongono “solo” di un Punto di Primo Intervento. Perché per la politica, almeno per quella che governa le Marche, il Decreto 70 non va bene quando prevede di ridurre i DEA, ma lo si vuole applicare alla lettera per gli ospedali di area disagiata, anche quando sono letteralmente una invenzione perché vicinissimi ad un DEA di primo livello. Come se non bastasse le Marche, i cui attuali Pronto Soccorso veri sono ovviamente in enorme affanno, sperimenteranno anche i semi Pronto Soccorso di tre Ospedali di Comunità con medici (che non ci sono, ma questo è un altro discorso) messi a disposizione dal DEA di competenza.

Per dare una mano ai problemi dei Pronto Soccorso, questo è il messaggio che voglio mandare, non solo il DM 70 andrebbe applicato, ma rivisto nella parte relativa ai piccoli ospedali per i quali vanno ricercate soluzioni nuove quale quella sperimentata coi cosiddetti CAU (Centri di Assistenza Urgenza) in Emilia-Romagna. Un percorso questo dei CAU che dà speranza a chi crede che una buona politica sanitaria regionale sia possibile.

Claudio Maria Maffei
Coordinatore Salute Pd Marche



27 febbraio 2024
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